LIBERI DALL’ERGASTOLO | Un libro edito da Sensibibili Alle Foglie

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LIBERI DALL’ERGASTOLO

L’ESPERIENZA DEI VIAGGI AL CIMITERO DEGLI ERGASTOLANI DELL’ISOLA DI SANTO STEFANO

Porta un fiore per l’abolizione dell’ergastolo

0Questo libro racconta l’esperienza che un gruppo, sempre rinnovato, di viaggiatori e viaggiatrici compie ogni anno dal 2011, recandosi al cimitero degli ergastolani del carcere di Santo Stefano (Ventotene) dismesso dal 1965. Un luogo simbolico che consente di vedere ciò che l’ergastolo, ancora oggi, sentenzia: la condanna di una persona a morire in carcere. Il progetto si intitola “porta un fiore per l’abolizione dell’ergastolo” e il viaggio si svolge in modo ricorrente nel mese di giugno in relazione con la giornata mondiale dell’ONU contro la tortura nel mondo. Liberi dall’ergastolo costituisce una iniziativa che il gruppo ha promosso sollecitando, attraverso l’adozione di un logo, singole persone, gruppi, associazioni, enti a dichiararsi liberi dall’ergastolo e indisponibili a condividere la permanenza nel mondo di questa pena. Il libro si conclude con alcune considerazioni del curatore sui dispositivi dell’ergastolo contemporaneo come pena capitale al pari della pena di morte: se con la pena di morte lo Stato toglie la vita ad una persona, con l’ergastolo se la prende.
Nicola Valentino, socio fondatore di Sensibili alle foglie e art director della Casa dell’arte ir-ritata Nel bosco di Bistorco, è autore, per queste edizioni, di numerosi libri. Qui ricordiamo Ergastolo, 1994, e la sua seconda edizione con il titolo L’ergastolo dall’inizio alla fine, 2009.

Con interventi di: Paolo Barone, Beppe Battaglia, Paolo Bellati, Maria Cristina Bimbi, Rossella Biscotti, Giuliano Capecchi, Maria Capecchi, Ignazio Cocco, Max Dallara, Melania Del Santo, Salvatore Esposito, Michèle Fantoli, A. F., Maria Grazia Greco, Giuseppina Guarino, Giacomo Pellegrini, Mattia Pellegrini, Valentina Perniciaro, Antonio Perucatti, Letizia Romeo, Salvatore Schiano di Colella, Alfredo Sole, Giuseppe Tripodi, Giovanni Zito; con fotografie di Franco Cattai, Max Dallara, Christian Mongeau Opsina, Valentina Perniciaro, Letizia Romeo, Vladislav Shapovalov; con la presenza di tutti i viaggiatori e le viaggiatrici, e di chi ci ha accompagnato in spirito.

sesto anno | PORTA UN FIORE per l’abolizione dell’ergastolo

PORTA UN FIORE per l’abolizione dell’ergastolo

 

11 giugno 2016

 

Viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano (Ventotene)

 

 

Nel mese di Giugno l’ONU celebra la giornata mondiale contro la tortura. In questo momento di attenzione mondiale alle diverse forme di tortura messe in atto da istituzioni statali, ci recheremo per il sesto anno consecutivo in visita al cimitero di Santo Stefano attiguo al vecchio carcere borbonico. Un luogo simbolico perché evidenzia in modo emblematico ciò che ancora oggi è l’ergastolo: una pena capitale al pari della pena di morte.

Attualmente in Italia sono 1619 le persone condannate al carcere a vita. Tra queste, al 72,5%, quindi a 1174 persone, viene impedito, in base all’articolo 4bis dell’ordinamento penitenziario, l’accesso ai benefici penitenziari se non collaborano con gli organi inquirenti. Quindi, se non mettono qualcun altro al loro posto, moriranno in carcere.

 

La mattina di sabato 11, verso mezzo giorno, attraverseremo il mare che separa Ventotene dall’isola di Santo Stefano per visitare il carcere guidati da Salvatore dell’associazione Terra Maris. Cammineremo poi verso il cimitero per ricordare, portando dei fiori, o con la ritualità che ciascuno vorrà realizzare, l’appartenenza alla comunità umana delle persone che lì sono sepolte, e di tutti coloro che si spengono socialmente e muoiono fisicamente all’ergastolo.

Per il pomeriggio/sera (verso le ore 18) si sta cercando di organizzare a Ventotene un momento per condividere riflessioni sull’esperienza, intorno al libro: Liberi dall’ergastolo, a cura di Nicola Valentino, ed. Sensibili alle foglie, che racconta l’esperienza dei precedenti viaggi a Santo Stefano e ne raccoglie una documentazione collettiva. Sarà presentato anche il libro di Annino Mele e Giulia Spada, Quando si vuole, Sensibili alle foglie 2016. Con la presenza di Giulia Spada e di Giulio Petrilli che ha curato la post fazione al libro. Annino è in ergastolo ostativo.

Alcuni momenti musicali saranno offerti dal gruppo: Labile Istante di Vuoto (chitarra e voce).

 

Istruzioni per organizzare in autonomia il viaggio:

Per arrivare a Ventotene si parte da Formia o con traghetto o con aliscafo. Alcuni di noi saranno a Ventotene già venerdì 10 giungo. Chi decide di arrivare direttamente al mattino di sabato 11 può prendere il traghetto da Formia che parte alle ore 8,45. L’appuntamento per tutti è all’arrivo di questo traghetto al porticciolo di Ventotene. Per prenotare il pernottamento bisogna rivolgersi alle varie agenzie di Ventotene, rintracciabili in rete. Per informazioni ulteriori: assliberarsi@tiscali.it; nicovalentino@tiscali.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Diario del viaggio all’isola degli ergastolani di Santo Stefano (Ventotene) di Nicola Valentino (Giugno, 2015)

12 Giugno.

 In viaggio con l’immagine di un quadro

quadro Nullo Mazzesi

 

Qualche giorno fa, in vista della partenza per il quinto viaggio all’isola di Santo Stefano, ho inviato ad alcuni dei partecipanti l’immagine di una persona amica che mostra un suo quadro. L’ho fatto perché ritengo espressivo il quadro, e entusiasmante la storia che lo accompagna. Max, che era con noi a Santo Stefano lo scorso anno, raccontò l’esperienza del viaggio  ad un suo amico, Nullo Mazzesi, partigiano, muratore, artista e poeta, mostrandogli anche il suo diario fotografico. Ispirandosi al racconto di Max, Nullo ha dipinto un quadro. Ho chiesto A Max, se Nullo avesse piacere a far circolare l’immagine. In fondo quell’opera costituisce anche il modo attraverso il quale Nullo ha voluto essere con noi in questa iniziativa. Dal racconto di Max, Nullo Mazzesi mi sembra proprio una persona eccezionale, all’età di settanta anni, dopo una vita dura ma orgogliosa, decide di iscriversi all’accademia di belle arti. Mi auguro un giorno di incontrarlo per vedere l’insieme della sua produzione artistica, e chiedergli se ha piacere di contribuire ancora con la sua creatività ai nostri viaggi.

Prima di uscire di casa ho messo in borsa anche il libro di Giovanni Farina “Aspettando il 9999. Poesie e scritti dall’ergastolo e dal 41 bis”. Una coedizione tra Sensibili alle foglie e l’Associazione Liberarsi. Il libro sarà presentato sabato sera a Ventotene, grazie anche all’interessamento della libreria della piazzetta di Ventotene. Giovanni è in carcere, all’ergastolo da 35 anni, molti dei quali trascorsi in regime di 41bis. Una condizione di segregazione e di tortura a cui attualmente vengono sottoposti, secondo il recente rapporto di Antigone, 725 persone tra cui 8 donne. Ben 414 sono i detenuti in regime di 41 bis ancora in attesa di giudizio, quindi al momento non giudicati colpevoli di nulla. 144, degli oltre 1500 ergastolani, subiscono, in aggiunta alla pena tombale che è stata loro comminata, anche questo regime detentivo.   Il 41 bis ha la funzione di torcere l’identità della persona per ottenerne la distruzione psicofisica e indurre il mal capitato a collaborare con gli inquirenti, mettendo un’altro al suo posto in quella stessa condizione. Anche se i risultati da questo punto di vista sono risibili, i 12 reparti carcerari preposti al 41 bis proseguono indisturbati la loro attività.  Farina ci offre una descrizione del quotidiano regime di 41bis senza tanti aggettivi: “Si può fare solo un’ora di colloquio al mese con i propri familiari da dietro una cabina a vetro blindato di 40 cm. Puoi tenere in cella: 4 mutande, 2 paia di calzini, 2 paia di pantaloni, 2 paia di scarpe e solo del tipo consentito. Il vestiario consentito è solo del tipo non imbottito, leggero, nell’inverno sei sempre morto di freddo. Ti vengono proibite le riviste e i libri con copertina rigida, ti viene censurato il giornale: ritagliando gli articoli che ritengono che tu non debba leggere. Non puoi dare il buon giorno al detenuto che hai di fronte. Se lo fai vieni punito con 15 giorni di isolamento senza televisione né giornali … Ti è proibito telefonare direttamente alla tua famiglia. Per ricevere la mia telefonata la mia famiglia si doveva recare presso il carcere più vicino al luogo di residenza e prenotare la telefonata, si può ricevere la telefonata solo da carcere a carcere. Dopo pochi giorni che sei in regime di 41bis perdi ogni sensibilità, ti senti una bestia stretta in un labirinto dove gli esseri sadici ti strappano tutto quello che resta dell’uomo per distinguerlo dalle bestie…”

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E’ arrivato il treno che da Tivoli mi porta a Roma. Ripiego l’angolo della pagina, prima di riporre il libro, e salgo sul regionale. Quest’anno viaggerò da solo fino a Formia, trasporto con me anche la piantina che ho scelto per una delle tombe del cimitero. Carnivora, di un bel colore rosso scuro. Mi hanno assicurato che le basta solo l’acqua piovana per vivere.

Durante la sosta a Roma ricevo una telefonata da Antonio, partito da Milano con Bianca. Mi aspetteranno alla stazione di Formia. Bianca è al suo primo viaggio al carcere di Santo Stefano ma ha viaggiato molti anni da un carcere all’altro insieme ad altre compagne nel circuito della reclusione femminile.

Formia ore 15. I primi abbracci sono con Antonio e Bianca. Siamo in largo anticipo. Al solito bar prima del porto, accompagniamo il caffè con delle pastarelle. Antonio si esalta davanti al suo babà alla crema. Le sigarette si fumano da sole mentre Bianca racconta di quando, nel luglio del 1979 salì sul tetto del carcere di Matera per ottenere un trasferimento e uscire dalla condizione di isolamento in cui si trovava. Il cellulare mi fa un fischio, mi è arrivato un messaggio di Mattia: “Buon giorno Nicola, siete nei miei pensieri mi dispiace non essere lì con voi un abbraccio”.

Ci siamo trattenuti al bar un bel po’, perché dall’alto della sopraelevata che sovrasta il porto vediamo già la fila alla biglietteria per il ticket dell’aliscafo. Molte persone si dirigono a Ventotene per il fine settimana. Quest’anno abbiamo avuto anche difficoltà a trovare i posti nelle pensioni dell’isola perché sono in previsione ben due feste di matrimonio.

Il primo volto che vedo è quello di Laura che si gira proprio mentre noi scendiamo le scalette che dalla strada portano alla banchine. Beppe è di spalle seduto. Giuliano e Cristina mi vengono incontro. Ci abbracciamo. Michèle è già in fila con Gianvittorio, al suo primo viaggio. Michèle quest’anno porta, oltre alla sua piantina di santoreggia, anche il bagaglio di esperienza dell’insegnamento dello Yoga nella sezione femminile del carcere di Sollicciano. Con Gianvittorio ho in comune la pratica del Tai Chi, anche se lui insegna un stile diverso dal mio. E’ un maestro, lo saluto con un accenno di rispettoso inchino a mani giunte. Lui risponde con altrettanto rispetto, dandomi a sua volta del maestro. Ci sorridiamo.

Mi squilla il telefono, è Valentina, che si trova già sull’isola con Paolo e il loro figlioletto Nilo. Mi da le prime direttive per la giornata di domani. Ha già incontrato Salvatore, la nostra guida. Anche quest’anno partiremo da Ventotene per Santo Stefano verso l’una, dopo che Salvatore ha completato il suo giro con un altro gruppo che ci precede. La seconda notizia e che troveremo il cimitero con l’erba alta, perché Salvatore, che anno dopo anno tira avanti la baracca da solo, non ha avuto tempo di prepararlo; quindi dovremo darci da fare per una pulizia intorno alle tombe. Comincio ad informare anche gli altri. Arrivano nel frattempo nuovi compagni e compagne di viaggio. Quest’anno c’è una prevalenza di persone che vengono dal nord Italia e che hanno fatto ore e ore di macchina o di treno per vivere questa esperienza: Cecco e Donatella da Como, Paolo, Veronica e Andrea da Milano, Franco e Annamaria da Belluno, Nadia da Bologna, Vladislav e Silvia da Milano insieme ad altri loro amici, uno di questi è partito da Asti. Saliamo sull’aliscafo.

Mi trattengo a chiacchierare con Giuliano e Cristina. Giuliano mi racconta che nei giorni scorsi ha pensato che sarebbe importante curare una pubblicazione sui nostri viaggi a santo Stefano. “In che giorno lo hai pensato?” gli chiedo sorpreso , “anche io ho pensato la stessa cosa mentre giravano tra noi le mail per questo quinto viaggio”. Questa intuizione telepatica merita proprio di essere presa in considerazione, potremmo utilizzare come filo conduttore per la narrazione i miei diari, ma c’è anche molto altro materiale, anche fotografico. Per la parte riguardante la storia del luogo sarà necessario sbobinare la registrazioni della visita guidata di Salvatore al carcere, e poi abbiamo pure, ancora da trascrivere, l’intervista che Valentina e Melania hanno fatto in Sicilia a Ezio Barbieri che fu recluso nelle celle di isolamento di Santo Stefano dopo la rivolta del 1946 a san Vittore. Buon segno, già nell’approdo a Ventotene comincia a fiorire un primo progetto.

Sbarcati, saliamo verso la piazza per ritrovarci tutti insieme e dividerci secondo i luoghi di pernottamento, ma soprattutto per fare la spesa per la cena di stasera prima che chiudano i negozi. In piazza saluto Paolo,Valentina, Nilo. Melania quest’anno è partita da Palermo dove si è trasferita per lavoro, mi presenta Angela. Prendiamo gli appuntamenti per il mattino successivo, bisognerà, come sempre, andare a prendere le altre persone che arrivano con la nave delle 11. Con la coda dell’occhio vedo Cecco uscire dal minimarket con un bottiglione di vino bianco da 5 litri. La cena si preannuncia allegra e chiacchierina.

Franchino, il nostro albergatore, ha preparato la tavolata, lo invitiamo a cenare con noi. Siamo in 15. Cenano con noi anche Maria Grazia e Bruno che pernottano in una pensione non distante dalla nostra. Gianvittorio compie l’atto decisivo di mettere la pentola con l’acqua sul fuoco. Cena vegana: pasta pomodori e zucchine, insalata, melone. Quest’anno a tavola siamo tre ad aver fatto l’esperienza del carcere. Oltre a me e Bianca anche Cecco. Oltretutto Cecco coordina alcune strutture comunitarie per l’accoglienza di detenuti in misure alternative, che hanno offerto delle opportunità ad alcuni ergastolani. Oltre a Michèle, anche Maria Grazia entra in carcere, nella sezione a custodia attenuata di Rebibbia, come volontaria. Nei nostri scambi di parola c’è molto raffronto fra il carcere di ieri e di oggi. Un carcere, quello di oggi, in cui il carrello con il vitto si svuota già a metà sezione per la povertà dilagante e la massa ingente di persone recluse. Ma Ventotene è anche un’isola evocativa per la storia della resistenza al fascismo. Attraversando il centro sono indicati i luoghi di alcune delle mense frequentate dai diversi gruppi politici di confinati. Dal confino di Ventotene uscì, per sfuggire ai controlli, miniaturizzata su cartine per le sigarette, la prima stesura del Manifesto di Ventotene, per l’epoca un parto visionario che prefigurava l’utopia di un’Europa dei popoli. Ricordiamo tra noi un particolare squisitamente carcerario: anche molti documenti dei prigionieri politici degli anni settanta venivano miniaturizzati su cartine di sigaretta per poter essere meglio nascosti e salvaguardati dalle frequenti perquisizioni delle celle e personali. Bianca ci ricorda che ancora nel 1978 una militante dei nuclei armati proletari fu assegnata al soggiorno obbligato a Ventotene, confino dal quale fuggì.

Apriamo una scatola di biscotti per accompagnare l’ultimo bicchiere di vino.

 

13 Giugno.

L’evasione di Nilo

Ore 13. Siamo in 33 disposti su tre gommoni a prendere il largo verso Santo Stefano. Le onde sono alte, afferro ogni appiglio solido che trovo a portata di mano sul gommone, ma soprattutto mi aggrappo con lo sguardo all’approdo dell’isola che vedo in lontananza, cercando di farmelo vicino. Un’onda strapazza il gommone e ci spruzza. Procediamo in silenzio. Nonostante chi ci traghetta infonda sicurezza, sbarco con un sospiro di sollievo. Valerio mi mette una mano sulla spalla chiedendomi come sto.  Mi diranno che l’unico che si è divertito nella traversata è stato Nilo.

Raggiungiamo Salvatore in “piazza della redenzione” e ci prepariamo ad entrare. Quando varco la soglia del carcere ho al mio fianco Patrizia, al suo primo viaggio, che mi sussurra nell’orecchio una associazione visionaria. “Ma è come il carcere dell’Isola dei Pini, quello dove fu detenuto Fidel Castro”… Il nesso è interessante. Nell’isola dei Pini, oggi isola della gioventù, fu infatti costruito nel 1936 dal dittatore Machado un carcere per la reclusione degli oppositori politici, a struttura rigorosamente panottica, ispirato a sua volta ad un carcere di struttura analoga sorto negli Stati Uniti. La struttura penitenziaria è composta da quattro edifici circolari ognuno con diversi piani in grado di detenere 5000 persone. Il nome stesso era tutto un programma: il Presidio modelo. All’interno le celle si presentavano disposte tutte sulla parete esterna e sprovviste di porta, con i reclusi quindi in completa vista. Al centro della struttura circolare si ergeva una torre con alcune feritoie alla quale la guardia accedeva attraverso una galleria sotterranea per non essere vista dai detenuti, che, in tal modo, nell’intenzione della tecnologia panottica, sapendo di poter essere sempre a vista, avrebbero interiorizzato il controllo. All’interno del Presidio modelo dal 1953 al 1955 furono rinchiusi Fidel Castro e i compagni protagonisti dell’assalto alla caserma Moncada. Oggi all’interno del carcere è stato allestito il museo storico della rivoluzione cubana.

Abbiamo pensato nei nostri viaggi a tanti gemellaggi fra Santo Stefano e altre strutture analoghe, al fine di supportare la salvaguardia culturale di questo luogo, ma l’idea di collegarlo al Presidio modelo, tornato ad essere un bene per la comunità cubana, mi sembra una connessione, almeno nell’immaginario, entusiasmante.

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Penso a questa suggestione di Patrizia mentre Salvatore da avvio all’illustrazione della storia del carcere, sempre arricchita di nuove documentazioni. Valentina siede a terra con Nilo che, fornito di pennarelli e fogli di carta, disegna. Soddisfatto porge a Salvatore un foglio. Ha disegnato un detenuto che si cala con la corda dalla cella mentre altri suoi soci lo attendono per portarselo via. Salvatore si interrompe e osserva che per la buona riuscita dell’evasione è bene che allunghi la corda. Nilo corregge il disegno e lo regala a Salvatore, che lo ripone nella cartellina contenente la documentazione storica su Santo Stefano, da oggi arricchita anche dell’evasione di Nilo.

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Salvatore conclude la sua narrazione informandoci che ad Ottobre, in occasione dei cinquanta anni dalla chiusura del carcere, organizzerà un convegno sull’isola. Per questa ricorrenza verrà consegnato al comune di Ventotene anche l’archivio storico del penitenziario, attualmente custodito nel carcere di Cassino. Quindi qualcosa si muove per la salvaguardia di Santo Stefano. Anche una associazione di Formia: “Incontri & confronti” ha attivato da circa un anno una raccolta di firme per interessare il Fai ad un restauro del carcere e del cimitero. La raccolta di firme continua attraverso il sito del Fai: “i luoghi del cuore”. Di firme ne sono state raccolte oltre tremila, che dovrebbero consentire l’interessamento della fondazione. E’ importante che qualcuno si attivi in tal senso, perché ad ogni nostro ritorno notiamo l’avanzamento velocissimo del degrado strutturale del carcere.

Vibra il cellulare. E’ un messaggio di Susanna: “Anche se non sono riuscita a venire fisicamente il mio cuore è con voi a Santo Stefano,… liberiamoci dall’ergastolo”…

Mi soffermo a guardare la cappella al centro del carcere, l’unico restauro eseguito, in un modo chiaramente insensato, snaturandone l’aspetto originario. La cappella centrale infatti era originariamente aperta in ogni lato per consentire ai reclusi di assistere alla messa dagli spalti delle celle. Lo scorso anno con gli artisti presenti a Santo Stefano notavamo che il meccanismo architettonico del carcere borbonico era immaginato sia per consentire ai sorveglianti di osservare costantemente il recluso (funzione tipica del dispositivo panottico), ma anche per offrire agli internati uno spettacolo del potere dell’istituzione. La qual cosa costituiva una caratteristica specifica di Santo Stefano. Questo spettacolo del potere si svolgeva sia attraverso le punizioni pubbliche che venivano inflitte al detenuto nel piazzale del carcere, con gli altri reclusi che guardavano dagli spalti; sia attraverso la cappella posta al centro del piazzale dove veniva effettuata la messa. Dove quindi il potere della Chiesa si rappresentava. Ci siamo chiesti lo scorso anno se fosse reperibile una documentazione su come, a quei tempi, la Chiesa operava in relazione al carcere.

Di recente, nel mie esplorazioni attraverso internet, ho trovato un riferimento che mi sembra utile per capire cosa potrebbe aver influenzato l’architetto di Santo Stefano Carpi nella decisione di immaginare al centro del panottico una messa in scena della messa.

Una interessante coincidenza la si ritrova nella costruzione, nel XVIII secolo, per iniziativa pontificia, del primo carcere cellulare al mondo, il San Michele di Roma (zona Porta Portese), progettato dall’architetto Carlo Fontana e completato nel 1704. Le celle erano disposte in modo tale che da ciascuna di esse il detenuto potesse vedere l’altare posto nell’atrio centrale e unirsi alla celebrazione della messa. Nelle intenzioni del Papato questo dispositivo traduceva in termini architettonici il principio che ogni recluso dovesse meditare in solitudine per poter accedere, attraverso la preghiera e il lavoro, alla remissione delle colpe.

la cappella

 

Ci avviamo verso il cimitero con le piantine di portulacchie che abbiamo acquistato in blocco dalla fioraia di Ventotene, che ormai ci riconosce e sa già cosa cerchiamo. Siamo un po’ di corsa anche perché Patrizia deve partire con la nave delle cinque. Ci preoccupa anche un po’ il tempo. Pioviggina e non sappiamo che mare ci aspetta. Le tombe sono praticamente coperte dall’erba, la prima a sinistra è proprio sommersa. Alcune croci sono marcite per le intemperie e si sono rotte, con la conseguente perdita in qualche caso della targhettina con il nome del defunto. Franco, previdente, è partito da Belluno portandosi un fil di ferro per sistemarle. Ci diamo da fare come possiamo, sistemando il sistemabile e liberandole un po’ dall’erba. La nota positiva e che molte piantine grasse dello scorso anno hanno resistito e si sono radicate sulle tombe avendo avuto la meglio sulla voracità dei conigli selvatici. L’urgenza del lavoro di sistemazione non ci da il tempo di fermarci un momento in silenzio. Ma prima di andare via mi ritaglio un attimo per fermarmi, come faccio sempre, nei pressi dell’infilata di croci che si incontra appena si entra sulla destra. Queste tombe alle spalle hanno il mare aperto e sono, a me pare, le più vicine al cielo. E’ il mio angolo. Qualche ora prima Giuliano, che ha avuto per l’associazione Liberarsi una corrispondenza con Raffaele Catapano, mi ha confermato che anche lui è morto da alcuni mesi, per una grave malattia, senza mai uscire dall’ergastolo.

Mentre percorriamo il sentiero del ritorno raccolgo diverse idee: trovare la disponibilità di un gruppo che il prossimo anno parta alcuni giorni prima per aiutare Salvatore nella sistemazione del cimitero. L’idea di sostituire il legno delle croci con legno da barca, impermeabile alle intemperie. Anche le targhette plastificate che riportano i nomi dei defunti, potrebbero essere sostituite con più solide targhette in ceramica. Alcuni detenuti del carcere di Solliccianino, che lavorano la ceramica, potrebbero essere, come dice Beppe, ben lieti di fabbricarle. Altri viaggiatori stanno invece pensando alla possibilità di coinvolgere alcuni artigiani del marmo per trasportare a Santo Stefano, con il prossimo viaggio, una stele di marmo, che ricordi i nomi dei sepolti e anche tutti coloro a cui l’ergastolo ha cancellato anche il nome.

Con Michèle e Gianvittorio condivido l’esigenza, se riusciamo, di organizzare per le prossime visite un momento di silenzio, sia all’interno del carcere che nel cimitero. In sostanza stiamo già pensando al prossimo anno quando arriviamo in piazza della redenzione. Un primo gruppo è già sceso verso l’approdo per ripartire, quando Vladislav ci blocca per una foto collettiva.

in gruppo

Incontrarsi intorno a un libro

Ore 18. Abbiamo fatto appena in tempo a farci una doccia. Dalla pensione ci avviamo a passo sostenuto (siamo in ritardo), verso via del Muraglione 44 per la presentazione del libro di Giovanni Farina in un nuovo bistrot di Ventotene con un nome evocativo: Hobo. Avremo poi la conferma dai promotori del locale che il nome fa riferimento proprio a quei lavoratori migranti saltuari, che nell’America degli anni venti si spostavano a piedi o saltando sui treni merci, per andare ovunque ci fosse un’opportunità di lavoro. Gli hobos dettero luogo a un fenomeno sociale e ad un vero e proprio modo di vivere basato sulla mobilità e sul viaggio. Una vicenda sociale de secolo scorso che evidentemente i gestori del locale hanno assunto come riferimento per l’oggi.

Il luogo è accogliente. la presentazione si svolge in uno spazio all’aperto, al centro un tavolo con i libri e un altro con bottiglie d’acqua e stuzzichini. Ci sediamo in cerchio, alcuni del nostro gruppo hanno già preso posto e Giuliano ha cominciato ad illustrare la storia e la condizione in cui si trova l’autore. La copertina del libro propone l’immagine del certificato penale di Giovanni. Non potendosi scrivere fine pena mai nei certificati penali computerizzati, risulta che la pena di Farina, come quella di tutti gli ergastolani, si protrarrà fino al 31/12/9999. Volendo giocare con la crudeltà di questa traduzione informatica dell’ergastolo, Giovanni avrebbe da scontare ancora 7984 anni. Ad occhio e croce gli ci vorrebbero 99.8 vite. Liberarsi dall’ergastolo significa anche liberare l’umanità da questa brutalità dell’immaginario.

Giuliano ci informa anche che attualmente Giovanni Farina si trova in regime di alta sorveglianza, che lo marchia ancora come detenuto socialmente pericoloso, ma, come si evidenzia nel libro, ha anche una storia giudiziaria particolare. Ha fatto anni di carcere senza colpa e l’ergastolo gli potrebbe essere tolto. Dopo che per migliaia di giorni l’ergastolo gli ha trasformato la mente e il cuore. Mentre gli interventi si susseguono passa di mano in mano una cartolina da firmare. Giuliano la spedirà all’autore nel carcere di Catanzaro, come ricordo di questo momento e come segno di vicinanza.

Penso sia importante, dopo aver visitato il carcere di Santo Stefano e dopo la presenza al cimitero, incontrarsi intorno ad un libro come quello di Farina. Questo momento ci consente anche di arricchire di significati quel che abbiamo esperito. Ad esempio il libro ci racconta attraverso quali risorse i reclusi affrontano la condizione dell’ergastolo. Come nutrono il loro pensiero, costretti in una istituzione che annulla la vita sociale, la parola e quindi il pensiero. L’autore dice infatti di scrivere le sue poesie e i frammenti narrativi pubblicati, proprio per poter pensare. Più che essere frutto del pensiero, la parola scritta, accresce la sua funzione generativa del pensiero.

Alla fine della presentazione un bel gesto dei proprietari del locale ci regala pensieri positivi e uno stato d’animo volto al meglio. Infatti, dopo aver seguito con attenzione la presentazione, ci hanno voluto ringraziare dicendoci che il rinfresco era offerto da loro e che in cambio chiedevano solo che gli lasciassimo una copia libro del libro presentato.

Con il cuore allegro per l’accaduto, penso che forse, discorrere intorno a un libro potrebbe diventare la formula da scegliere anche in futuro per incontrarci la sera dopo essere stati al cimitero. Anche alcuni compagni e compagne di viaggio alla loro prima esperienza, mi confermano in questa convinzione, dicendomi, che hanno trovato l’incontro utile perché ha illuminato con significati ulteriori l’esperienza del mattino e posto interrogativi decisivi per una maggior conoscenza della questione sociale dell’ergastolo.

La tisana al finocchio selvatico

Ho capito che quando Gianvittorio mette la pentola sul fuoco bisogna aspettarsi cose buone, sapori che conciliano. La tisana al finocchio selvatico sotto il pergolato di Franchino, dopo una giornata su e giù per l’isola, è un colpo da maestro. La cerimonia giusta per gli abbracci prematuri con chi dovrà svegliarsi tra poche ore per essere puntuale alla nave delle sei. Per gli appuntamenti al mattino fra chi resta, o si imbarca con la nave delle 11. Per le conversazioni ormai alla deriva che scivolano su un mare tranquillo. La tisana al finocchio selvatico fa in modo che le parole ritrovino la loro sorgente meno inquinata: il silenzio.

Quando l’immaginario galoppa

“Bisognerebbe riportare la vita sociale a Santo Stefano, rendere l’isola nuovamente abitata, affinché quel luogo non degradi e non si spenga la funzione simbolica che può avere, che ha cominciato ad avere”; esordisce così Robero, prendendomi da parte dopo una conversazione avuta con Paolo del centro sociale Il Folleto di Abbiategrasso . L’idea sarebbe quella di sondare la possibilità di riattivare la vigna presente sull’isolotto, che sarebbe di proprietà di un privato che l’ha ormai abbandonata. Quella stessa vigna che portò Veronelli a Santo Stefano negli anni sessanta e che all’epoca produceva del buon vino. Che un’idea così sia venuta ai “folletti”, che vengono da quattro anni a Santo Stefano, non è affatto strano. Il centro sociale Il Folletto è fra gli organizzatori de “La Terra Trema”, un evento anche esso ispirato da Veronelli, che si svolge a Milano ogni anno, per la valorizzazione delle autoproduzioni agricole di qualità, nate per tutelare il suolo e la socialità. Partecipato da molti vignaioli. L’idea non è peregrina. Si tratterebbe di rigenerare la parte agricola dell’isolotto che non è di proprietà del demanio, immaginando un progetto che coinvolga i ventotenesi. Il primo passo intanto non è così inverosimile, si tratta di trovare la disponibilità di un vignaiolo che vada a vedere la vigna. I passi successivi sono più complessi, richiedono contatti con la proprietà, l’interessamento e la disponibilità di situazioni locali… e forse anche l’aiuto di Santa Sara, la santa nera di Saintes Maries de la Mer, venerata dai gitani, ma anche dal centro sociale Il Folletto, affinché, dall’alto, prenda a cuore l’idea di una vigna libera dall’ergastolo..

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14 Giugno

 Lasciare l’isola con le parole di Altiero Spinelli

 Andrea e Paolo fotografano una  lastra di marmo in una piazzetta  di Ventotene, incisa con le parole che Altiero Spinelli annotò mentre si allontanava dall’isola:

“Guardavo sparire l’isola nella quale avevo raggiunto il fondo della solitudine, mi ero imbattuto nelle amicizie decisive della mia vita, avevo fatto la fame, avevo contemplato come da un lontano loggione la tragedia della seconda guerra mondiale, avevo tirato le somme finali di quel che ero andato meditando durante sedici anni, avevo scoperto l’abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l’ebbrezza della creazione politica, il fremito dell’apparire delle cose impossibili, nessuna formazione politica esistente mi attendeva, né si preparava a farmi festa, ad accogliermi nelle sue file … con me non avevo per ora, oltre me stesso, che un manifesto, alcune tesi e tre o quattro amici …” 18 Agosto 1943

Nicola Valentino

Testo Altiero Spinelli

PORTA UN FIORE per l’abolizione dell’ergastolo | 13 giugno 2015 | quinto anno

 

 

 

 

 

 

 

 

Viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano (Ventotene)

 

… vigilato da un carceriere

dentro un mondo

meno vasto

del mio pensiero

ma eterno come il mio nome.

Giovanni Farina, fine pena 9999

 

Nel mese di Giugno l’ONU celebra la giornata mondiale contro la tortura. In questo momento di attenzione mondiale alle diverse forme di tortura messe in atto da istituzioni statali, ci recheremo per il quinto anno in visita all’ergastolo di Santo Stefano (Ventotene) attiguo al vecchio carcere borbonico. Un luogo simbolico perché evidenzia in modo emblematico, con le sue 47 tombe, a 30 delle quali siamo riusciti nei viaggi precedenti a dare un nome, non solo la spietatezza dell’esclusione degli ergastolani dal consorzio umano anche dopo morti, ma soprattutto ciò che ancora oggi è l’ergastolo: una pena capitale al pari della pena di morte.

Attualmente le persone all’ergastolo sono 1584, in crescita costante anno dopo anno.

 

La mattina del 13, verso mezzo giorno, attraverseremo il mare che separa Ventotene dall’isola di Santo Stefano per visitare il carcere guidati da Salvatore dell’associazione Terra Maris. Cammineremo poi verso il cimitero per ricordare, portando dei fiori, o con la ritualità che ciascuno vorrà realizzare, l’appartenenza alla comunità umana delle persone che lì sono sepolte, e di tutti coloro che si spengono socialmente e muoiono fisicamente all’ergastolo.

Nel pomeriggio/sera del 13 il gruppo di viaggiatori potrà ritrovarsi a Ventotene in un luogo da concordare con i referenti sull’isola, per condividere riflessioni sull’esperienza.

 

Istruzioni per organizzare in autonomia il viaggio:

Per arrivare a Ventotene si parte da Formia o con traghetto o con aliscafo. Alcuni di noi saranno a Ventotene già venerdì 12 giungo. Chi decide di arrivare direttamente al mattino di sabato 13 può prendere il traghetto da Formia che parte solitamente alle ore 9,15. L’appuntamento per tutti è all’arrivo di questo traghetto al porticciolo di Ventotene. Per prenotare il pernottamento bisogna rivolgersi alle varie agenzie di Ventotene, rintracciabili in rete. Per informazioni ulteriori: assliberarsi@tiscali.it; nicovalentino@tiscali.it

PORTA UN FIORE per l’abolizione dell’ergastolo Diario di viaggio al cimitero degli ergastolani dell’isola di S. Stefano (Ventotene), giugno 2014

13 giugno.

Quest’anno mi sono preparato alla partenza leggendo un libro di Ilario Amendolia, pubblicato da Sensibili alle foglie: Lettere dalla Locride. La Costituzione tradita. Il testo spazia dalla storia all’attualità, evidenziando come, intorno alla lotta al brigantaggio ed oggi alla ‘ndrangheta, si sia criminalizzato il popolo della Calabria, anche attraverso la diffusione mediatica di tesi diffamatorie e razziste. Il testo può, a mio parere, anche aiutare a comprendere il perché, ai giorni nostri, fra i reclusi con cittadinanza italiana, il 63% provenga da regioni del sud Italia e che, fra le 1583 persone all’ergastolo o le 717 sottoposte al regime di isolamento del 41 bis, la percentuale sfiori la totalità. Ho annotato, durante la lettura, una drammatica similitudine fra due eventi, che distano tra loro due secoli.

1 Nicolay Lanceray

Il 15 agosto del 1863 viene promulgata la legge Pica, dal nome del deputato abruzzese che la propone. La legge, intitolata “procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Province infette”, sospendeva di fatto i diritti costituzionali, con l’obiettivo di sottrarre i sospettati di brigantaggio ai tribunali civili in favore di quelli militari. Il reato di brigantaggio si applicava ai “componenti comitiva o banda armata composta almeno da tre persone, la quale vada scorrendo le pubbliche vie o le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici”. Le pene andavano dalla fucilazione all’incarcerazione ai lavori forzati a vita. La legge Pica eliminò nell’arco di pochi anni dai paesi e dalle campagne del sud circa 14000 persone. (Mi chiedo se l’ergastolo di Santo Stefano ed il suo cimitero non conservino traccia anche di questa memoria).

14 novembre 2003, il comune di Platì viene circondato da un migliaio di carabinieri e preso d’assalto di notte. Circa centocinquanta arresti, perquisizioni a tappeto, bambini terrorizzati, perché, secondo l’accusa, i cittadini di Platì sarebbero stati all’ordine delle ‘ndrine. Per i cittadini di Platì fu una notte d’inferno a cui seguirono anni di passione. Alla fine tutto si concluderà in una bolla di sapone, ma ormai si era data all’opinione pubblica nazionale – e non solo – l’immagine di un paese mafioso.

Ricordo che una delle persone tutt’ora all’ergastolo di origine siciliana, osservava in un suo scritto: “la condizione necessaria per riannodare i fili di una terra ferita come il sud è quella di stabilire la definizione di cosa deve intendersi esattamente per criminalità organizzata, diversamente l’attribuzione sarà sempre arbitraria ed applicata in base al luogo dove si nasce, e questo aggiunge una connotazione di razzismo al reato”.

Per una strana coincidenza Peppe, che viaggerà con me da Tivoli verso santo Stefano, mi ha chiesto di portargli questo stesso libro. Anche Peppe, come Amendolia, è originario di un paese della provincia di Reggio Calabria. Ha letto una recensione del libro e mi ha chiesto di procurarglielo. Ho conosciuto Peppe durante i suoi mandati di assessore alla cultura del comune di Tivoli. Collaborando con il suo assessorato ho portato nelle scuole il lavoro di Sensibili alle foglie sull’esperienza della reclusione, presentando il mio libro sull’ergastolo e attraverso piccole mostre di opere pittoriche, scritti, disegni di persone recluse. Un lavoro importante, che è poi approdato, su spinta degli studenti, anche a narrazioni riguardanti le difficoltà, le insofferenze e i malesseri all’interno dell’istituzione scolastica.

E’ mezzogiorno, Peppe mi porge un panino con la frittata, che sua moglie ha preparato per entrambi, a malincuore devo declinare l’invito, perché durante la notte ho avuto dei dolori di pancia.

Gusterà il mio panino Antonio, che incontriamo a Roma, proveniente da Milano. Antonio è al suo secondo viaggio e con lui ho organizzato l’alloggio per 12 persone a Ventotene, nella pensione dove siamo stati lo scorso anno. Mentre io mi rifocillo con una banana e del pane senza companatico, commentiamo, facendo ad occhio un po’ di conti, che quest’anno ad intraprendere il viaggio siamo sicuramente in numero maggiore delle trenta persone del 2013.

Questa notte ho sognato Nicola. Nicola era di Napoli, era stato un militante dei Nuclei Armati Proletari, una formazione che negli anni settanta è stata molto attiva contro il carcere e il manicomio giudiziario. Con Nicola ho condiviso la cella nelle carceri di massima sicurezza per diversi anni.

L’ ho incontrato alcune volte anche da libero, è morto non molto tempo fa, in seguito ad una lunga malattia. Si è presentato in sogno e mi piace pensare che lo abbia fatto per augurarmi buon viaggio. Mi telefona anche mia sorella, per dirmi che è con noi in spirito anche se non di persona, e che per esserlo davvero sta vedendo dal sito “liberi dall’ergastolo”, i filmati e le immagini dei viaggi precedenti.

Alla stazione incontriamo Luca, un artista che ora vive in Salento. Anche lui con il trolley per venire a Santo Stefano. Prenderà il treno regionale che parte dopo il nostro intercity. L’appuntamento, con tutte le persone che oggi sbarcheranno a Ventotene, è al porto di Formia per l’aliscafo delle 18. In borsa ho una piantina grassa: una rosa del deserto, comperata al mercatino di Tivoli, che poggerò anche quest’anno sulla prima tomba a sinistra dove è sepolto il detenuto Montalbano.

Al porto di Formia, dove arriviamo con largo anticipo, c’è già ad aspettarci Gennaro, un amico di Antonio, che è venuto da Napoli, ma vive a Milano e fa parte del centro sociale Baraonda.

Il sole picchia, c’è un angolo d’ombra intorno al bar del porto. Seduto sul marciapiede mi preparo la sigaretta dell’attesa, mentre ascolto Peppe che è una miniera di narrazioni sulla sua terra. Mi sembra che in questo viaggio pur essendo partiti da Tivoli, con l’immaginario si sia partiti dalla Calabria. Ma la seconda sigaretta non riesco ad accenderla perché vengo risucchiato in una vertigine di calore umano: ciao, fatti abbracciare,… come stai, … ti presento, …. veniamo da Belluno,… loro da Roma, … lei da Firenze,… loro in macchina da Milano ma passando da Lucca per viaggiare con altri amici,… prendiamoci un caffè, … sono arrivata giusto in tempo, una corsa a Roma per non perdere la coincidenza…, scusa, saluto una persona…che bello vederti,… finalmente ce l’abbiamo fatta a venire …

Mi sposto da un lato all’altro delle biglietterie per salutare tutti e comincio a dare i numeri: solo ora al porto saremo una quarantina, qualcuno è sbarcato sull’isola già questa mattina, e poi altri arriveranno domani con la nave delle nove… chissà, forse arriviamo ad una cinquantina.

Mi viene fame, condivido con Michèle la mia seconda banana. Michèle ha portato con sé, per le tombe di Santo Stefano, una piantina di nepitella, ovvero mentuccia, raccolta nel suo giardino. Ne approfittiamo per abbinare una fogliolina di mentuccia con una caramella alla cannella.

All’arrivo a Ventotene, Beppe e Laura, che hanno preso l’aliscafo all’ultimo minuto, mi presentano Maria Luisa, direttrice del carcere di Benevento e Luigi che in passato è stato direttore ad Avellino… saluto anche Vincenzo, che fa il cappellano nel carcere di Sollicciano ma gestisce anche Casa Caciolle un luogo per detenuti in uscita dal carcere, che non hanno più una casa fuori dove andare.

In sei ci dirigiamo verso la nostra pensione per sistemarci nelle stanze e decidere dove cenare.

Siamo in dodici allo stesso tavolo. Il ristorante è a ridosso della spiaggia, in alto una luna velata. Io mangio spaghetti con olio e formaggio, per cautela verso il mio stomaco, ma arricchisco il piatto con finocchietto selvatico raccolto per strada da Michèle, che oltre ad essere insegnante di yoga mi appare anche come la Signora delle erbe. Ricevo in regalo da Vladislav e Silvia alcuni cataloghi. Vladis ha collaborato alla cura di una mostra sullo spazio della prigione e sui sistemi di sorveglianza, prodotta da una fondazione di Mosca. La mostra si tiene a Venezia, alla Casa dei Tre Oci, nella zona della Giudecca. All’iniziativa hanno aderito diversi artisti da tutto il mondo. Anche Rossella, che arriverà domattina a Ventotene, è presente alla mostra con una istallazione sonora di voci delle detenute del carcere della Giudecca che con lei hanno fatto nel 2013 una esperienza di narrazione dei loro sogni notturni. Rossella ha dichiarato lo spazio espositivo libero dall’ergastolo. Il logo Liberi dall’ergastolo, connota anche un’altra mostra che Rossella espone attualmente, al centro d’arte contemporanea Wiels di Bruxelles, dove sono presenti sia i filmati dei viaggi a Santo Stefano che il suo intervento artistico all’interno del carcere borbonico del 2011. Ma il dono di Vladis e Silvia riguarda le riproduzioni di due quaderni di bozzetti di Nicolay Lanceray (1879 – 1942), artista e architetto russo, arrestato nel 1931 e morto nei lager sovietici. I bozzetti presenti nei due quaderni si riferiscono alla prigione di Leningrado che ospitava coloro che venivano reclutati a lavorare nelle “sharashki”, che sfruttavano il lavoro di scienziati, ingegneri e tecnici per le industrie militari e spaziali sovietiche. Gran parte dei disegni tratteggiano in dettaglio spazi e momenti della vita carceraria. (Immagine 1 e 2)

Dico a Vladis che la cura minuziosa con cui Nicolay descive gli spazi, mi fa venire in mente la meticolosità con cui una persona attualmente all’ergastolo da trentacinque anni, Mario Trudu, disegna e racconta la rimodellazione degli oggetti della cella, per immaginare e realizzare cose che in carcere si possono solo sognare, come un forno o una yogurtiera. Ho ricevuto da un amico, che fa parte dell’associazione Il Viandante di Roma, alcune fotocopie dei disegni di Trudu, che documentano la vena creativa che ti soccorre in carcere nonostante il confinamento del corpo e dell’immaginario. (Immagine 3)

14 giugno

Alle nove invadiamo il negozio della fioraia di Ventotene, comperando tutte le piantine grasse esposte. La fioraia è preoccupata perché il primo luglio il parroco dirà una messa nel cimitero degli ergastolani e lei non sa se ce la farà ad arrampicarsi fin lassù. La incoraggiamo, così rivedrà sulle tombe le piantine che ci sta vendendo. In piazza incontriamo Giuliano e Maria Cristina. Facciamo il punto della situazione. Loro hanno parlato di buon mattino con Salvatore, la guida e il custode di Santo Stefano. Salvatore è un po’ contrariato perché lo abbiamo avvisato in ritardo che quest’anno anticipavamo il viaggio di una decina di giorni, e quindi ha avuto tempi più stretti per preparare il luogo ai visitatori. Conveniamo che è una trascuratezza che non bisogna ripetere. Salvatore ci ha dato un appuntamento a Santo Stefano per l’una, dicendoci anche che raggiungeremo l’isolotto insieme a cinquanta studenti di un corso di diritto penitenziario dell’università di Pisa. Il nostro piano per la giornata subisce quindi lo slittamento di un’ora. La persone che avevano previsto di partire al pomeriggio cominciano a preoccuparsi. Ci diamo un appuntamento al porto per le 11, ma il concentramento decisivo è intorno all’una meno un quarto ai gommoni per la traversata.

Il bar del porto ha i tavolini su un balconcino proprio in corrispondenza dell’approdo della nave. Sono lì a far colazione un po’ di persone che alloggiano in varie case, quindi, carta e penna alla mano, cominciamo a fare un conto preciso del nostro gruppo già sull’isola, perché a chi dovrà preparare i gommoni serve il numero preciso di persone da traghettare. Risultato: sull’isola siamo già in 35. Prendo un caffè con Roberto e Vittoria. Roberto indossa la giacca dello Zen Peacemaker Order. Sono felice che quest’anno sia qui con Vittoria, perché nel maggio del 1998, quando ero ancora in semilibertà, ho partecipato al mio primo viaggio verso il carcere di Santo Stefano organizzato proprio da Roberto, con lo scopo di meditare, in un luogo decisamente emblematico, sulle varie forme che può assumere la reclusione nella vita quotidiana. Roberto aveva partecipato ad esperienze analoghe di meditazione per immersione, nel campo di concentramento di Auschwitz organizzate dallo Zen Peacemaker Order con la partecipazione di persone provenienti da tutto il mondo. A Santo Stefano meditammo in silenzio, ma anche attraverso scambi narrativi, all’interno dei passeggi dell’ergastolo che a quel tempo erano ancora praticabili. Ricordo che ciascuno poteva aiutarsi nella riflessione anche attraverso un foglio con la traccia della linea della vita, su cui annotare i momenti in cui aveva vissuto esperienze sociali o relazionali che lo avevano visto recluso, e quelli in cui aveva agito come reclusore, e poi poteva, se voleva, condividerli. Quest’anno Roberto proporrà una breve cerimonia di raccoglimento e meditazione all’interno del cimitero.

La nave sta attraccando. Scendiamo dal terrazzino del bar per accogliere le persone in arrivo. Abbraccio Valentina, i suoi capelli cambiano di colore ogni anno: questa volta hanno i riflessi di un azzurro celestiale, è insieme a Paolo che finalmente ha finito di scontare tutta la pena, anche il periodo di affidamento sociale. Mi vedo piacevolmente circondato da sorrisi conosciuti e volti nuovi. Nella vertigine di strette di mano e di nomi da ricordare, esorto chi è arrivato a contarsi, per capire quanti siamo in totale. Sono arrivate ventinove persone, più trentacinque, sessantaquattro. In tutto siamo sessantaquattro. In quattro anni, da un pellegrinaggio iniziato in quattro persone, siamo diventati sessantaquattro. Piacevolmente sorpreso vado ad abbracciare Nadia e Robertino, anche loro hanno trascorso una parte della vita in carcere. Nei viaggi precedenti ad aver fatto l’esperienza del carcere eravamo solo io e Beppe dell’associazione Liberarsi, quest’anno invece il carcere è ben presente anche nel vissuto di alcuni di noi.

Ore 13.30. Sia noi, che gli studenti di diritto penitenziario con il loro docente, siamo finalmente sbarcati all’approdo della madonnina. Carla mi chiede alcuni adesivi con il logo liberi dall’ergastolo per darli ad alcuni studenti. Questo mescolamento è proficuo, il loro è un viaggio didattico, sono approdati qui dopo aver visitato il carcere di Regina Coeli, Carla ha invece raccontato ad alcuni degli studenti lo scopo diverso del nostro viaggio. Giuliano conversa con il professore che li accompagna e me lo presenta. Salvatore imposta la voce per una chiamata a raccolta. Quest’anno ha un compito più impegnativo, gestire un gruppo di più di cento persone con esigenze diverse, infatti inizia la sua lunga guida narrativa già dall’approdo.

Ci incamminiamo molto lentamente, quasi in fila indiana, lungo il sentiero che porta al carcere.

“.. Non si può dire che tumulto di affetti sente il condannato prima di entrarvi: con che ansia dolorosa si sofferma a guardare i campi, il verde, le erbe e tutto il mare, e tutto il cielo, e la natura che non dovrà più vedere, con che frequenza respira e beve per l’ultima volta quell’aria pura..” Così Luigi Settembrini nelle sue memorie descrive gli ultimi sguardi del condannato. Rossella mi racconta che, ricordando queste parole di Settembrini, ha percorso il sentiero verso il carcere insieme a Veronica che le indicava i nomi delle piante, delle erbe, dei fiori. Un cammino con un’attenzione pensata alla natura e al paesaggio, come l’ultima cosa che resta prima dell’ingresso in carcere. E aggiunge: chissà?! potrebbe essere un’idea da proporre collettivamente per il prossimo anno.

Entriamo nel carcere, dopo il corridoio di ingresso, si spalanca l’anfiteatro a cielo aperto, e anche questa volta ho la sensazione di trovarmi in un’arena e di sentirmi sovrastato.

2 Nicolay lanceray

Quest’anno Salvatore, vista la grandezza dei numeri, e la fragilità e pericolosità del posto, ci spiega che chiuderà il cancello del carcere per sentirsi tranquillo durante la sua illustrazione. Mi accovaccio in un posto all’ombra, la trattazione di Salvatore si muove su diversi piani: storico, architettonico, delle politiche penitenziarie, di microsociologia del carcere. Due secoli raccontati con passione. Con lui che non batte ciglio sotto un sole a picco, e noi a spostarci lungo le strisce d’ombra. Ogni anno aggiunge qualcosa di nuovo e arricchisce il suo racconto. Ha inserito nella sua narrazione anche la storia del cimitero ed il nostro intervento, che ha ridato i nomi ad alcune delle persone sepolte.

Vladis fotografa con cura ogni angolo del penitenziario, è talmente preso che non si cura del sole che lo scotta. Mi dirà poi, immaginandosi dal lato dell’architetto, di essersi trovato al cospetto di un’ideazione unica al mondo, considerato anche il luogo impervio dove è stata immaginata.

Vittoria, che lavora nel campo editoriale, mi suggerisce che sarebbe importante organizzare con Salvatore una pubblicazione del suo racconto, e della documentazione fotografica, unica, di cui lui dispone, basterebbe registrarlo e poi rifinire il testo. Bisognerà pensarci seriamente, parlarne con lui. Usciamo, per recarci al cimitero.

Alcune croci sono cadute. Le ancoriamo nuovamente alla terra e le fissiamo con alcune pietre. Comincio a depositare alcune piantine sulle prime tombe che incontro. Man mano che entrano le persone del nostro gruppo si attivano per interrare le piantine. Max, che è partito da solo dalla provincia di Bologna, mi scriverà, a viaggio concluso, che è rimasto sorpreso per la forza che gli ha dato adagiare nella terra secca le piantine, farlo con cura, sentirlo un atto voluto… come se il toccare quella terra fosse anche prendere contatto con un senso di responsabilità individuale. Viviana, come lo scorso hanno, è partita da Roma con una scatola di piantine raccolte sulla terrazza di casa. Le distribuisce. Ne prendo alcune dalla sua scatola. Michèle ha acceso degli incensi, Peppe semina del miglio. Si narra infatti in un romanzo che in punto di morte, un personaggio, convinto anarchico, avesse chiesto alla figlia, di non portargli sulla tomba fiori ma miglio, affinché gli uccelli, che si sarebbero posati per beccarlo, gli tenessero compagnia.

Roberto ha scelto un angolo del cimitero leggermente in ombra, con Paolo, un nostro comune amico di Roma, mi avvicino. Ci inginocchiamo. Anche altre persone si dispongono intorno. Con il primo rintocco della piccola campana della consapevolezza che Roberto ha tra le mani, inizia la cerimonia. “Ci inchiniamo alla Terra, ci inginocchiamo o ci sdraiamo profondamente, il più lentamente possibile e tocchiamo la Terra con la fronte, ci svuotiamo in modo da diventare tutt’uno con la Terra…”

Quando mi sollevo mi vedo parte di un piccolo cerchio di persone in raccoglimento. I rintocchi scandiscono l’inizio e la fine di ciascuna prosternazione sulla terra del cimitero. Con l’ultimo rintocco per l’ultima prostrazione, Roberto legge una poesia dal titolo: “Chiamatemi con i miei veri nomi”, di Thich Nhat Hanh, monaco vietnamita, fondatore del “buddhismo impegnato”, che è stato esponente, negli anni sessanta-settanta, del movimento per la pace in Vietnam. Alcuni monaci di quel movimento arrivarono a bruciarsi vivi per far sapere al mondo che non volevano quella guerra. “……
Il ritmo del mio cuore è la nascita e la morte di tutto ciò che è vivo.
Io sono un insetto che muta la sua forma sulla superficie di un fiume.
E io sono l’uccello che, a primavera, arriva a mangiare l’insetto.
Io sono una rana che nuota felice nell’acqua chiara di uno stagno.
E io sono il serpente che, avvicinandosi in silenzio, divora la rana.
Sono un bambino in Uganda, tutto pelle e ossa, le mie gambe esili come canne di bambù,
e io sono il mercante che vende armi mortali all’Uganda.
Io sono la bambina dodicenne profuga su una barca,
che si getta in mare dopo essere stata violentata da un pirata.
E io sono il pirata, il mio cuore ancora incapace di vedere e di amare.
Io sono un membro del Politburo, con tanto potere a disposizione.
E io sono l’uomo che deve pagare il “debito di sangue” alla mia gente,
morendo lentamente in un campo di lavori forzati.
La mia gioia è come la primavera, così splendente che fa sbocciare i fiori su tutti i sentieri della vita.
Il mio dolore è come un fiume in lacrime, così gonfio che riempie tutti i quattro oceani.
Per favore chiamatemi con i miei veri nomi, cosicché io possa udire tutti i miei pianti e tutte le mie risa insieme,
cosicché io possa vedere che la mia gioia e il mio dolore sono una cosa sola.
Per favore, chiamatemi con i miei veri nomi, cosicché io mi possa svegliare
E cosicché la porta del mio cuore sia lasciata aperta, la porta della compassione”.

Uscendo dal cimitero scorgo un gruppo di amici che conversano tra loro, seduti intorno alla tomba di Gaetano Bresci. Mentre Michèle mi racconta la sua sensazione di cupezza e oppressione all’interno del carcere e invece di serenità quando siamo entrati nel cimitero.

E’ più tardi del solito, le persone che devono prendere l’aliscafo delle sei partono per prime con gli studenti di Pisa, noi arriveremo un po’ dopo all’approdo di Ventotene.

Anche quest’anno avevamo previsto un incontro fra tutti i partecipanti, in una sala nella piazza principale, per condividere in gruppo l’esperienza. Sarebbe già ora di incontrarci, ci consultiamo, ma giustamente, ognuno vuol correre verso una doccia, un tuffo in mare, prepararsi una cena, e siamo anche molto stanchi. L’assenza di questo momento d’insieme mi resta come l’aspetto mancante di questo viaggio.

Va detto anche che siamo rientrati a Ventotene giusto in tempo. Durante la sosta al bar scoppia infatti un temporale che trasforma il primo tratto di strada verso la pensione che devo raggiungere, in un torrente d’acqua. Non resta che aspettare che spiova.

Dopo la bufera l’arcobaleno che appare, mentre con Silvia salgo verso l’interno dell’isola, nasce dal mare per rituffarsi in mare. L’isolotto di Santo Stefano vi si trova al centro, sospeso sull’acqua in una foschia rosa. Cessata la nostra ansia fotografica è lo spettacolo che fotografa il nostro stupore.

La sfida. Gennaro, che fa il cuoco di professione, lancia una sfida al ristorante dove abbiamo cenato la sera prima, promettendo di prepararci, in casa, un pranzetto da leccarci i baffi e con un costo minimo di condivisione della spesa. Ma, al di là della sfida, il suo desiderio vero era quello di creare un momento conviviale. La tavola è imbandita per 15 persone, abbiamo esteso l’invito ad altri viaggiatori e viaggiatrici. Ha cenato con noi anche Franchino, il proprietario della pensione. Paccheri con gamberi e cozze, oppure pasta con melanzane a funghetto per commensali vegani, mozzarelle, insalata di pomodori, macedonia di frutta, vini. Siamo troppo affamati per applaudire Gennaro dopo la prima forchettata, dovrà aspettare che il primo piatto finisca per assaporare il nostro plateale entusiasmo. L’aspetto conviviale si prolunga fino alle due di notte, quando l’ultimo gruppetto rimasto, su sollecitazione di Vladis, che è vissuto dall’altra parte del muro, si effonde in una libera conversazione su cosa abbiamo pensato dopo la caduta del muro di Berlino.

3 Mario Trudu (1)

15 giugno

L’aliscafo delle 9e45, si è rotto, partiamo con un altro aliscafo, due ore dopo. Mentre mi allontano da Ventotene cerco di non lasciarmi sfuggire, annotandola sul mio quaderno, una conversazione avuta, durante l’attesa, con Cesare, Mattia, Davide, Caterina, Vladis, Silvia, e altri artisti che hanno partecipato al viaggio. Si commentava l’unicità dell’esperienza vissuta, soprattutto da chi era al suo primo viaggio, e il gruppo rifletteva sul dispositivo architettonico del carcere borbonico, e sulla relazione di potere che quel dispositivo cristallizza. Come anche Salvatore, la nostra guida, ci fa osservare, il meccanismo architettonico del carcere borbonico è immaginato sia per consentire a chi gestisce il potere, di osservare costantemente il recluso (cosa tipica del dispositivo panottico), ma anche per offrire uno spettacolo del potere. Infatti l’architetto Carpi, costruì Santo Stefano per volere dei Borboni, tenendo presente la struttura del teatro San Carlo di Napoli. Questo spettacolo del potere si svolgeva sia attraverso le punizioni pubbliche che venivano inflitte al detenuto nella piazzale del carcere, con gli altri reclusi che guardavano dagli spalti, sia attraverso la cappella posta al centro del piazzale dove veniva effettuata la messa. Dove quindi il potere religioso della Chiesa si rappresentava. Cesare osservava che il restauro della cappella, l’unico fatto di recente, ne ha purtroppo stravolto la forma originaria perché ha chiuso le aperture che essa aveva in origine, che consentivano ai detenuti di guardare dalle celle l’interno della cappella e al cappellano di stare come in un palcoscenico. Ci siamo chiesti se fosse reperibile una documentazione su come operava la Chiesa nel carcere Borbonico. Si conveniva che il carcere di Santo Stefano ha delle particolarità che andrebbero conosciute e valorizzate a livello internazionale. Inoltre, se il carcere di Santo Stefano fa vedere la stratificazione dei dispositivi di potere che lo hanno caratterizzato nei secoli e che ancora caratterizzano i sistemi reclusivi, il cimitero ci mette di fronte alla natura dell’ergastolo come pena. In gergo carcerario quando si viene condannati all’ergastolo si dice avere preso l’erba, avere l’erba sul groppone, cioè essere sepolti vivi in attesa della sepoltura definitiva. Questa natura dell’ergastolo non è riferibile solo alla pena a vita fino agli anni cinquanta e sessanta, come si ricava dalle targhette che siamo riusciti a mettere sulle tombe di alcuni dei defunti di Santo Stefano, ma riguarda anche l’ergastolo contemporaneo. L’ultimo ergastolano morto in carcere di cui si ha notizia si chiamava Giovanni Pollari, 65 anni siciliano, stroncato da un infarto il 3 maggio di quest’anno, nel carcere di Sulmona dove sono reclusi altri 200 ergastolani che hanno visto, nella sua morte, il loro futuro. (Maria Trozzi, http://www.quiquotidiano.it, 4 maggio 2014)

Nicola Valentino

Intervista al Prof. Stefano De Filippo, maestro all’Ergastolo di Santo Stefano da ottobre a dicembre del 1957 (di Melania Del Santo)

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M.: Professo’, raccontatemi un poco di questa esperienza. Quanto tempo siete stato a Santo Stefano?

Pr.: Ci stetti solo 3 mesi a S. Stefano, da ottobre a dicembre, fino alle vacanze di Natale.Gli ultimi giorni in carcere mi ammalai di tifo. Mi venne la febbre alta, a 41 C.Mi ricordo quando avevo la febbre che sono stato chiuso un po’ di giorni nella cella… una notte mi sono alzato che mi mancava l’aria perché la cella era piccola e si era consumato l’ossigeno.Aspettavo ogni giorno il “vapore” (la barca) che non veniva da qualche giorno perché c’era il mare agitato. Ad un certo punto venne un carcerato: <<Professo’, professo’, la barca. La barca è arrivata!>>. E così finalmente me ne andai a Ventotene dove c’era mia moglie che abitava là perché insegnava nella scuola elementare di Ventotene. Il comune aveva messo a disposizione una barca che faceva servizio per chi lavorava al carcere. C’era un barcaiolo che lavorava per il comune che la guidava. Dopo qualche anno morì perché prese il tetano a causa di un chiodo arrugginito con il quale si ferì proprio mentre puliva la barca.A Ventotene a quel tempo non si stava bene. Era come andare ai lavori forzati per i maestri, come per mia moglie. Era una sede troppo disagiata.Quando il mare era mosso era pericoloso attraccare a Santo Stefano. Dalla barca bisognava fare un salto, tant’è vero che qualcuno era pure caduto in acqua… qualche guardia (ride).A volte anche per 4 o 5 giorni non arrivava la barca. Come quella volta che ebbi la febbre io. Tant’è vero che non attraccammo neanche al porto di Ventotene quando mi portarono via, ma dietro.

M.: Quanti maestri eravate?

Pr.: Nel carcere eravamo due insegnanti, io e un collega di Gaeta perché c’erano 2 sezioni. Si faceva scuola dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 11. La barca che faceva servizio da Ventotene a Santo Stefano arrivava tutti i giorni alle 7.30 per portare le guardie carcerarie. Ma poi alle 9 andava via e quindi dopo le 11 non c’era più il servizio del “vapore” che ci poteva riportare indietro. Allora io e il collega di Gaeta stavamo là tutta la settimana, come i carcerati, ma solo dal lunedì al venerdì.

M.: Professore, dove dormivate?

Pr.: Nella cella. Nel carcere c’erano gli appartamenti per il direttore e per gli impiegati della direzione. Alcune guardie carcerarie, quelle che avevano famiglia, vivevano là, sempre negli appartamenti. Invece i giovani scapoli che lavoravano nel carcere dormivano nelle celle vuote, adibite ad alloggi per i lavoratori più giovani. Come noi.

M.: Quanti erano i carcerati a quel tempo?

Pr.: Un centinaio, o forse meno.

M.: Che tipo di lezioni facevate?

Pr.: Facevamo lezioni di italiano, matematica, storia e geografia. Nella mia classe c’erano 3 o 4 di quelli della banda Giuliani. Il vice di Giuliani, si chiamava Terranova, e poi ‘On Pisciotta (ndr. Don Pisciotta. Da un po’ di ricerche fatte poteva essere Salvatore, padre di Gaspare il quale nel ’57 era già morto). Poi c’erano diversi altri detenuti che avevano fatto varie cose, dall’omicidio alla… strage di persone! Questi della banda Giuliani erano ben istruiti, preparati, “scafati”. Con loro si potevano fare discussioni più alte rispetto agli altri detenuti. Anche quelli che sapevano leggere e scrivere, venivano lo stesso a scuola, per perdere un po’ di tempo. Parlavamo anche di argomenti di attualità, ragionavamo di cose come lo sbarco sulla Luna che in quel periodo era un dibattito molto acceso (ndr: Sputnik 1, sovietico, 4 ottobre 1957; Sputnik 2, 3 Novembre 1957). Ti ricordi il cane Laika? Soprattutto i siciliani erano assai interessati. Avevamo materiale didattico. Si facevano compiti scritti, ma anche dibattiti su argomenti che leggevamo sul giornale. Era bello.

M.: C’erano le guardie in classe?

Pr.: Quando insegnavo c’era sempre una guardia di piantone per difendermi, ma non ce n’è stato mai bisogno. Era un ambiente tranquillo.

M.: E di pomeriggio che facevate?

Pr.: Anche di pomeriggio continuavamo le discussioni iniziate in classe, oppure andavamo a parlare in direzione o col ragioniere. Parlavamo sempre nella piazzetta quando c’era il sole, chi diceva una cosa, chi un’altra, era un ambiente non pericoloso. Ognuno aveva i propri compiti e là dentro erano liberi. Mo’ ti racconto un aneddoto. Quando stavamo liberi (fuori dall’orario scolastico) passeggiavamo per il cortile circolare con qualcuno di questi della banda Giuliani. Quando incontravamo una guardia, il detenuto la chiamava con un soprannome che era uno storpiamento del cognome. Io chiedevo, ma se tu sai il cognome, perché la chiami così? E loro dicevano: noi abbiamo la matricola, veniamo chiamati con un numero, allora per dispetto cambiamo il nome pure noi alle guardie. Però erano “contranomi” senza cattiveria.

M.: Che facevano i carcerati durante la giornata?

Prof.: Alcuni lavoravano in un laboratorio, un bel laboratorio di tessitura. Cotone, seta… stava al piano terra. L’attività principale era proprio nel laboratorio tessile, ma questi prodotti erano gestiti dalla direzione. Altri facevano i muratori e altri erano addetti alla manutenzione del carcere. Alcuni detenuti poi lavoravano alla casa colonica che stava fuori. In questa casa abitava una famiglia di affittuari o mezzadri. Coltivavano le lenticchie che erano prodotti locali, nella fattoria che stava fuori. I prodotti però là (nel carcere) non arrivavano. Quelli che lavoravano la terra fuori percepivano la mercede.

M.: Come era tenuto il carcere a quel tempo?

Prof.: Il carcere era tenuto bene, i detenuti lavoravano per tenerlo pulito e facevano tanti lavoretti di manutenzione.

M.: Come era organizzato logisticamente?

Prof.: A piano terra, vicino al cortile, c’era la direzione e un vano che era un centro di commercio dove venivano gli ambulanti che portavano scarpe, pantaloni ecc. per i detenuti. Alcuni detenuti lavoravano l’uncinetto, facevano cose tipo sciarpe, centrini mantelline che vendevano in questo centro agli ambulanti per fare un po’ di soldi da mandare alle famiglie.

M.: I detenuti percepivano una paga?

Prof.: Sì, i detenuti percepivano la mercede, uno stipendio dato dallo stato per i lavori che facevano. Una parte di questi soldi li mandavano alle famiglie, una parte invece serviva a loro.

M.: Professore, si ricorda di qualche detenuto?

Prof.: Prima di prendere servizio a Santo Stefano io non avevo mai visto un detenuto. Quando arrivai il primo giorno fui accolto da un signore vestito a righe. Questo era un ergastolano che faceva il segretario, l’uomo di fiducia del direttore. Era lui che riceveva quando il direttore non c’era.

M.: Si ricorda chi era questo signore?

Prof.: Era un alunno d’ordine delle ferrovie. Una notte mentre era di servizio con il capostazione cercò di scassinare la cassaforte per prendere i soldi. Mentre stava facendo questa operazione arrivò il capostazione e allora lui… lo ammazzò (sussurrato). Era un bel giovanotto. Poi c’era un altro, il nipote del ministro Spadaro. Prima era stato un ufficiale dell’aeronautica ed aveva un’amante, una signora ricca, più anziana. Una notte la ammazzò per prendersi tutti i gioielli. Questo ragazzo faceva l’operatore della televisione perché ne capiva. Infatti nella mensa c’era la televisione.

M.: C’erano detenuti politici?

Prof.: Quando stavo io non c’erano detenuti politici, ma prima, soprattutto durante il fascismo erano tutti antifascisti. Mi hanno raccontato che c’era stato Settembrini. Lo sai che all’inizio del Novecento c’erano i briganti che vivevano a Ventotene nelle grotte?

M.: Avevate dei rapporti migliori con alcuni detenuti piuttosto che con altri?

Prof.: Non c’erano detenuti preferiti per noi, ma sicuramente c’erano detenuti più colti, alcuni erano ingegneri. Quelli più importanti erano quelli della banda Giuliani. Gli altri detenuti li chiamavano “i nobili”. Quindi le differenze tra i detenuti erano evidenziate da loro stessi. Riconoscevano quelli della banda Giuliani, diciamo, come intellettuali va.

M.: Dove mangiavate?

Prof.: C’era il refettorio e la cucina dove cucinavano stesso i detenuti. Però il cibo buono non c’era.

M.: Che mangiavate?

Prof.: Per esempio pasta e polvere di piselli. Pasta e polvere di fave. Roba secca. Mangiavamo tutti insieme: guardie, detenuti e maestri, sia a mezzogiorno che la sera. Qualche guardia qualche volta si portava cibo da Ventotene e se lo faceva preparare. Allo spaccio però cibo buono non ne arrivava.

M.: Quindi i detenuti non erano rinchiusi .

Pr.: No no, i detenuti, erano “liberi”, non stavano chiusi nelle celle. Invece le famiglie delle guardie stavano sempre chiuse dentro casa perché, soprattutto i detenuti muratori che spesso stavano in giro, era facile che andassero a bussare alle porte delle mogli delle guardie per… (ride). Mi ricordo un muratore che stava sempre arrabbiato, stizzoso.

M.: I parenti dei detenuti venivano?

Pr.: I parenti dei detenuti non venivano mai, erano come dimenticati. Le guardie ci dicevano che non dovevamo fidarci dei detenuti perché se ne potevano approfittare per far uscire delle lettere fuori dal carcere. C’era la censura, la posta non poteva uscire. Alcuni ci tenevano a farsi ben volere da noi per poter far uscire fuori le lettere indirizzate ai parenti. Il capo reparto del laboratorio tessile stava sempre vicino a me, mentre le guardie (o il direttore) mi dicevano di stare attento. Usavano la tattica di avvicinarsi e raccontare la loro storia, dicendo <<sì abbiamo sbagliato>>, ammettendo il loro errore, però sempre giustificando la causa e dando una spiegazione a quello che avevano fatto. Avevano un’arte nel farsi ben volere.

M.: Ma voi sapevate i loro reati?

Pr.: In direzione c’erano le schede con i reati dei detenuti, ma erano riservate. A volte qualcuno ci diceva qualcosa, ma noi non le potevamo leggere. I detenuti non ci parlavano mai di quello che avevano fatto gli altri. Il detenuto che ne parlava, al massimo parlava del suo reato, ma soprattutto per giustificarsi. Per dire “je nun so’ malament’. Nun so’ cattivo”. Voleva dimostrare che era una brava persona, e quello che avevano fatto aveva una spiegazione, che c’era una ragione alla causa, diciamo così. Invece quelli di Giuliani non ne parlavano mai di quello che avevano fatto, del perché stavano là dentro. Erano quelli “più spiccioli” che ne parlavano.

M.: Si ricorda del cimitero?

Pr.: Quando facevamo le passeggiate, in un certo punto, prima del cimitero, c’era un’immagine che chiamavano l’incompiuta, vicino al muro. L’avevano fatta un paio di detenuti che chiesero al direttore il permesso di dipingere questa immagine. Lo scopo però era quello di scappare. Un giorno che andarono a dipingere si tuffarono e scapparono a nuoto fino a Ventotene. Presero una barca per scappare a Ischia, però poi furono presi. E quindi l’immagine rimase incompiuta. Il cimitero era chiuso, non si poteva entrare. C’erano due colonne con la scritta: “Qui finisce la giustizia umana, qui comincia la giustizia divina”.Ci sono andato una sola volta. Poi non ci sono mai più tornato.

M.: E al carcere ci è mai più tornato?

Prof.: Dopo le vacanze natalizie tornai là per dare le consegne e andai a salutare i ragazzi dicendo che mi dispiaceva, ma che me ne dovevo andare. Proprio quelli della banda di Giuliani mi dissero: “Professore, ci dispiace che ve ne andate perché siete una brava persona, però siamo contenti che ve ne andate da questo luogo schifoso che non è per voi”. Alla fine posso dire che si stava bene comunque là, anche il mio collega di Gaeta lo diceva, e lui stava da due anni. Se non mi fosse venuta la febbre sarei rimasto. E poi era conveniente stare nella scuola carceraria, venivamo pagati dallo Stato, dal Ministero di grazia e giustizia e dal provveditorato. Nei confronti del maestro c’era un gran rispetto. E l’ambiente era gioioso perché si discuteva molto. Nella vita mi è piaciuta questa esperienza che ho fatto. E’ stata breve a causa di quella febbre, però bella.

 

 

 

SULLE TRACCE DELLA MAPPA DI VERONELLI SULL’ISOLA di SANTO STEFANO (VENTOTENE)

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Abbiategrasso, 16 gennaio 2014

Il 23 giugno del 2012 siamo andati per la prima volta al Cimitero degli Ergastolani dell’isola di Santo Stefano (Ventotene).
Ci siamo andati per immaginare e chiedere un orrizonte liberato dalle carceri.
Per opporci alla tortura che viene praticata nelle carceri italiane
attraverso l’ergastolo, le sezioni del 41 bis, il sovraffollamento in molte sezioni penali e giudiziarie, il permanere degli ospedali psichiatrici giudiziari e le case di lavoro (sottoposte alla “pericolosità sociale” che può essere reiterata a vita), la presenza ancora di bambini e bambine con le loro madri in sezioni carcerarie, le numerose morti…
Ci siamo andati con un pensiero ai fratelli e ai compagni a cui è stata negata  e limitata la libertà.

Ci siamo andati per portare dei fiori sulle tombe e per ridare il nome alle persone sepolte. Abbiamo fatto questo aiutati da uno scritto di Lugi Veronelli,  che qualche tempo dopo la chiusura del carcere fece un viaggio sull’isola addentrandosi fin nel cimitero alla ricerca della tomba di Gaetano Bresci, ricostruendo anche la mappa nominale di gran parte delle 47 tombe. Poco prima di morire scrisse ancora di S. Stefano, un testamento.
Luigi Veronelli da cui abbiamo imparato molto. Luigi Veronelli: enologo, gastronomo, anarchico e scrittore.
Luigi Veronelli, l’ideatore di Critical Wine, insieme ai compagni e animatori di molti centri sociali italiani. Critical Wine che abbiamo attraversato e costruito anche noi e di cui La Terra Trema  è la nostra personale evoluzione.
Siamo andati a S. Stefano perchè c’è la tomba di Gaetano Bresci e altre tombe di altri esseri umani morti perchè ostili al sistema, ribelli ai dispositivi del potere, ribelli individuali o collettivi. Sepolti lì, prima da vivi e poi da morti.

Banditi.

Siamo tornati l’anno successivo, nel 2013,  e quest’anno ci siamo ritornati , con i compagni  con cui condividiamo questo pellegrinaggio e un legame fraterno da tre anni. Siamo tornati su quell’isola,  in quel carcere che racconta la storia d’Italia e in quel cimitero per ricordare, portando dei fiori, l’appartenenza alla comunità umana delle persone che lì sono sepolte, e di tutti coloro che si spengono socialmente e muoiono fisicamente all’ergastolo.

Folletto 25603, La Terra Trema

 

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Un incontro inatteso
di Luigi Veronelli  (da Rivista Anarchica Online)

Cronaca dell’“incontro” tra il celebre anarchenologo e Gaetano Bresci.

Molti dei miei lettori – molti? Pressoché tutti – si meravigliano delle mie cavalcate (cavalcate fuori argomento). “Ex Vinis” è il titolo; solo di vini dovrei scrivere e per estensione, di cibi e di turismo. Considero d’obbligo giustificarmi. Scrivo di vini, di cibi e di turismo, alla continua «presenza» dell’uomo. Non rimpiango affatto di aver abbandonato – 1956, o giù di lì – l’intrapresa via della speculazione filosofica. Non ho rimpianto da che so che non ne sarei stato capace; che mi sarei fermato – così come, alla fin fine, è avvenuto – al primo intoppo. (…). Mi sono occupato, di contro, nel modo più completo e professionale di editoria. I primi volumi furono di filosofia e di lettere; poi…poi mi accorsi che non ero imprenditore – economico, dico – e che mi sarebbe convenuto applicarmi a quel che mi riusciva meglio: l’assaggio dei cibi e dei vini e il loro racconto. Cibi e vini che riguardano in modo diretto, in modo più diretto che ogni altro argomento, l’uomo e la vita.
Credo – da quegli anni cinquanta – che vi sia una chiave reale, per una sorte felice dell’uomo, per una sua vita migliore. Quella chiave bene si esprime in due parole: la libertà dell’altro. Questa, solo questa, è la ragione per cui non mi sembra di staccarmi da quel mio titolo, “Ex Vinis”, quando non scrivo, puntuale, di vini di cibi e di turismo.
Ciascuno degli elementi di quel viaggio è sempre un gioco, sempre rispettato. Sì, anche ora che mi decido, finalmente, a raccontarti – amico lettor mio, amica mia paritaria – di una vicenda in Santo Stefano, uno scoglio più che un isolotto, pressoché sconosciuto, proprio di fronte a Ventotene, isola grande.

Luigi Veronelli

L’antica Pandataria

Stassentire.
Ventotene – per quelli della mia generazione, che uscivano dall’orrifico fascismo (all’inizio della seconda guerra mondiale avevo 14 anni) – non era il luogo di varie attrattive che è oggi. Isola del mar Tirreno che appartiene (con l’isolotto di Santo Stefano) al gruppo più orientale dell’arcipelago delle isole Pontine.
Anticamente era chiamata Pandataria e vi furono deportati molti illustri esponenti dell’aristocrazia romana e, addirittura, delle famiglie imperiali come Giulia, Ottavia e Agrippina Maggiore.
Settembre 1964. Mario D’Ambra, allora l’indiscutibile, reale promoter della vitivinicultura campana (i suoi vini d’Ischia – Biancolella, Forrastera e Per’e Palummo, erano i soli ad aver campo nei ristoranti d’Italia tutta), aveva invitato me e i miei familiari, Maria Teresa, moglie, Benedetta, Chiara e Lucia, figlie, per una vacanza in quello scoglio a lui caro per la sconvolgente bellezza dei luoghi, la solitudine e la caccia alle beccacce e ai beccaccini. Fossi saggio, avrei tenuto un diario. D’estremo interesse per le tante «avventure». Sì, s’era soli. Allo sbarco, in una cala minima e rocciosa, aperta al mare mosso (si saltò, letterale, dal barcone che ci aveva prelevati in Ventotene, su uno scoglio, bagnato viscido, noi e le valigie), ci accolse un contadino e la sua mula.
Lungo un viottolo, quasi sempre a picco sull’onde, carica, stracarica la mula, giungemmo all’unica costruzione – aveva un non so che di spagnolesco – ove ci accolse Mario. Era stata, ci disse, la casa fuori del Penitenziario che si ergeva sul culmine dello scoglio, imponente e tetro. Già allora il sinistro luogo di pena era stato spogliato di tutto, proprio tutto, sino a scardinare gli infissi, gli impianti igienici, le tubature, i cancelli, le barre, quant’altro. Era ancor più sinistro di quel che doveva già essere negli anni in cui ospitava gli sciagurati, sventurati, derelitti.
Penitenziario, per i condannati a vita. L’ergastolo. Nessuna volontà di redimere. Solo persecuzione e pena. Sì, quel mancato diario. Dell’avventure – tante, gioiose – ne racconto una sola, tristissima.
Ho camminato i lunghi corridoi e le celle; ho sostato – si arrovesciava il cuore – nelle «gabbie» di rigore, un metro e mezzo, per un metro e mezzo, per un metro e mezzo, sottosuolo. Chi v’era rinchiuso non poteva stare eretto. Sapevo della lunga detenzione, in quelle celle, cui era stato costretto Gaetano Bresci, il giovane atleta, giunto di lontano, per attentare e uccidere, 29 luglio 1900, re Umberto I. Lo aveva fatto. E oggi ci si rende ben conto: aveva sbagliato.
Oggi. Era venuto d’America, sdegnato per le repressioni vili e sanguinarie, fine 1800 e convinto, allora, che uccidere un re, colpevole verso l’umanità, fosse un atto risolutivo.
Fu rinchiuso in una delle gabbie, sottosuolo, in Santo Stefano.
Se la cammini, l’isola, anche nei luoghi più incantati per l’ardire senza eguali della bellezza, appena ti estranei, senti voci non solo del vento. Ti raccontano le persecuzioni di cui fu oggetto, in quelle gabbie, un metro e mezzo, per un metro e mezzo, per un metro e mezzo.

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Condanna a morte

Gaetano visse da uomo libero.
Non rinnegò la sua idea. Non ottenne un metro, per un metro, per un metro, di più. Non ergastolo. Fu condanna alla morte. Morì pesto e battuto nella carne (la sua anima non poteva essere battuta, pestata, offesa, era l’Anima), dieci mesi dopo, 22 maggio 1901.
Maria Teresa e le figlie, in quel periodo tra i più belli della nostra vita, una volta sola si accorsero del mio turbamento.
Quando entrammo nel minimo cimitero, infoibato tra le rocce (ti voltavi ed era un paradiso: il mare e un po’ decentrata, l’isola di Ventotene), una frase all’ingresso: «Qui finisce la giustizia degli uomini. Qui comincia la giustizia di Dio», minime croci di ferro arrugginito e dei cartigli ai piedi. Là, proprio là, il cartiglio di Gaetano Bresci.
Piangevo, va da sé; Maria Teresa mi guardava commossa. Mi prese la mano. Sorprese le bimbe e ammutolite.

Trascrissi, a uno a uno i nomi dei cartigli:

entrando a sinistra:
Montalbano G. 15.4.1906/11.7.1959
De Roma Francesco 15.2.1945
Donatangelo Pasquale 13.9.1954
Durante Felice 14.3.1944
Lai Salvatore 28.9.1931
Entrelli Rocco 16.8.1950
Mediati o Mediali Rocco 26.2.1952
Imbrindo Domenico 9.7.1950
Iacono Lucio 21.2.1940
Forte Michele 24.9.1945
De Rocca Salvatore 26.5.1949
Toscailli o Roscailli Benedetto 6.12.1943
distrutta
Giorgi Luigi 27.6.1914
distrutta

entrando da destra:
distrutta
Lota Kasem 16.2.1945
Dosko o Posko Nazir 9.6.1945
Ussello Giuseppe 15.5.1945
Galdi Giuseppe 16.5.1938
Nangini Guido 28.10.1946
Saracco Natale 29.5.1926
distrutta
Di Benedetto Vincenzo 19.11.1918
Sacchi Luigi 20.9.1917
Carota Antonio 25.4.1915
Reda o Beda Giuseppe 9.10.1915
Si scendono 3 gradini a destra
Pilia Benigno 19.2.1923/22.7.1962
Di Santo Rufino 11.6.1888/12.5.1957
Bresci Gaetano 22.5.1901
Messina Pietro 27.8.1908/26.4.1962
Lizio Rossano 17.1.1904
De Cuzei Giuseppe 12.6.1904
Pannuccio Antonio 25.9.1904
Monte Gaetano 3.5.1904
Biase Donadio 18.2.1904
Gemina (?) Domenico 30.10.1904

si scendono 3 gradini a sinistra:
distrutta
Baetta Filadelfo 30.3.1909 ?
Rodessi Giovanni 14.6.1909
Fissore Giuseppe 31.1.1909
Tupponi Sebastiano 30.3.1908
Lai Antioco 29.6.1908
Baches Raffaele 7.11.1906

Quante volte mi sono chiesto: sarebbe stato giusto confidare prima questa mia scoperta? Come sarà, oggi, quel desolato luogo? Avrei dovuto – avrei voluto – divenisse meta di un pellegrinaggio mio – mio, solo mio – annuale.
Fare di quel luogo la mia Mecca. Non ci sono mai tornato. Questo non ritorno pesa, sull’animo mio, come un macigno.

Luigi Veronelli

tratto dal “Bollettino n. 16”, dicembre 2000, del Centro Studi Libertari di Milano

 

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S. STEFANO (da Carta, Ottobre 2004)

L’isolotto di Santo Stefano è il “resto” di una antica eruzione sottomarina, una successione di basalti e di tufi. Il più orientale e piccolo dell’arcipelago pontino, ha forma ellittica con un diametro massimo di 750 metri da est ad ovest, minimo 500 da nord a sud; la circonferenza è di 2 chilometri, l’altezza di 68 metri.
Gli è stato dato il nome in onore di Santo Stefano, martire del 35 d.C.. Un suo discorso ripercorreva la storia di Israele, da Abramo a Gesù, e metteva in evidenza il disegno di Dio e l’infedeltà del popolo. Gran scandalo. Gli oppositori, furibondi, lo condussero fuori città e lo lapidarono. All’esecuzione era presente Saulo, il futuro Paolo apostolo, che: “approvava e stava a guardia dei mantelli dei lapidatori”.
Sì, alla bellezza e alla serenità sconvolgenti dei panorami, lugubre la storia. Già dagli imperatori romani, fu luogo di deportazione. Augusto vi relegò la figlia Giulia; Tiberio, Agrippina; Nerone, la moglie Ottavia, e qui la fece uccidere. Qualche secolo dopo, Ferdinando IV eresse l’Ergastolo (la E, maiuscola, è voluta: millanta i santi e i martiri che vi furono rinchiusi). Penitenziario eretto nel 1794-95 a tre piani, 99 celle e un cortile per l’aria dei carcerati.
L’isolotto era stato acquistato, anni sessanta, da un vignaiolo mitico, Mario D’Ambra (meditava d’impiantarvi vigne di forrastera e di perèpalummo). Un suo contadino abitava quello che era stato – fuori dalle mura del carcere – una avanguardia. Grande sala con un camino e vari vani per gli ospiti, cacciatori, soprattutto da che l’isolotto ha fama per il passaggio di beccacce e beccaccini (il contadino, un genio, aveva provvisto ad una minima conigliera; ad ogni sacrificio ubriacava le bestiole di alcol, così che non avessero il rigor mortis).
Fui il solo ospite con le mie quattro donne: Maria Teresa, moglie, Bedi, Chiara e Lucia, figlie.
Dedicavo le ore familiari al mare (luogo migliore: una buca basaltica, prediletta, anni annorum, da Agrippina); le ore notturne, solo mie, all’Ergastolo, per “ricerche” sul santo martire, Gaetano Bresci.
Ho camminato i lunghi corridoi e le celle; ho sostato – si arrovesciava il cuore – nelle “gabbie” di rigore, un metro e mezzo, per un metro e mezzo, per un metro e mezzo, sottosuolo. Chi v’era rinchiuso non poteva stare eretto.
Sapevo della lunga detenzione, in quelle celle, cui era stato costretto il giovane atleta, giunto di lontano, per attentare e uccidere, 29 luglio 1900, re Umberto I. Lo aveva fatto. Ed oggi ci si rende ben conto: aveva sbagliato. Oggi.
Era venuto dagli States ove collaborava a “La questione sociale”, inferocito per le repressioni vili e sanguinarie di Bava Beccaris, fine Ottocento. Si era convinti, allora, che uccidere un re, colpevole verso l’umanità, fosse un atto risolutivo. Fu rinchiuso in una delle gabbie, sottosuolo, in Santo Stefano.
Se la cammini, l’isola, anche nei luoghi più incantati per l’ardire senza uguali della bellezza, appena appena ti estranei, senti voci, non solo del vento. Ti raccontano le persecuzioni di cui fu oggetto, in quelle gabbie, un metro e mezzo, per un metro e mezzo, per un metro e mezzo. Visse da uomo libero. Non rinnegò la sua idea. Non ottenne un metro, per un metro, per un metro, di più. Non ergastolo.
Fu condanna alla morte. Morì pesto e battuto nella carne (la sua anima non poteva essere battuta, pestata, offesa; era l’Anima), dieci mesi dopo la reclusione, 22 maggio 1901.
Maria Teresa e le figlie – in quel periodo tra i più belli della nostra vita – una volta sola si accorsero del mio turbamento. Quando entrammo nel minimo cimitero, infoibato tra le rocce (ti voltavi ed era un paradiso: il mare e, un po’ decentrata, l’Isola di Ventotène). Una frase all’ingresso: “Qui finisce la giustizia degli uomini. Qui comincia la giustizia di Dio”, minime croci di ferro arrugginito e dei cartigli ai piedi. Là, proprio là, il cartiglio di Gaetano Bresci.
Piangevo, va da sé; Maria Teresa mi guardava commossa. Mi prese la mano. Ammutolite le bimbe.
L’Anima è il rispetto dell’altro. La giustizia di Dio una palla. Quella degli uomini dovrebbe perseguire i criminali tipo Bush e Bin Laden. Dovrebbe colpire tutti coloro che schiavizzano l’umanità per diventare, giorno via giorno, più ricchi.
Leggi il documento emesso dall’Arci, Comitato regionale toscano, sulle ignominie della famiglia Bacardi.  Abbi il minimo, civile coraggio di sbattere in faccia il loro rhum che ti fosse offerto.
Avete capito, giovani lettori: questo è un testamento. Entro in clinica oggi pomeriggio per una operazione da cui, di solito, non si esce. Per la prima volta ho la gioia di essere stato il vostro Maestro.
Luigi Veronelli

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