SULLE TRACCE DELLA MAPPA DI VERONELLI SULL’ISOLA di SANTO STEFANO (VENTOTENE)

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Abbiategrasso, 16 gennaio 2014

Il 23 giugno del 2012 siamo andati per la prima volta al Cimitero degli Ergastolani dell’isola di Santo Stefano (Ventotene).
Ci siamo andati per immaginare e chiedere un orrizonte liberato dalle carceri.
Per opporci alla tortura che viene praticata nelle carceri italiane
attraverso l’ergastolo, le sezioni del 41 bis, il sovraffollamento in molte sezioni penali e giudiziarie, il permanere degli ospedali psichiatrici giudiziari e le case di lavoro (sottoposte alla “pericolosità sociale” che può essere reiterata a vita), la presenza ancora di bambini e bambine con le loro madri in sezioni carcerarie, le numerose morti…
Ci siamo andati con un pensiero ai fratelli e ai compagni a cui è stata negata  e limitata la libertà.

Ci siamo andati per portare dei fiori sulle tombe e per ridare il nome alle persone sepolte. Abbiamo fatto questo aiutati da uno scritto di Lugi Veronelli,  che qualche tempo dopo la chiusura del carcere fece un viaggio sull’isola addentrandosi fin nel cimitero alla ricerca della tomba di Gaetano Bresci, ricostruendo anche la mappa nominale di gran parte delle 47 tombe. Poco prima di morire scrisse ancora di S. Stefano, un testamento.
Luigi Veronelli da cui abbiamo imparato molto. Luigi Veronelli: enologo, gastronomo, anarchico e scrittore.
Luigi Veronelli, l’ideatore di Critical Wine, insieme ai compagni e animatori di molti centri sociali italiani. Critical Wine che abbiamo attraversato e costruito anche noi e di cui La Terra Trema  è la nostra personale evoluzione.
Siamo andati a S. Stefano perchè c’è la tomba di Gaetano Bresci e altre tombe di altri esseri umani morti perchè ostili al sistema, ribelli ai dispositivi del potere, ribelli individuali o collettivi. Sepolti lì, prima da vivi e poi da morti.

Banditi.

Siamo tornati l’anno successivo, nel 2013,  e quest’anno ci siamo ritornati , con i compagni  con cui condividiamo questo pellegrinaggio e un legame fraterno da tre anni. Siamo tornati su quell’isola,  in quel carcere che racconta la storia d’Italia e in quel cimitero per ricordare, portando dei fiori, l’appartenenza alla comunità umana delle persone che lì sono sepolte, e di tutti coloro che si spengono socialmente e muoiono fisicamente all’ergastolo.

Folletto 25603, La Terra Trema

 

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Un incontro inatteso
di Luigi Veronelli  (da Rivista Anarchica Online)

Cronaca dell’“incontro” tra il celebre anarchenologo e Gaetano Bresci.

Molti dei miei lettori – molti? Pressoché tutti – si meravigliano delle mie cavalcate (cavalcate fuori argomento). “Ex Vinis” è il titolo; solo di vini dovrei scrivere e per estensione, di cibi e di turismo. Considero d’obbligo giustificarmi. Scrivo di vini, di cibi e di turismo, alla continua «presenza» dell’uomo. Non rimpiango affatto di aver abbandonato – 1956, o giù di lì – l’intrapresa via della speculazione filosofica. Non ho rimpianto da che so che non ne sarei stato capace; che mi sarei fermato – così come, alla fin fine, è avvenuto – al primo intoppo. (…). Mi sono occupato, di contro, nel modo più completo e professionale di editoria. I primi volumi furono di filosofia e di lettere; poi…poi mi accorsi che non ero imprenditore – economico, dico – e che mi sarebbe convenuto applicarmi a quel che mi riusciva meglio: l’assaggio dei cibi e dei vini e il loro racconto. Cibi e vini che riguardano in modo diretto, in modo più diretto che ogni altro argomento, l’uomo e la vita.
Credo – da quegli anni cinquanta – che vi sia una chiave reale, per una sorte felice dell’uomo, per una sua vita migliore. Quella chiave bene si esprime in due parole: la libertà dell’altro. Questa, solo questa, è la ragione per cui non mi sembra di staccarmi da quel mio titolo, “Ex Vinis”, quando non scrivo, puntuale, di vini di cibi e di turismo.
Ciascuno degli elementi di quel viaggio è sempre un gioco, sempre rispettato. Sì, anche ora che mi decido, finalmente, a raccontarti – amico lettor mio, amica mia paritaria – di una vicenda in Santo Stefano, uno scoglio più che un isolotto, pressoché sconosciuto, proprio di fronte a Ventotene, isola grande.

Luigi Veronelli

L’antica Pandataria

Stassentire.
Ventotene – per quelli della mia generazione, che uscivano dall’orrifico fascismo (all’inizio della seconda guerra mondiale avevo 14 anni) – non era il luogo di varie attrattive che è oggi. Isola del mar Tirreno che appartiene (con l’isolotto di Santo Stefano) al gruppo più orientale dell’arcipelago delle isole Pontine.
Anticamente era chiamata Pandataria e vi furono deportati molti illustri esponenti dell’aristocrazia romana e, addirittura, delle famiglie imperiali come Giulia, Ottavia e Agrippina Maggiore.
Settembre 1964. Mario D’Ambra, allora l’indiscutibile, reale promoter della vitivinicultura campana (i suoi vini d’Ischia – Biancolella, Forrastera e Per’e Palummo, erano i soli ad aver campo nei ristoranti d’Italia tutta), aveva invitato me e i miei familiari, Maria Teresa, moglie, Benedetta, Chiara e Lucia, figlie, per una vacanza in quello scoglio a lui caro per la sconvolgente bellezza dei luoghi, la solitudine e la caccia alle beccacce e ai beccaccini. Fossi saggio, avrei tenuto un diario. D’estremo interesse per le tante «avventure». Sì, s’era soli. Allo sbarco, in una cala minima e rocciosa, aperta al mare mosso (si saltò, letterale, dal barcone che ci aveva prelevati in Ventotene, su uno scoglio, bagnato viscido, noi e le valigie), ci accolse un contadino e la sua mula.
Lungo un viottolo, quasi sempre a picco sull’onde, carica, stracarica la mula, giungemmo all’unica costruzione – aveva un non so che di spagnolesco – ove ci accolse Mario. Era stata, ci disse, la casa fuori del Penitenziario che si ergeva sul culmine dello scoglio, imponente e tetro. Già allora il sinistro luogo di pena era stato spogliato di tutto, proprio tutto, sino a scardinare gli infissi, gli impianti igienici, le tubature, i cancelli, le barre, quant’altro. Era ancor più sinistro di quel che doveva già essere negli anni in cui ospitava gli sciagurati, sventurati, derelitti.
Penitenziario, per i condannati a vita. L’ergastolo. Nessuna volontà di redimere. Solo persecuzione e pena. Sì, quel mancato diario. Dell’avventure – tante, gioiose – ne racconto una sola, tristissima.
Ho camminato i lunghi corridoi e le celle; ho sostato – si arrovesciava il cuore – nelle «gabbie» di rigore, un metro e mezzo, per un metro e mezzo, per un metro e mezzo, sottosuolo. Chi v’era rinchiuso non poteva stare eretto. Sapevo della lunga detenzione, in quelle celle, cui era stato costretto Gaetano Bresci, il giovane atleta, giunto di lontano, per attentare e uccidere, 29 luglio 1900, re Umberto I. Lo aveva fatto. E oggi ci si rende ben conto: aveva sbagliato.
Oggi. Era venuto d’America, sdegnato per le repressioni vili e sanguinarie, fine 1800 e convinto, allora, che uccidere un re, colpevole verso l’umanità, fosse un atto risolutivo.
Fu rinchiuso in una delle gabbie, sottosuolo, in Santo Stefano.
Se la cammini, l’isola, anche nei luoghi più incantati per l’ardire senza eguali della bellezza, appena ti estranei, senti voci non solo del vento. Ti raccontano le persecuzioni di cui fu oggetto, in quelle gabbie, un metro e mezzo, per un metro e mezzo, per un metro e mezzo.

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Condanna a morte

Gaetano visse da uomo libero.
Non rinnegò la sua idea. Non ottenne un metro, per un metro, per un metro, di più. Non ergastolo. Fu condanna alla morte. Morì pesto e battuto nella carne (la sua anima non poteva essere battuta, pestata, offesa, era l’Anima), dieci mesi dopo, 22 maggio 1901.
Maria Teresa e le figlie, in quel periodo tra i più belli della nostra vita, una volta sola si accorsero del mio turbamento.
Quando entrammo nel minimo cimitero, infoibato tra le rocce (ti voltavi ed era un paradiso: il mare e un po’ decentrata, l’isola di Ventotene), una frase all’ingresso: «Qui finisce la giustizia degli uomini. Qui comincia la giustizia di Dio», minime croci di ferro arrugginito e dei cartigli ai piedi. Là, proprio là, il cartiglio di Gaetano Bresci.
Piangevo, va da sé; Maria Teresa mi guardava commossa. Mi prese la mano. Sorprese le bimbe e ammutolite.

Trascrissi, a uno a uno i nomi dei cartigli:

entrando a sinistra:
Montalbano G. 15.4.1906/11.7.1959
De Roma Francesco 15.2.1945
Donatangelo Pasquale 13.9.1954
Durante Felice 14.3.1944
Lai Salvatore 28.9.1931
Entrelli Rocco 16.8.1950
Mediati o Mediali Rocco 26.2.1952
Imbrindo Domenico 9.7.1950
Iacono Lucio 21.2.1940
Forte Michele 24.9.1945
De Rocca Salvatore 26.5.1949
Toscailli o Roscailli Benedetto 6.12.1943
distrutta
Giorgi Luigi 27.6.1914
distrutta

entrando da destra:
distrutta
Lota Kasem 16.2.1945
Dosko o Posko Nazir 9.6.1945
Ussello Giuseppe 15.5.1945
Galdi Giuseppe 16.5.1938
Nangini Guido 28.10.1946
Saracco Natale 29.5.1926
distrutta
Di Benedetto Vincenzo 19.11.1918
Sacchi Luigi 20.9.1917
Carota Antonio 25.4.1915
Reda o Beda Giuseppe 9.10.1915
Si scendono 3 gradini a destra
Pilia Benigno 19.2.1923/22.7.1962
Di Santo Rufino 11.6.1888/12.5.1957
Bresci Gaetano 22.5.1901
Messina Pietro 27.8.1908/26.4.1962
Lizio Rossano 17.1.1904
De Cuzei Giuseppe 12.6.1904
Pannuccio Antonio 25.9.1904
Monte Gaetano 3.5.1904
Biase Donadio 18.2.1904
Gemina (?) Domenico 30.10.1904

si scendono 3 gradini a sinistra:
distrutta
Baetta Filadelfo 30.3.1909 ?
Rodessi Giovanni 14.6.1909
Fissore Giuseppe 31.1.1909
Tupponi Sebastiano 30.3.1908
Lai Antioco 29.6.1908
Baches Raffaele 7.11.1906

Quante volte mi sono chiesto: sarebbe stato giusto confidare prima questa mia scoperta? Come sarà, oggi, quel desolato luogo? Avrei dovuto – avrei voluto – divenisse meta di un pellegrinaggio mio – mio, solo mio – annuale.
Fare di quel luogo la mia Mecca. Non ci sono mai tornato. Questo non ritorno pesa, sull’animo mio, come un macigno.

Luigi Veronelli

tratto dal “Bollettino n. 16”, dicembre 2000, del Centro Studi Libertari di Milano

 

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S. STEFANO (da Carta, Ottobre 2004)

L’isolotto di Santo Stefano è il “resto” di una antica eruzione sottomarina, una successione di basalti e di tufi. Il più orientale e piccolo dell’arcipelago pontino, ha forma ellittica con un diametro massimo di 750 metri da est ad ovest, minimo 500 da nord a sud; la circonferenza è di 2 chilometri, l’altezza di 68 metri.
Gli è stato dato il nome in onore di Santo Stefano, martire del 35 d.C.. Un suo discorso ripercorreva la storia di Israele, da Abramo a Gesù, e metteva in evidenza il disegno di Dio e l’infedeltà del popolo. Gran scandalo. Gli oppositori, furibondi, lo condussero fuori città e lo lapidarono. All’esecuzione era presente Saulo, il futuro Paolo apostolo, che: “approvava e stava a guardia dei mantelli dei lapidatori”.
Sì, alla bellezza e alla serenità sconvolgenti dei panorami, lugubre la storia. Già dagli imperatori romani, fu luogo di deportazione. Augusto vi relegò la figlia Giulia; Tiberio, Agrippina; Nerone, la moglie Ottavia, e qui la fece uccidere. Qualche secolo dopo, Ferdinando IV eresse l’Ergastolo (la E, maiuscola, è voluta: millanta i santi e i martiri che vi furono rinchiusi). Penitenziario eretto nel 1794-95 a tre piani, 99 celle e un cortile per l’aria dei carcerati.
L’isolotto era stato acquistato, anni sessanta, da un vignaiolo mitico, Mario D’Ambra (meditava d’impiantarvi vigne di forrastera e di perèpalummo). Un suo contadino abitava quello che era stato – fuori dalle mura del carcere – una avanguardia. Grande sala con un camino e vari vani per gli ospiti, cacciatori, soprattutto da che l’isolotto ha fama per il passaggio di beccacce e beccaccini (il contadino, un genio, aveva provvisto ad una minima conigliera; ad ogni sacrificio ubriacava le bestiole di alcol, così che non avessero il rigor mortis).
Fui il solo ospite con le mie quattro donne: Maria Teresa, moglie, Bedi, Chiara e Lucia, figlie.
Dedicavo le ore familiari al mare (luogo migliore: una buca basaltica, prediletta, anni annorum, da Agrippina); le ore notturne, solo mie, all’Ergastolo, per “ricerche” sul santo martire, Gaetano Bresci.
Ho camminato i lunghi corridoi e le celle; ho sostato – si arrovesciava il cuore – nelle “gabbie” di rigore, un metro e mezzo, per un metro e mezzo, per un metro e mezzo, sottosuolo. Chi v’era rinchiuso non poteva stare eretto.
Sapevo della lunga detenzione, in quelle celle, cui era stato costretto il giovane atleta, giunto di lontano, per attentare e uccidere, 29 luglio 1900, re Umberto I. Lo aveva fatto. Ed oggi ci si rende ben conto: aveva sbagliato. Oggi.
Era venuto dagli States ove collaborava a “La questione sociale”, inferocito per le repressioni vili e sanguinarie di Bava Beccaris, fine Ottocento. Si era convinti, allora, che uccidere un re, colpevole verso l’umanità, fosse un atto risolutivo. Fu rinchiuso in una delle gabbie, sottosuolo, in Santo Stefano.
Se la cammini, l’isola, anche nei luoghi più incantati per l’ardire senza uguali della bellezza, appena appena ti estranei, senti voci, non solo del vento. Ti raccontano le persecuzioni di cui fu oggetto, in quelle gabbie, un metro e mezzo, per un metro e mezzo, per un metro e mezzo. Visse da uomo libero. Non rinnegò la sua idea. Non ottenne un metro, per un metro, per un metro, di più. Non ergastolo.
Fu condanna alla morte. Morì pesto e battuto nella carne (la sua anima non poteva essere battuta, pestata, offesa; era l’Anima), dieci mesi dopo la reclusione, 22 maggio 1901.
Maria Teresa e le figlie – in quel periodo tra i più belli della nostra vita – una volta sola si accorsero del mio turbamento. Quando entrammo nel minimo cimitero, infoibato tra le rocce (ti voltavi ed era un paradiso: il mare e, un po’ decentrata, l’Isola di Ventotène). Una frase all’ingresso: “Qui finisce la giustizia degli uomini. Qui comincia la giustizia di Dio”, minime croci di ferro arrugginito e dei cartigli ai piedi. Là, proprio là, il cartiglio di Gaetano Bresci.
Piangevo, va da sé; Maria Teresa mi guardava commossa. Mi prese la mano. Ammutolite le bimbe.
L’Anima è il rispetto dell’altro. La giustizia di Dio una palla. Quella degli uomini dovrebbe perseguire i criminali tipo Bush e Bin Laden. Dovrebbe colpire tutti coloro che schiavizzano l’umanità per diventare, giorno via giorno, più ricchi.
Leggi il documento emesso dall’Arci, Comitato regionale toscano, sulle ignominie della famiglia Bacardi.  Abbi il minimo, civile coraggio di sbattere in faccia il loro rhum che ti fosse offerto.
Avete capito, giovani lettori: questo è un testamento. Entro in clinica oggi pomeriggio per una operazione da cui, di solito, non si esce. Per la prima volta ho la gioia di essere stato il vostro Maestro.
Luigi Veronelli

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