Diario del viaggio all’isola degli ergastolani di Santo Stefano (Ventotene) di Nicola Valentino (Giugno, 2013)

PORTA UN FIORE PER L’ABOLIZIONE DELL’ERGASTOLO

Diario di viaggio al cimitero degli ergastolani dell’isola di S. Stefano (Ventotene), giugno 2013

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21 giugno. In viaggio.
Aspetto Antonio alla stazione termini, all’arrivo del treno freccia rossa da Milano. Antonio fa il taxista, ci siamo incontrati il 27 maggio a Milano durante l’evento per l’abolizione dell’ergastolo organizzato dal centro sociale “Il Folletto”. Mi ha chiesto in quella occasione del viaggio al cimitero degli ergastolani ed ha deciso di partire. Mi ha chiesto anche se potevamo viaggiare insieme e di aggregarsi al nostro gruppo per il pernottamento. Lo faccio volentieri. Arriva puntuale, abbiamo ancora un po’ di tempo prima di prendere il treno regionale per Formia, mangiamo un panino. Decidiamo di prendere il caffè a Formia e alle 14e30 ci incamminiamo verso il regionale 2399 delle 14,49. Le prime carrozze che incontriamo sono stracolme di passeggeri, pensiamo che andando più avanti troveremo qualche posto a sedere ma la situazione è identica fino alla prima carrozza. Saliamo. I posti a sedere sono tutti occupati, il corridoio è già fitto di persone in piedi, ed è pieno anche lo spazio all’ingresso della carrozza. Ci ritagliamo un anfratto fra le altre persone. Ci guardiamo con aria interrogativa, l’idea di fare un viaggio in quelle condizioni per un’ora e mezzo ci sconforta. Antonio commenta che da molto tempo non viaggia in treno e non pensava che si potesse viaggiare in queste condizioni. Un ragazzo addossato a noi, che evidentemente prende il treno con maggior frequenza, commenta: “allora lei non ha familiarità con Auschwitz” … Con le dovute differenze, la metafora non è del tutto fuori luogo, la situazione è da treno per Auschwitz. Io viaggio unicamente con mezzi pubblici, prendo frequentemente treni regionali, ma una situazione così estrema non è capitata ancora neanche a me. Quando ci scambiamo questi commenti, fra noi ed i nostri vicini c’è ancora un palmo d’aria. Ma il treno continua a riempirsi di passeggeri e bagagli. Premono per entrare alcuni ragazzi napoletani, la situazione non li sconvolge, anzi, si guardano intorno per vedere se qualcuno ha qualche centimetro di spazio in più per invitarlo a stringersi. Se la prendono con un passeggero in fondo al vagone: “Strigniti, pare che stai a’ spiaggia!” Gli urlano. Una donna accovacciata sul gradino della porta chiusa del vagone, ribatte: “Ma non vedete che siamo accalcati come bestie? Se volete più spazio scendete e prendete il prossimo treno!… Un ragazzo le risponde: “Signo’, ma pecché no’ scenniti vui”. Nel frattempo sono saliti altri passeggeri che rendono impossibile anche scendere. Il treno chiude le porte ma non parte. Nel vano dove ci troviamo non ci sono finestre e quindi non c’è aria, cominciamo a sudare. Una ragazza commenta che lei viaggia in queste condizioni ogni giorno da Roma ad un paese della provincia di Napoli. E si rammarica di fare ogni volta il biglietto, mentre i suoi amici la irridono. Questi regionali sono stracolmi di passeggeri a qualunque ora. Ad Antonio vengono in mente i ricordi della migrazione dalla Calabria dei suoi genitori, che facevano salire, lui bambino, attraverso il finestrino per prendere i posti, ma questa esperienza non ha eguali anche se paragonata agli anni della migrazione. Il treno parte. Non entra aria neppure con il treno in corsa. Ho lo zaino fra le gambe. Non posso chinarmi, quindi mi fletto sulle gambe per prendere un ventaglio. Ci riesco, comincio a fare vento, almeno muovendo l’aria si respira un po’. Un gruppo di ragazzi mi guarda come fossi un privilegiato, c’è chi cerca di farsi vento con una cartolina o col giornale, ma con minore efficacia. Mi sfottono un po’, allora decido di fare vento anche a loro.1049243_10201575355733696_1464945750_o
“Uè tenimmo o ventilatore” è il commento. Il viaggio è iniziato. “Speriamo di arrivare vivi”, commenta la ragazza che fa ordinariamente la pendolare su questo treno. Effettivamente in queste condizioni il rischio per la vita è alto. Io e Antonio contiamo 25 persone più relativi bagagli in uno spazio di poco più di due metri per due. Qualora qualcuno svenisse o si sentisse male (la temperatura è elevata e manca l’aria) non riuscirebbe neppure a lasciarsi cadere. Se un passeggero avesse malauguratamente la necessità di andare in bagno non potrebbe raggiungerlo in nessun modo, dovrebbe farsela addosso. Se il treno dovesse avere un incidente diventeremmo un unico blocco di carne. Questo dispositivo di viaggio offerto da Trenitalia non si cura minimamente dell’incolumità dei passeggeri. Siamo non-persone, la cui vita o morte è indifferente. Il fatto drammatico è che noi viaggiatori contribuiamo a tutto questo. Ognuno di noi ha una meta da raggiungere e lo fa anche a rischio della propria vita e di una radicale deumanizzazione. Io e Antonio abbiamo anche pagato un biglietto di otto euro per usufruire di questo “servizio”.
Un ragazzo ed una ragazza, vicini per forza, scherzano sulla situazione. Hanno fatto amicizia, si scambiano aria con i loro ventagli di fortuna. Anche per il capotreno questa situazione è del tutto normale. Ad ogni stazione le persone che scendono vengono sostituite da altre che salgono. Il capotreno osserva che l’ammasso di carne consenta la chiusura della porta, quindi chiude il portellone e da il via alla partenza. Viaggeremo in queste condizioni per 40- 50 minuti. A Formia finalmente respiriamo a pieni polmoni, per buona parte del viaggio, nel regionale 2399 abbiamo alitato ed evaporato sudore.

Ci incamminiamo verso il porto. Dopo le ristrettezze del viaggio scegliamo, per sorseggiare un caffè, il bar più ampio che incontriamo. Controllo che la piantina grassa che ho portato nello zaino da Tivoli sia sopravvissuta indenne al viaggio. All’imbarco per l’aliscafo incontriamo Giuliano con Maria Cristina che sono venuti in auto dalla Toscana. Paolo e Veronica venuti in macchina da Milano. Hanno con loro delle piantine fiorite, preziose attrezzature per le riprese ed una busta di vongole acquistate a Formia per la cena. L’aliscafo si riempie, i passeggeri per Ventotene sono molti. Il mare è tranquillo.
Al porticciolo di Ventotene ci accolgono Mattia e Letizia che sono arrivati da Barcellona dove si sono trasferiti da poco; Valentina che quest’anno è graziosamente incinta, Davide, Melania e l’altro nostro amico Davide proveniente da Milano; Pierre, che viene dalle Marche, e che si presente dicendo che è nuovo a questo viaggio. Con noi in aliscafo viaggiava anche Enrica, partita da Roma, ci riconosceremo solo una volta sbarcati. Nell’incamminarci verso il centro del paese, indichiamo ai novizi del viaggio l’isolotto di Santo Stefano, tutti gli rivolgiamo un’occhiata silenziosa.
Nei pressi della piazza del municipio ci dividiamo per raggiungere le case che abbiamo prenotato con diverse agenzie, ci lasciamo con un appuntamento per la sera. Io, Antonio ed Enrica dobbiamo raggiungere una pensione un po’ fuori dal paese. Usciamo dal centro e saliamo verso i profumi della campagna. Ci accoglie il proprietario della pensione, con una notizia ferale. Non c’è acqua. Niente doccia. A Ventotene l’acqua è preziosa, viene portata con una nave cisterna, c’è stato un ritardo, l’acqua dovrebbe arrivare verso le ventidue. Ci sediamo per assorbire il colpo, il proprietario ci tiene compagnia. E’ simpatico e molto ciarliero, ci racconta rapidamente la sua vita: ha lavorato fin da bambino, ha fatto il muratore, il pescatore, l’emigrato…quando gli diciamo che noi siamo lì per portare fiori al cimitero degli ergastolani, un punto interrogativo gli spunta come un fumetto sulla testa. Ci dirà che siamo bravi, che è una bella cosa, ma nel suo retropensiero alberga il dubbio: proprio non si spiega come delle parsone affrontino un viaggio e delle spese non per andare in vacanza ma per portare fiori in un cimitero dimenticato, poi azzarda una domanda: “ma qualche associazione benefica vi paga per questi viaggi?” Gli rispondiamo di no e che lo facciamo perché siamo contro l’ergastolo. Un altro gigantesco punto interrogativo si disegna nel suo immaginario. Dirà che anche lui in fondo è contro l’ergastolo e che se qualcuno fa qualcosa di cattivo non deve oziare in carcere davanti ad una televisione ma fare dei lavori, rendersi utile.
Ci ha presi in simpatia, ci procura un secchio d’acqua almeno per lavarci la faccia.
Ci incamminiamo per andare a cena dai nostri amici che sono in un’altra casa. Li troviamo affranti per l’assenza d’acqua. Per gli spaghetti a vongole dovremo aspettare che torni l’acqua. Melania racconta che prima di partire per Ventotene è riuscita ad intervistare, tramite un giro di conoscenze, un maestro che ha insegnato a Santo Stefano intorno agli anni cinquanta. Nel gruppo dei “liberi dall’ergastolo” è nata l’esigenza di raccogliere storie e testimonianze riguardanti il carcere ed il cimitero. I viaggi a Santo Stefano costituiscono un’esperienza che intreccia presente e passato.
Valentina racconta che sarebbe voluto partire con noi, ma non gli è stato possibile, un nipote di Rocco Pugliese, militante comunista, antifascista calabrese, di Palmi, ucciso dalle guardie con un pestaggio nel 1930, mentre era recluso nel carcere di Santo Stefano, la cui salma non fu mai consegnata alla famiglia. Valentina e Melania, subito dopo la nostra iniziativa, partiranno in auto per la Sicilia per conversare con Ezio Barbieri sulla sua esperienza nel carcere di Santo Stefano. Ezio Barbieri vi fu recluso nelle celle di isolamento dopo la rivolta del 1946 a san Vittore. Ora ha 91 anni. Stiamo pensando anche ad un libro che raccolga tutte le vicende umane che questi viaggi ci portano ad incontrare. Un’altra narrazione significativa riguarda l’incontro con il nipote di Rocco Mediati, una delle persone sepolte al cimitero di Santo Stefano. Suo nipote, grazie ai nostri viaggi, ha ritrovato la tomba dove è sepolto il nonno. Per la prima volta quest’anno con noi ci sarà anche un familiare di una delle persone sepolte.976807_10201575341493340_736379673_o
Le morti da ergastolo ci riconducono drammaticamente all’attualità. Di ergastolo si muore giorno dopo giorno, finché un giorno si esala l’ultimo respiro. Come osserva Carmelo Musumeci commentando la morte di Khalid Hussein 79 anni palestinese, uno dei 310 ergastolani che avevano chiesto al Capo dello Stato la commutazione dell’ergastolo in pena di morte: “molti, troppi di quella lista sono morti di suicidio o di morte naturale”.

L’acqua delle dieci ci consente la cena. Torniamo nella nostra pensione. L’aria è fresca e l’isola è illuminata dalla luna.

 

22 giugno. Mattina. Ogni tomba un’aiuola.
L’appuntamento è all’arrivo del traghetto che parte da Formia alle 9,15. Arriverà a Ventotene dopo circa due ore di navigazione. Lì incontreremo anche le persone che hanno deciso di partire al mattino. Vengono principalmente da Roma, da Firenze e da Napoli. Verso le dieci mi telefona Valentina: il nipote di Rocco Mediati ha perso la nave, quindi un gruppo lo aspetterà all’arrivo dell’aliscafo successivo.
Quest’anno abbiamo deciso di piantare su tutte le tombe delle piantine grasse perché resistono di più al sole di Santo Stefano ed al rosicchiamento dei conigli selvatici che sono sull’isola e che sono golosi di fiori. Con Antonio ed Enrica passiamo dalla fioraia ed acquistiamo trenta piantine, quasi tutte quelle esposte. Soddisfatti per l’acquisto incontriamo Giuliano, andiamo a fare colazione e comperiamo acqua, un po’ di cibo per noi e un pezzo di focaccia per Salvatore, la guida di Santo Stefano, contento per il nostro arrivo, che ci aspetta già sull’isola. Scendendo verso il porto incontriamo pian piano tutto gli altri, la notte per loro è stata più dura, perché l’acqua nella loro casa è arrivata con il contagocce. Con i ragazzi che gestiscono i gommoni per il trasbordo a Santo Stefano, concordiamo l’orario di partenza. Intorno alle 12e30 partiranno i primi gommoni, dovremo far loro sapere con esattezza quanti siamo.
Il traghetto attracca alle 11 e 15, sembra enorme in relazione al piccolo porticciolo di Ventotene. Man mano che le persone sbarcano si forma un capannello con scambi di presentazioni e saluti. Carla e Viviana esibiscono con orgoglio le loro piantine di fiori e altre piante grasse portate in viaggio da Roma. Quest’anno siamo 31 persone. Più della metà sono al loro primo viaggio. E’ significativo che i partecipanti all’iniziativa si rinnovino da un anno all’altro. E’ anche decisivo che un gruppo stabile abbia preso a cuore la ritualità di questo pellegrinaggio. L’informazione circolata via internet ha portato qui una ragazza con due altri ragazzi di Napoli, ed altre persone da Roma. Dal racconto diretto dell’esperienza e dalla visione del documentario del viaggio dello scorso anno è nata invece l’attenzione di alcune persone che operano nel carcerario e che hanno deciso la loro personale partecipazione: Margherita Michelini, la direttrice del carcere a custodia attenuata di Solliccianino, e Fulvia Poli che lavora come insegnante nello stesso carcere. Erano poi molto entusiasti di venire un gruppo di giovani medici: Susanna, Viviana, Antonio; si fanno chiamare “medici senza camice”. Scherziamo sul fatto che quest’anno c’è con noi anche un nutrito staff medico, oltre Dina che lavora come fisioterapista. Il gruppo è proprio eterogeneo per età, per professione, per vita sociale. Ciò significa che la proposta attrae simbolicamente l’immaginario di diversi soggetti sociali. La partecipazione va anche oltre i confini nazionali e porta esperienze di diversi lati del mondo. Rossella Biscotti che era per lavoro a Vienna, ha viaggiato fin qui con il suo compagno Adam proveniente dagli Stati Uniti. Rossella è anche reduce da una esperienza fatta con le recluse del carcere della giudecca di Venezia che hanno raccontato, in gruppo, i loro sogni notturni. Il risultato di questo lavoro è un’opera collettiva esposta alla Biennale di Venezia. Giacomo quest’anno è venuto con la sua fidanzata del Brasile. C’è anche Christian che vive in Italia da tempo ma è nato e vissuto in Colombia.
Per le modalità di aggregazione sociale contemporanee dove si tende a fare nicchia il nostro gruppo ha una composizione in un certo senso impensabile.
Le persone appena arrivate vanno a depositare i bagagli nel piccolo ufficio dell’agenzia e provvedono per l’acqua e il cibo. Alle 12e30 parte il primo gommone, poi un secondo ed un terzo. Le ultime otto persone ci raggiungeranno verso l’una con un quarto gommone.
Causa mare un po’ mosso quest’anno non sbarchiamo al solito attracco. Facciamo un giro più ampio e scaliamo l’isola da un punto diverso. Da questo lato la salita verso il carcere è più breve ma più ripida e faticosa, procediamo lungo degli scalini scavati nella roccia. Il carcere ci appare dal retro, come un bastione, una fortezza imponente e minacciosa.

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Gli giriamo intorno per arrivare alla piazzetta dove c’è l’ingresso principale. Salvatore ha appena terminato la vista guidata ad un gruppo di turisti. Prendiamo fiato, ci dissetiamo e scambiamo qualcosa da mangiare. Entriamo nella struttura panottica di Santo Stefano dopo l’arrivo dell’ultimo gommone. Il cielo pian piano si copre. Ci sediamo intorno a Salvatore che quest’anno ci offre una vera e propria lectio magistralis sulla storia del carcere, sui suoi processi trasformativi, sulle diverse modalità di gestione che si sono susseguite, si servirà di piantine e di un aggiornato corredo fotografico. Attraverso le storie di alcuni reclusi ci racconta anche delle lotte e delle fughe. La sua illustrazione fornisce anche un attraversamento della storia sociale e politica dell’Italia dal settecento agli anni sessanta del novecento. La ricerca che Salvatore e la sua associazione svolgono, e costantemente aggiornano, è appassionata e di alto profilo.

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Commento con Carla, che come me si occupa di analisi delle istituzioni, che abbiamo usufruito di una preziosa lezione con rimandi evidenti all’attualità delle istituzioni totali. Con Salvatore lascio per un momento il gruppo per aprire l’accesso ad un lato del carcere che da anni non è più fruibile ai visitatori, ma che ci parla in modo drammatico del passato e del presente. Quest’anno infatti Salvatore ha deciso di farci vedere le celle con le brande in ferro per la contenzione. In fila indiana ed in silenzio facciamo questa ulteriore esperienza formativa, che ci riporta all’attualità dei manicomi giudiziari. La contenzione fisica è una modalità di controllo dei corpi che ancora opera anche in istituzioni psichiatriche e sanitarie.

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Recuperiamo con Salvatore un secchio d’acqua, alcuni attrezzi per scavare e ci dirigiamo verso il cimitero. Giuliano si incarica di scavare delle piccole fossette su ogni tomba. Tutti noi ci dividiamo le piantine e in piccoli gruppi ci adoperiamo per piantarle ed innaffiarle. Noto che Viviana ha portato con sé anche una piccola palettina da Roma. Adam mi mostra una piantina grassa che sta per posare su una tomba. Ogni tomba ha conservato la targhettina con i nomi che abbiamo messo lo scorso anno. Le piantine sono in eccesso. Su ogni tomba componiamo una piccola aiuola da innaffiare.1049112_10201575443335886_1414845528_o Ma dopo un po’ l’acqua del secchio finisce. Uso allora l’acqua che ho portato per bere. Nella piazzetta, dopo mangiato, scambiavamo l’acqua tra noi, ora la scambiamo con i morti.
Il nipote di Mediati è vicino alla tomba del nonno. Ha una fotografia storica con sé, che ritrae la tomba del nonno, dalla foto sembra che la tomba non sia quella rintracciata da noi in base alla mappa del cimitero scritta da Veronelli, ma quella a fianco. Bisognerà fare una ricerca con documentazioni incrociate per averne la certezza, Salvatore si sta adoperando in questo senso. Siamo sparpagliati, a bassa voce, intorno alle tombe. Lo scorso anno c’era un sole a picco, questa volta il clima è diverso, c’è un leggero vento. Possiamo trattenerci un po’ di più. Il mio punto preferito è quello che mi da la visione d’insieme di una fila di tombe e mi ritaglio lì un momento di sospensione.
Durante la traversata da una delle piantine grasse è sbocciato un fiore giallo.

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22 giugno. Sera. Immaginare una Libera Università degli ergastolani.
L’appuntamento è alle otto alle Cisterne romane di Ventotene dette “dei carcerati”, dove vissero reclusi per volere di Ferdinando IV di Borbone, cento forzati, che lavoravano sull’isola e che intervennero con pitture murali, disegni e graffiti sulle pareti di queste celle catacombali. Questi forzati furono poi trasferiti nel carcere di Santo Stefano subito dopo la sua costruzione. Per iniziativa di Salvatore e della sua associazione ci vedremo lì, per proiettare i filmati che documentano il viaggio dello scorso anno ed anche per un momento di riflessione tra noi.
Le cisterne si presentano come un sistema cunicolare, illuminato da faretti che proiettano la luce sugli affreschi. Le volte sono alte. Nello spazio più ampio sono sistemate le sedie, uno schermo ed il proiettore. Ci sediamo per vedere i filmati. Dopo la proiezione, Salvatore illustra la storia delle cisterne, poi coglie questo momento collettivo per consegnare al nipote di Rocco Mediati, dopo 61 anni, il certificato di morte del nonno.
Prendo anche io la parola per fare il punto sull’iniziativa immaginata lo scorso anno con il progetto “liberi dall’ergastolo”, anche per informare Salvatore di ciò che facciamo oltre i viaggi a Santo Stefano. Durante l’anno ci sono stati diversi momenti promozionali del progetto, in varie città, con adozioni del logo liberi dall’ergastolo su siti, pagine facebook, locali pubblici… l’ultima esperienza emozionante l’ho fatta a Milano viaggiando su un taxi libero dall’ergastolo!
Salvatore ci ha esposto la fatica che lui e la sua associazione fanno per valorizzare la storia di Santo Stefano, per trasformarlo in un luogo di memoria sociale e di cultura per la salvaguardia dei diritti umani. Questo è il loro sogno. Si è posto allora un quesito: in che modo le iniziative che faremo possono contribuire a valorizzare Santo Stefano nel quadro sognato da Salvatore e come Santo Stefano può, per la sua forza simbolica, aiutare un processo di abolizione dell’ergastolo.
Mi è sembrato quello il momento giusto per riprendere e collettivizzare un’idea della quale avevo parlato mesi prima con Giuliano dell’Associazione Liberarsi, ma avevamo poi deciso di lasciare che il tempo la facesse maturare. Questa idea mi era tornata in mente un mattino mentre mi preparavo ad intraprendere il viaggio per Ventotene. E’ grossomodo riassumibile in questi termini: come il nostro viaggio al cimitero di Santo Stefano risulta simbolico e attraente, perché opera per ricondurre nella società persone che ne sono state escluse anche dopo morte. Al pari, potrebbe essere simbolicamente significativo, immaginare l’istituzione di una Libera Università degli ergastolani. Che è in sé già un paradosso. Una università che “metta in cattedra”, persone condannate alla morte sociale e socialmente mostrificate. “Metterle in cattedra” è un modo per rovesciare il dispositivo dell’esclusione e della mostrificazione. Questa proposta però ha anche un fondamento, perché molte delle persone recluse all’ergastolo (in ogni epoca storica) hanno fatto della creatività e della ricerca culturale un modo di sopravvivere e resistere. In questi ultimi anni molti prigionieri a vita hanno pubblicato libri significativi (Annino Mele, Carmelo Musumeci, solo per ricordarne alcuni). Tanti si sono prima diplomati e poi laureati, nonostante gli ostacoli frapposti dall’istituzione e nonostante le ristrettezze e l’isolamento del 41bis e di altri regimi di massima contenzione. Attualmente ai reclusi in regime di 41bis la risorsa vitale della cultura è drasticamente impedita dalle nuove misure che vietano la possibilità di ricevere libri dall’esterno.
In una società che svalorizza la cultura, accade che nel luogo di estrema esclusione sociale e torsione psicofisica, le persone si ricreino, nel senso rigenerativo del termine, attraverso la ricerca culturale, sia in modo autonomo che attraverso gli studi. Per alcuni questa ricerca culturale si traduce anche in creatività artistica e poetica.
Per sottolineare la funzione di risorsa vitale che ha la cultura e la riprovazione istituzionale che generalmente incontra, può essere emblematico ricordare come esempio la vicenda di Alessandro Bozza, che nel carcere di Nuoro si è dovuto cucire le labbra, ad evidenziare la subita mortificazione della parola, perché gli hanno impedito di proseguire nella creazione dei suoi libri farfalla.
La nascita di una Libera Università degli ergastolani potrebbe valorizzare socialmente e culturalmente questo sforzo a vivere e resistere. Ma questa Libera università sarebbe significativo immaginarla anche aperta a docenze di chi, pur non avendo l’ergastolo, vuole esserne socialmente libero. Quindi essa potrebbe aprirsi anche a studiosi, ricercatori, artisti, soggetti sociali che creano cultura con uno spirito di libertà dalle punizioni capitali.
In sintesi questa Università paradossale la si potrebbe immaginare intrecciando insieme lezioni tenute da reclusi, che volessero aderire a questa idea, e che quindi, sarebbero, con una immagine eloquente, lezioni che proverrebbero dall’al di là, con altre, tenute da chi invece vive nell’ al di qua, del muro di cinta. Forse, per far sì che questa visione possa iniziare a concretizzarsi, sarebbe utile liberarla da pesantezze organizzative immaginandola come un miraggio. Come qualcosa cioè che appare e scompare, che si propone quindi, ora qui ora là, in forma di eventi, che potrebbero essere socialmente costruiti e promossi all’attenzione pubblica, da coloro che si vanno dichiarando Liberi dall’ergastolo.
Santo Stefano, da cui tutto questo frullar di pensieri è partito, potrebbe essere uno dei luoghi di elezione per concretizzare una delle apparizioni dell’università degli ergastolani. Per il viaggio rituale del 2014 si potrebbe infatti organizzare all’interno dell’antico carcere una doppia lezione aperta e gratuita della Libera università. In fondo con la sua lectio magistralis della mattina Salvatore ha utilizzato lo spazio del carcere borbonico proprio come luogo di formazione culturale.
L’idea, sinteticamente esposta, piace alle persone presenti ma è Salvatore a prendere la parola perché la proposta gli sembra significativa anche nella prospettiva di una valorizzazione di Santo Stefano.
Ci lasciamo per andare a cena ma nei dialoghi fra noi l’idea continua a lavorare con entusiasmo, bisognerà farla circolare in carcere e fuori, renderla aperta a stimoli e proposte arricchenti perché essa possa diventare un concreto racconto sociale.

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PASSAGGI A SANTO STEFANO video integrale del viaggio del 2012

PASSAGGI A SANTO STEFANO
a cura del Folletto 25603 / La Terra Trema
(2012, 18 min.)

Il 23 giugno 2012 siamo stati al Cimitero degli Ergastolani dell’isola di Santo Stefano (Ventotene). Ci siamo andati per chiedere l’abolizione dell’ergastolo e un orizzonte liberato dalle carceri. Ci siamo andati per portare dei fiori sulle tombe e per ridare il nome alle persone sepolte. Abbiamo fatto questo viaggio insieme a un gruppo di una trentina di persone, aiutati da uno scritto di Luigi Veronelli, che qualche tempo dopo la chiusura del carcere fece un viaggio sull’isola addentrandosi fin nel cimitero alla ricerca della tomba di Gaetano Bresci, ricostruendo anche la mappa nominale di gran parte delle 47 tombe. Poco prima di morire scrisse ancora di S. Stefano, un testamento.

Passaggi a S.Stefano from davide marconcini on Vimeo.

Il cimitero di Santo Stefano. Lettera dall’ergastolo di Alfredo Sole [dal carcere di Opera (MI) agosto 2011]

Viene in mente una favola scritta da bambini di scuola elementare e ripresa da Rodari, che raccoglie l’essenza della reclusione raccontando la storia di Battista un pulcino prigioniero che fu messo in una cassetta di legno con il suo nome al buio, cancellato, per essere messo all’ingrasso e diventare un anonimo pollo da supermercato.

Il cimitero degli ergastolani, luogo triste da visitare, ma che merita attenzione, ma che merita un fiore triste perché uomini senza volto sono ancora degli ergastolani, la loro pena non è mai finita, nemmeno con la loro morte finché il carcere sarà li a proiettare la sua tetra ombra sulle loro tombe. Il loro essere carcerati non è mai cessato. Quale differenza essere dentro le mura o fuori, nella stessa terra dove quelle mura poggiano? Non c’è differenza! L’ergastolano vivo è solo vivo per gli altri, ma lui sa di essere già morto.
L’ergastolano morto, è solo morto per gli altri, lui sapeva già di essere morto. L’ergastolano è già morto e basta! Che sia dentro un carcere o dentro una tomba.
Merita attenzione quel cimitero, perché la vergogna possa farsi strada dell’indifferenza verso gli altri, nell’ipocrisia di chi conosce questa terribile realtà di una pena più disumana della pena capitale, tuttavia sono in prima linea per l’abolizione della pena capitale in altri stati, più civili di noi appunto perché uccidendo i loro detenuti, non li tengono per tutta la vita a marcire in una squallida cella. Non sempre si uccide per follia, per rabbia, per vendetta. Si può uccidere anche per umanità ma è troppo chiedere umanità a un paese che della disumanità ne ha fatto stile di vita, ne ha fatto filosofia o meglio filosofia politica.
Meritano un fiore quelle tombe di ignoti ergastolani li, meritano un pò di umanità almeno ora che sono morti visto che da vivi sono stati lasciati a marcire. Un fiore! Un segno che qualcuno è passato di lì ricordandosi di quelle anime ancora incatenate. Neppure dopo la morte si sono scrollati di dosso l’aggettivo che li distingueva da vivi, ERGASTOLANI.
Non credete che sia ora che questi resti senza volto vengano liberati? Non riusciamo a far abolire l’ergastolo per noi vivi, cerchiamo almeno che aboliscano l’ergastolo a questi 47 resti umani. Magari chiedendo per loro la grazia al presidente, se proprio l’ergastolo gli deve rimanere in eterno, un fine pena per loro, una data di scadenza pena per tutti 47 ergastolani di quel cimitero. Dargli una identità e poi, uno per uno, graziati dal presidente.
“Sei libero, ti hanno graziato, non sei più un ergastolano, non sei più un uomo ombra dell’isola di Santo Stefano”.

Agosto 2011
Di Alfredo Sole [dal Carcere di Opera (MI)]

A Gaetano Bresci e ai suoi compagni di prigionia, tutti

Foto di Valentina Perniciaro _il cimitero degli ergastolani, tutto pulito_

Un’emozione che non riesco a descrivere.
Quando lo scorso anno misi piede per la prima volta su quello scoglio meraviglioso le emozioni furono immense,
piene di gioia e di quella addolorata rabbiosa sensazione di prigionia.
Visitare l’isola di Santo Stefano e il suo ergastolo è un’esperienza incredibile, se la si affronta con la libertà nel sangue.

In quattro navigammo quel tratto di mare, quattro persone, una macchinetta fotografica, una super8, pala, piccone, acqua e fiori: non era accettabile che quel cimitero di ergastolani fosse avvolto dall’oblio,

non era accettabile che quei corpi e quelle 47 croci vivessero abbandonate così,
tra i canti dei gabbiani e quel vento di mare che sa di libertà, e la cura di Salvatore, da solo.
Tra quei corpi tanti fratelli, tra quei corpi anche il caro “uccisore di re” Gaetano Bresci,
anche lui abbandonato lì, senza nome, senza ricordo, senza quel minimo di dignità che dovrebbe esser garantita sulla tomba di tutti, figuriamoci la sua.

Ora di quelle 47 croci solo pochissime sono senza nome: ora quei corpi privati della propria libertà, quei corpi seppelliti dai propri stessi compagni di

Foto di Valentina Perniciaro _in cella, nell’ergastolo di Santo Stefano_

prigionia, hanno un giaciglio che ricorda il loro nome, e la data della loro dipartita.

E’ stata un’emozione forte, per quello queste mie parole non riescono ad uscire.
Perchè ancora devo metabolizzare l’immagine di quel cimitero tutto pulito, di quelle tombe quasi belle come non erano da chissà quanti decenni, e tutte con  un nome, come non erano praticamente mai state.

E quindi scrivo qui, confusamente, senza riuscire probabilmente a trasmettervi la storia di questo gruppo,
che lo scorso anno era composto da 4 persone, e che invece ha visto aggiungere uno zero a quel numero.
Un gruppo che s’è creato in autonomia approdando su quell’isola da sconosciuti, un gruppo mosso dalla volontà di abolire l’ergastolo, di liberarsene completamente.
Quest’anno eravamo in tanti a navigare quel tratto di mare,
in tanti a girare quella curva in salita, sotto al sole,  in passato dominata  dal cartello “Questo è un luogo di dolore”.
Lo è ancora un luogo di dolore, lo sarà sempre, come qualunque carcere e forse più di molti altri per la portata storica e violenta che ha con sè;

un carcere dove le storie di evasioni son purtroppo poche mentre abbondano i dettagli delle fustigazioni, della segregazione, dell’impazzimento.Ma è anche  un carcere che ha vissuto anche un periodo diverso, dove i detenuti erano molto liberi, dove si potevano fare colloqui con i propri familiari di 24 ore, in apposite case, cosa che ora a dirla pare un film.
Insomma, queste confuse righe non sono nulla se non un appuntamento a prestissimo, con un po’ di storie di quegli uomini,
con un po’ di racconti di ogni tempo,
con la vicinanza totale che sento, dal primo momento, con tutti coloro che da lì son passati, ultimi della terra, rinchiusi il più lontano possibile dalla società.

Foto di Valentina Perniciaro _Gaetano Bresci, ed un nome sulla tomba_

A presto con quelle storie,
con il blu di quel mare che urla libertà,
con la ruggine di quei blindi che ancora grida la violenza della prigionia.

Gaetano Bresci,
a tutti i suoi compagni di prigionia
di ieri, di oggi e di sempre.

Di Valentina Perniciaro

Diario di viaggio al cimitero degli ergastolani dell’isola di Santo Stefano di Nicola Valentino – Diario fotografico di Letizia Romeo (giugno 2012)

22 giugno

Io Peppe e Valentina abbiamo preso un treno regionale perché rispetto ad un intercity costa la metà. Oggi viaggiare costa tantissimo, chi parte come noi per questo viaggio al cimitero degli ergastolani di Santo Stefano ha proprio una determinazione a partire. C’è il costo del viaggio, del pernottamento, oltre alla scelta di dedicare alcuni giorni a questa iniziativa. Non si viene qui per caso, ma per scelta, non si può partecipare passivamente salendo su un carro organizzato, ma per una determinazione personale. Siamo partiti nonostante lo sciopero dei mezzi pubblici, molti si sono mossi in macchina per avere la certezza di arrivare a destinazione.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Mi sono messo in viaggio custodendo nel diario un racconto riguardante il carcere, raccolto durante un seminario ad Azala in terra basca. Un ex recluso ha raccontato che in una sezione di sicurezza di un carcere spagnolo due persone si sono tolte la vita dopo essere cadute improvvisamente e inaspettatamente in depressione. In seguito ad una rapida inchiesta i reclusi del braccio si sono resi conto che le cadute depressive, che per alcuni avevano avuto un esito tragico, riguardavano solo quei prigionieri che bevevano il caffè dell’amministrazione. Hanno inoltre constatato che questi reclusi in depressione venivano osservati con particolare attenzione dal personale medico del carcere. In sostanza questa storia ci parla di una somministrazione di psicofarmaci dati con inganno. Oggi nelle carceri Italiane che sono state sovraffollate a dismisura da alcune leggi di cancerizzazione di massa, il controllo chimico attraverso cerebrofarmaci è una delle principali forme di controllo, ma i farmaci che vengono somministrati, fuori anche da protocolli terapeutici, non sono costituiti da semplici tranquillanti bensì da antipsicotici. Di recente uno dei sindacati della polizia penitenziaria ha denunciato che, a parte gli ettolitri di valium, nelle carceri vengono somministrati con il giro della terapia: antipsicotici, ipnotici, antidepressivi, oppiacei, benzodiazepine, stabilizzanti dell’umore. Che implicazioni ha tutto questo? E’ possibile parlare di semplice sedazione o non piuttosto di un pericolo per la vita delle persone? Questa storia può aiutarci a comprendere meglio il significato della parola tortura nel carcere contemporaneo?

Ieri notte prima di partire ho fatto un sogno:

“Sono in una casa con il figlio di un mio amico che si è sposato da alcuni anni. Lui è la moglie mi raccontano che dopo il matrimonio le cose si sono invertite. Prima si scambiavano doni andavano in vacanza insieme, ora non più. Nella loro cucina in alto c’è un grande insetto colorato che mi salta addosso, chiudo gli occhi impaurito, ma mi fa le fusa… nel dormiveglia penso che potrebbe trattarsi del grillo parlante della fiaba di Pinocchio. Rientro nel sogno ma non ricordo il suo sviluppo, ricordo solo che una persona mi dice di fare attenzione ad un dittatore di un paese dell’America latina che si chiama el celodio Pablo Danas”. Provo a fare da sveglio un gioco di significazione con questo sogno collegandolo al viaggio che ho iniziato verso il luogo simbolico di una istituzione totale per eccellenza che si prende a vita, la vita delle persone. La prima scena rimanda all’istituzione del matrimonio, ma anche a quella deriva dei gruppi sociali che una volta istituiti tendono ritualizzarsi e ad eternizzarsi soffocando gli aspetti rigenerativi ed allontanando l’idea stessa dell’impermanenza. La seconda scena mi fa pensare che il grillo parlante comportandosi in un modo diverso da quello della favola, ha perso forse tutte le certezze, che nel dialogo con Pinocchio manifestava, sulle istituzioni nelle quali si svolge la crescita dei bambini: scuola famiglia… La terza scena mi sembra colleghi il viaggio verso una istituzione totale ad un regime totalitario, è divertente inoltre il gioco che si può fare con le parole, celodio si scompone in “c’è l’odio” e Danas potrebbe significare “dannato”. Ma poi chissà, il gioco di significazione di una esperienza onirica può essere infinito come la significazione di ogni esperienza.

Siamo arrivati a Latina, il viaggio attraversa insieme il pensiero ed il territorio. C’è il rischio che lo sciopero dei marittimi ci blocchi sul pontile di Formia. Gli albergatori ci hanno assicurato che qualcosa partirà, perché dicono, non si può lasciare isolata un’isola.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Isola e isolamento carcerario hanno viaggiato spesso insieme. Ventotene ha una lunghissima storia di isola penitenziaria. Inizia con un imperatore romano che mette lì in esilio una figlia. Poi, come ci ha narrato Salvatore durante il primo viaggio, diventa un esperimento umanistico: vengono deportati a Ventotene 200 uomini e donne cosiddetti di “malaffare” per partecipare ad un esperimento condotto nello spirito del pensiero di Rousseau. In sostanza quelle persone a contatto con la natura incontaminata sarebbero dovute ridiventate “buone”, ma nel 1771 l’esperimento viene giudicato fallimentare e le persone vengono deportate nuovamente nelle città. Sempre a Ventotene nelle antiche cisterne dell’acquedotto romano furono detenuti i forzati che dovevano costruire la Ventotene borbonica. Questi reclusi ci hanno lasciato nel loro luogo di detenzione degli importanti graffiti. Nel 1786 i Borboni decidono di costruire nell’isola vicina di Santo Stefano il primo ergastolo. L’isola di Ventotene è stata poi luogo di esilio per i resistenti ma anche per quegli stranieri giudicati indesiderati dal regime fascista in guerra, oggi, girando per Ventotene delel targhette ci indicano i luoghi della loro permanenza.

Mi ha telefonato Beppe per dirmi che il Comune di Ventotene ha dato il patrocinio per l’iniziativa serale che si terrà sull’isola dopo la visita al cimitero, anche l’Ente della riserva naturale ha dato il patrocinio. Sono due riconoscimenti importanti per il viaggio che stiamo facendo.

Prendiamo l’aliscafo per Ventotene da Formia io Peppe e Valentina. Sull’aliscafo incontro Angela che è venuta da sola in treno da Firenze. L’ho incontrata ad un convegno europeo sull’ergastolo a Firenze alcuni mesi fa. Lì Angela, insieme a Laura, si sono offerte di preparare le targhette plastificate con i nomi delle persone sepolte nelle tombe. Ci fa vedere subito le targhette, qualcuno ha messo in dubbio il suo lavoro, noi le troviamo splendide. Ci sediamo insieme. Mi dice che lei vive in un bosco da alcuni anni. Lavora a Firenze ma la sua vita la trascorre nella profondità del bosco. Da lì ha cominciato a scrivere ad alcuni reclusi all’ergastolo. Ha saputo dell’iniziativa ed ha deciso già da molti mesi di venire. Abbiamo commentato che probabilmente ognuno parte per questo viaggio oltre che da un luogo geografico anche da un proprio luogo esperienziale che lo spinge a mettersi in cammino. Io parto dalla mia esperienza di reclusione all’ergastolo.

Nell’aliscafo non c’è aria condizionata il mare è mosso, usciamo tutti fuori perché cominciamo a star male. Valentina vomita due volte.

Approdiamo finalmente a Ventotene e cerchiamo, dopo esserci rifocillati, l’agenzia dove abbiamo prenotato le stanze per pernottare. Per una serie di circostanze mi ritrovo per questa sera da solo in una stanza con 4 letti, le altre persone che la devono occupare arriveranno domattina. il posto è ad oltre un chilometro fuori dal centro, silenzioso. Abbiamo impattato anche la dimensione turistica di Ventotene. I prezzi sono da stagione turistica. Ventotene e come fosse un’isola di Napoli, si parla dialetto napoletano e bisogna contrattare su tutto per avere qualche riduzione, comincio a parlare anche io il mio dialetto ma Valentina si dimostra più efficace nelle trattative.

Con l’aliscafo delle 18 sono arrivati Davide e Melania da Roma. Paolo, Davide, Simone e Veronica da Milano. Fanno riferimento ad un centro sociale di Abbiategrasso, il Folletto. Paolo, dopo il primo viaggio, mi segnalò l’articolo di Veronelli, (enologo, anarchico) che durante una permanenza a Santo Stefano verso la fine degli anni sessanta aveva tracciato una mappa con i nominativi delle persone sepolte in 30 delle 47 tombe. Ma Veronica Davide e Simone sono anche lavoratori del cinema e sono partiti con attrezzature professionali preziose per documentare l’evento. Dopo aver cenato insieme loro vanno verso il mare, io mi dirigo verso la casa dove pernotterò per scrivere e riposarmi. Ho preso in carcere l’abitudine di scrivere frammenti di diario per essere presente in modo riflessivo a ciò che mi accadeva, un modo per attraversare gli eventi senza esserne travolto. Anche questo viaggio mi spinge ad una presenza attraverso la scrittura, questo diario costituirà anche il mio modo di documentarla.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Santo Stefano è forse diventato l’attrattore simbolico di ciò che dentro di me ha lasciato l’esperienza dell’ergastolo. E chissà che le tombe del cimitero non siano uno specchio per quella parte di me che è morta durante la detenzione. Ricordo che la prima volta che le ho viste mi sono detto: che fortuna che ho avuto! A loro, sepolti lì, è andata diversamente. Sono morti in carcere. Morire in carcere, finire la mia vita lì, costituiva per me l’incubo peggiore. Ricordo che quando ero all’ergastolo un’amica forse per consolarmi mi scrisse … “non preoccuparti, un giorno finirà fosse anche con la morte…” Mi sentii il sangue scivolare nei piedi.

23 giugno

Questa notte non ho dormito per niente, sarà il caldo, saranno state le zanzare, ma più che altro penso sia una inquietudine, sento anche una responsabilità nei confronti delle tante persone che stanno per arrivare. Mi siedo fuori a guardare le stelle, la luce di un lampione da fastidio. C’è un grande silenzio. La giornata che mi aspetta è faticosa ed affrontarla senza aver minimamente dormito un po’ mi spaventa. Sta facendo giorno, mi preparo il caffè a mi metto a fare tai chi nel patio davanti casa. Lo scambio energetico con il luogo mi ridà vigore. Passa Paolo che va al mare, ci salutiamo, continuo il mio tai chi. Poi doccia. Torna Paolo, ci facciamo un caffè insieme, tornando dal mare ha comperato dei cornetti caldi. Ci diamo appuntamento intorno alle 10,30 nella piazza di Ventotene. Io dovrò con Angela trovare un attrezzo per fare i buchi alle targhettine plastificate, che saranno legate alle croci delle tombe con delle fascette di plastica. Mi vesto e mi avvio verso Ventotene, incontro Valentina e Peppe. Neanche loro hanno dormito a causa delle zanzare. Cerchiamo il nostro amico Salvatore dell’associazione Terra Maris che come lo scorso anno parteciparà con noi all’iniziativa facendoci anche da guida. Dobbiamo concordare con lui la traversata sui gommoni e l’appuntamento sull’isola. Lo incontriamo al porto, ci dice che ci aspetterà sull’isola verso mezzogiorno. Cerchiamo anche un barcaiolo che organizzi il trasporto. Ci fa uno sconto del 50%. E’ lo stesso che ci ha portato sull’isola lo scorso anno e che ha aiutato Rossella a Settembre per il suo intervento artistico nel carcere. Torniamo in piazza. Incontro Angela, Paolo e Giuliano con un suo amico. Do a Giuliano la notizia che come Sensibili alle foglie stiamo approntando un libro sul 41bis. Il regime di isolamento e di tortura psicofisica del 41 bis pesa come un ricatto, finalizzato alla collaborazione con gli inquirenti, su molti reclusi, in gran parte ergastolani, che oltre all’ergastolo senza speranza, quello ostativo alla richiesta di benefici, subiscono anche la torsione di questo regime carcerario. Giuliano mi ricorda che un recluso in 41 bis si è ricavato con le unghie la possibilità di studiare e si è laureato proprio con una tesi sul 41 bis. Vedrà di farcela avere.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Comperiamo la foratrice per le targhettine. E’ perfetta. E’ quasi ora, tra un po’ arriva il traghetto con le persone che sono partite alle 9,15 da Formia, ci avviamo verso il porto. Il primo a sbarcare è Antonio, il figlio di Eugenio Perucatti uno degli ultimi direttori dell’ergastolo di Santo Stefano, che è cresciuto bambino all’interno del carcere. Poi scendono Beatrice, Laura, ma gli altri si disperdono per l’isola, ci rintracciamo telefonicamente, diamo un appuntamento alle 12 al porticciolo da dove partiranno i gommoni. C’è da andare a prendere i fiori e l’acqua, che è fondamentale per affrontare il sole di Santo Stefano ed un po’ di pizza per Salvatore che ci aspetta sull’isola.. La fioraia si ricorda di noi, ci dice di scegliere le piantine che vogliamo. Incontriamo anche Rossella e Rossana. Antonio è conosciutissimo sull’isola, si ferma per saluti con tante persone. Siamo all’imbarco. Ci chiedono quanti siamo per avere la certezza che tre gommoni bastino. Con la dispersione che c’è stata non ci siamo contati. Siamo 35 persone inclusi due bambini ed una cagnetta che si imbarca insieme a noi dopo aver superato qualche incertezza. Si parte tutti insieme, un gommone dopo l’altro ed approdiamo a Santo Stefano. Lungo la salita verso il carcere ci fa da guida Antonio. Suo padre ha diretto il carcere dal 1952 al ’60. Sosteneva l’incostituzionalità dell’ergastolo ed aveva adottato una linea riformatrice rispetto all’ergastolo duro. Organizzando lavori sull’isola per i reclusi, che potevano anche effettuare degli incontri della durata di 24 ore, in un locale all’esterno del carcere, con le proprie famiglie. Mentre passiamo sotto l’arco di ingresso e cominciamo a salire, Antonio ci narra sia della politica adottata da suo padre ma anche della vita di un bambino che non ha mai percepito le persone all’ergastolo come dei mostri di cui aver paura. E’ rimasto legato negli anni ad uno degli ergastolani che gli ha fatto praticamente da baby sitter. Arriviamo in cima in “piazza della redenzione”, la gestione riformatrice dell’ergastolo si fondava su una narrazione articolata intorno a tre parole: luogo di dolore, di espiazione, di redenzione. Su questa piazza dal nome-mito c’è l’ingresso alla struttura e dalla piazza parte il viottolo che porta al cimitero.

Recuperiamo Salvatore che saluta il gruppo con cui ha completato la visita. Prendiamo un po’ di fiato, Salvatore mangia la sua pizza, poi entriamo nel carcere. Già noto qualcosa di diverso dallo scorso anno. A Salvatore ed alla sua associazione è stata affidata la custodia del carcere. Tutto è più pulito, ma ciò che resta dell’architettura di questo primo ergastolo è maggiormente pericolante. A gran parte della struttura è ora impedito l’accesso. Discutendo in seguito con Salvatore si è accennato all’importanza di sostenere, cosa che ogni cittadino può fare, la richiesta al FAI per restaurare il monumento.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Ci fermiamo tra i passeggi chiusi costruiti dopo l’unità d’Italia e le prime celle del piano terra. Salvatore illustra la storia e l’architettura del penitenziario, immaginata per una visione totale da parte delle guardie sui movimenti dei reclusi all’interno delle celle e dei ballatoi antistanti. Un panottico costruito mentre Bentham stava ancora mettendo a punto il libro che lo teorizzava. Il dispositivo panottico che è alla base della nascita delle istituzioni disciplinari avrebbe dovuto costruire nell’intenzione di Bentham il controllo di una mente sopra un’altra mente. Ma come ci spiega Salvatore l’ergastolo borbonico rinchiudeva 1000 detenuti in 99 celle distribuite su tre livelli, un “carcere discarica umana” diremmo oggi, con alti livelli di mortalità. Dopo l’unità d’Italia i Savoia lo trasformeranno in un luogo di detenzione cellulare basato sull’isolamento e la reclusione dura, soprattutto per gli oppositori anarchici. La presentazione oscilla costantemente fra passato e presente. Salvatore mi ha anche raccontato che durante le sue visite al carcere ed al cimitero si confronta spesso con persone che ci tengono a ribadirgli che in fondo chi è finito lì, morendoci, se lo è meritato, quindi le sue visite guidate diventano anche un confronto con culture che ribadiscono la funzione dell’ergastolo, ma in ogni caso la crudezza dell’ergastolo che lì si vede e viene narrata, stimola una riflessione e sollecita una responsabilità rispetto al presente.

Ci dirigiamo ora verso il cimitero, cerco di superare tutti gli altri del gruppo perché voglio entrare da solo per vivermi un po’ il luogo nel silenzio. Entro per primo e poggio le due piantine che ho con me vicino alle prime tombe. Anche qui la scena è cambiata rispetto allo scorso anno. Le tombe, come mi anticipava Salvatore, sono state da lui completamente pulite dalle erbacce ed ora sono ben delineate dai sassi che le contornano .

Questa infilata di croci nude inginocchia l’anima!

Diario fotografico di Letizia Romeo

Antonio porta con se una foto che conserva da anni di un recluso inginocchiato che prega sulla tomba di un altro recluso, la mostra. Cerco di invitare le persone ad un tono più basso di voce , ma questa è un po’ la mia percezione ed il mio stato d’animo in quel luogo, che ancor più della struttura carceraria mette in contatto con ciò che rappresenta la pena dell’ergastolo, ieri e oggi.

Cerco Valentina che sul suo tablet ha la mappa di Veronelli, in base alla quale cercheremo di dare dei nomi a quelle tombe. Decidiamo che ogni persona può prendere una o più targhettine da legare alle croci. Io comincio a leggere i nomi della prima fila a sinistra. La linea di croci di sinistra è chiara e corrisponde perfettamente alla mappa di Veronelli, la linea di destra anche. Dopo i tre gradini, nella seconda parte del cimitero, è più complicato immaginare che tipo di sequenza abbia scelto Veronelli, perché sia a destra che a sinistra ci sono due file parallele di croci che poi diventano tre. Optiamo prima per un tipo di sequenza ma poi ci sembra più logica un’altra e quindi le targhette vengono cambiate. Nasce lì per lì l’idea che si potrebbero fare delle ricerche sui nomi degli ergastolani sepolti. Ognuno potrebbe adottare per questa ricerca, la persona morta alla quale ha legato il nome. Salvatore ci informa anche che, messe queste targhette, lui potrà poi fare una verifica utilizzando altri documenti dell’archivio del carcere, vedendo così se questa mappa risulta confermata e poi ci sono ancora alcune tombe senza nome. Ma c’è anche la possibilità che, o in quella stessa terra o in un altro luogo, ci sia un’altra fossa senza croci, una fossa comune. Abbiamo intanto compiuto la nostra missione, ora alcune tombe hanno i loro nomi, : Montalbano G.; De Roma Francesco; Donatangelo Pasquale; Durante Felice; Lai Salvatore 28.9.1931; Entrelli Rocco; Mediati o Mediali Rocco; Imbrindo Domenico; Iacono Lucio; Forte Michele; De Rocca Salvatore; Toscailli o Roscailli Benedetto; Giorgi Luigi;Lota Kasem; Dosko o Posko Nazir; Ussello Giuseppe; Galdi Giuseppe; Nangini Guido; Saracco Natale; Di Benedetto Vincenzo; Sacchi Luigi; Carota Antonio;. Pilia Benigno; Di Santo Rufino; Bresci Gaetano; Messina Pietro; Lizio Rossano; De Cuzei Giuseppe; Pannuccio Antonio; Monte Gaetano; Biase Donadio; Gemina Domenico. Baetta Filadelfo; Rodessi Giovanni; Fissore Giuseppe; Tupponi Sebastiano; Lai Antioco; Baches Raffaele. Reda o Beda Giuseppe.

Diario fotografico di Letizia Romeo

La pratica sociale per l’abolizione dell’ergastolo è importante che sia anche retroattiva, che operi perché nessun essere umano possa essere cancellato per sempre dal consorzio umano.

Veronica, Davide e Simone, con le loro attrezzature, tra le quali un grande microfono peloso, hanno documentato l’esperienza. Prima del ritorno a Ventotene fanno una intervista a Salvatore e poi una anche a me. Mi cambio la maglia per non essere fradicio di sudore davanti alla videocamera. Mi scopro anche scottato dal sole, mentre leggevo i nomi e gli altri legavano le targhette non mi rendevo conto, forse nessuno si rendeva conto della temperatura a cui eravamo.

Sono contento e incrocio i sorrisi di tutti.

L’incontro.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Ci ritroviamo alle 19 presso il museo di Ventotene L’incontro inizia con Rossella che proietta il suo filmato. Ci spiega che ha montato insieme diversi frammenti girati in super 8. Un frammento del nostro viaggio dello scorso anno, una visita guidata di Salvatore all’interno dell’ergastolo, ma gran parte del filmato riguarda l’intervento artistico effettuato nel carcere in settembre con la collaborazione di Salvatore e di altre persone dell’isola. Il super 8 genera un effetto di straniamento, sembra di guardare filmati girati in un’altra epoca. Le immagini dell’intervento artistico fanno vedere questi fogli di piombo srotolati nella cella e nel passeggio e poi battuti con un martelletto, come a prendere l’impronta anche dei passi di chi in quella cella o in quel passeggio ha camminato. Mi piace pensare a questa operazione come ad una ostinazione di memoria, una volontà di memoria che non si accontenta delle tracce scritte, dello scheletro architettonico, ma si sforza di andare oltre, verso qualcosa di ineffabile, di inenarrabile, o di interdetto.

Ci spostiamo fuori dalla sala della proiezione e ci sediamo in cerchio. L’incontro è aperto a chiunque voglia partecipare e l’invito è stato rivolto alle istituzioni e all’isola, ma a trovarci siamo noi, il nostro gruppo, forse anche perché l’isola in questi giorni è in pieno fermento lavorativo: è iniziata la stagione turistica. Pensiamo allora di utilizzare questo momento di incontro per scambiarci le prime impressioni sull’esperienza che stiamo facendo, immaginarla in prospettiva, e presentarci tra noi, anche perché non tutti ci conosciamo. Il gruppo è fatto di molti: molte provenienze territoriali, molte professioni, molti studi, alcuni fanno riferimento a reti associative che operano in relazione al carcere, ma molti altri non hanno questo percorso, molte le motivazioni personali al viaggio, varie le età…. Il gruppo si è ritrovato sulla base di un invito in un luogo simbolico, per alcune azioni simboliche, da svolgere all’interno di un immaginario che abolisca l’ergastolo. Un invito circolato innanzitutto direttamente, di bocca in bocca, ma anche da una mail all’altra, rimbalzato da un sito all’altro. Ciò che può aver determinato al viaggio è stata forse anche l’attrazione per l’esperienza che il primo viaggio ha comunicato. Durante l’incontro si è parlato dell’incostituzionalità dell’ergastolo, di come i costituenti abbiano agito in modo contraddittorio mantenendo l’ergastolo ma scrivendo anche l’art.27 della costituzione. E’ stata letta una lettera della madre di una persona all’ergastolo che evidenzia come la pena venga subita anche dai familiari. Sono state narrate le difficoltà che incontrano i reclusi attualmente all’ergastolo dopo le iniziative significative prese collettivamente tra il 2007 ed il 2008: la richiesta inviata da 300 ergastolani al presidente della repubblica di trasformare il loro ergastolo in pena di morte ed il ricorso di 700 ergastolani alla corte europea di Strasburgo sul trattamento inumano e degradante connaturato all’ergastolo ostativo. E’ stata sottolineata anche l’importanza dal punto di vista formativo del viaggio che abbiamo fatto e la possibilità di ampliare la proposta in questo senso. Siccome molti dei partecipanti hanno documentato in vario modo l’esperienza e dal momento che ognuno dei partecipanti è orientato a produrre una sua narrazione del viaggio, Valentina si propone per allestire uno spazio nella rete dove far confluire queste narrazioni, affinché esse possano essere a disposizione di chi voglia conoscere questa esperienza ed ampliarla socialmente.. E’ stata poi sollecitata una maggiore attinenza al presente, all’ergastolo di oggi… Dialogando su questo aspetto è cominciata ad emergere una proposta: “liberi dall’ergastolo”. Questa proposta implicherebbe innanzitutto chi non vive dentro un ergastolo, ma non se la sente di subire passivamente la presenza sociale di una pena che implica la condanna alla morte in carcere. L’ergastolo tra l’altro viene comminato “in nome del popolo” e quindi anche in nostro nome. La proposta è affiorata pian piano attraverso un lavoro dell’immaginario: si è pensato che sarebbe importante ad esempio se un comune come Ventotene, con il suo pieno di storia, si dichiarasse un giorno libero dall’ergastolo come ci si dichiara liberi dagli OGM o territori denuclearizzati. Ma perché aspettare che una istituzione o più istituzioni possano un giorno andare in questa direzione, perché non sollecitarle costruendo già a partire da noi stessi questo racconto sociale di libertà, da noi stessi e da quei pezzi di società: associazioni, gruppi, collettivi che si sentono di farlo. Perché non distaccarsi dall’immaginario corrente, per affermarne uno nuovo che viene dal futuro e che può vivere nel presente attraverso una assunzione consapevole di responsabilità. D’altronde ogni istituzione può essere superata se si afferma un racconto sociale che la storicizza, che la toglie dal mito che è sempre esistita e sempre esisterà. Da questo punto di vista il viaggio a Santo Stefano è illuminante perché si tocca con mano la storicità settecentesca di questa istituzione e, al di là del racconto che dell’ergastolo ha fatto Beccaria, si incontra anche la sua crudeltà pari alla pena di morte. Queste suggestioni appena accennate solleticano di sicuro il mio entusiasmo ma anche quello del gruppo, perché si comincia a vedere attraverso questo gioco immaginativo, come un racconto sociale per il superamento dell’ergastolo non debba dipendere da altri: dagli organismi preposti a fare le leggi o dall’acume, negli ultimi tempi abbastanza frustrato da sentenze avverse, dei giuristi più sensibili, bensì da noi. “Liberi dall’ergastolo” non si configura coma una esortazione rivolta a qualcuno, non è neppure un imperativo, bensì una affermazione della propria libertà da una istituzione che esiste ma non è da tutti condivisa. Proseguendo con questo gioco dell’immaginario si è pensato che “liberi dall’ergastolo” potrebbe costituire un simbolo, nella forma di un logo, che si possa associare alla narrazione sociale di chi immagina se stesso e la società fuori da questa forma di pena. Un simbolo anche che possa ispirare la tensione sociale, civile, politica, di quelle porzioni di società che in tutta coscienza non se la sentono di mostrificare chicchessia e di espellerlo a vita dal consorzio umano. Un simbolo che giochi anche, per chi ne ha voglia, come un interrogativo personale, quotidiano, sulla vita. Come una persona ha detto: “io vengo qui anche con la mia reclusione”. Oltre all’ergastolo penale, esistono degli ergastoli relazionali, ma anche degli ergastoli sociali, connessi a quei sistemi di potere ed economici o a gruppi di appartenenza, che pretendono la totalità della nostra esistenza.

Ma il processo immaginativo e solo appena cominciato.

Diario fotografico di Letizia Romeo

25 giugno

Giacomo, Mattia e Letizia, scrivendo su un motore di ricerca il nome di una delle persone sepolte a Santo Stefano, rintracciano il nipote, che da molti anni conduceva delle ricerche per scoprire dove fosse sepolto suo nonno, senza che nessuna istituzione rispondesse concretamente alla sua legittima richiesta. Questa persona si è messa immediatamente in viaggio per Santo Stefano con l’intento di vedere la tomba a cui è stato dato il nome del nonno e di procedere con le necessarie verifiche, intanto ringraziava Mattia e tutti noi per l’iniziativa che abbiamo preso.

Nicola Valentino

Ergastolo di Santo Stefano, giugno 2011: il mio primo fiore ai 47 corpi senza nome

Siamo approdati sull’isola di Santo Stefano con un piccolo gommone.

Foto di Valentina Perniciaro
_Il carcere si avvicina_

Scesi al volo, il piede si aggrappa subito ad un suolo minuscolo e spigoloso, uno scoglio meraviglioso, intriso però in ogni suo sasso di dolore.

L’ergastolo di Santo Stefano è il primo vero carcere nato sul suolo italiano; ha sentito sbattere le sue chiuse ferrose la prima volta nel 1797 per lunghi interminabili anni, fino al nostro 1965. Non un vecchio convento o castello, ma una struttura progettata per la detenzione e il controllo.  Salvatore non si può definire un custode, è più l’anima di quell’isola.
Sono le sue mani a sistemare il poco di sistemabile, ad aprire e chiudere i cancelli ai curiosi, a chi su quel posto scrive e ricerca, a chi invece come noi voleva portare un fiore a quelle tombe senza nome, con la speranza e l’impegno preso di provare a darglielo al più presto.

47 tombe ci sono, e grazie al lavoro decennale di Salvatore ci sono ora anche 47 croci di legno, avvolte però dalle erbacce e dalla vegetazione che su quello scoglio cresce selvaggia come se mano d’uomo non ci fosse quasi mai passata.
E invece, mani di uomini in catene, mani di uomini legati l’uno all’altro, mani di uomini che con gli stenti della fame e della sete che ha quasi sempre caratterizzato la prigionia isolana hanno vissuto quella terra stupefacente ma ostile. Piccola e capace di avere un concentrato di vissuto e di dolore che pochi altri luoghi hanno.

Foto di Valentina Perniciaro
Carcere di Santo Stefano: le celle

Bisogna andare a visitare quel luogo, bisogna vedere quell’abbozzo di Panopticon (la costruzione del carcere è precedente di qualche anno al progetto di Bentham) e soprattutto quel cimitero per capire, per sentire un po’ sulla propria pelle cosa significa privazione della libertà personale, cosa significa detenzione e soprattutto cosa significa ERGASTOLO.

Quel cimitero racchiude in se una solitudine mai sentita prima d’ora.
Quei corpi di cui la storia ha deciso di non aver memoria di un nome (c’è anche Gaetano Bresci tra quei corpi) hanno vissuto il proprio funerale molte volte prima che il loro corpo vi fosse seppellito, da altre mani prigioniere.

Detenuti che tagliano la legna, detenuti che chiodo su chiodo costruiscono una bara.

Foto di Valentina Perniciaro _Il vero FINE PENA MAI, il cimitero degli ergastolani_

Detenuti che preparano quel corpo da chiudere nel legno, che dalla terra libera arriva con un piccolo battello.
Detenuti, uomini prigionieri, che accompagnano sotto quel sole e su quella terra nera il proprio compagno sulla collina, dove il grande mare avvolge tutto.

Ci sono alcune immagini di quei funerale, che Salvatore custodisce amorevolmente in un album ingiallito… nel guardarle, nel vederli tutti vestiti uguali che si inginocchiano per salutare un altro vestito come loro, che s’è liberato prima di quella condanna terrena che aveva velleità di eternità, ho pensato che quegli uomini hanno vissuto chissà quante volte il loro funerale.Io non so dove morirò, non so dove come e chi parteciperà ai miei funerali.
Non ho idea di come verrà riposto il mio corpo, di cosa verrà detto, di quale viale sarà percorso se ne sarà percorso uno.
A loro bastava guardarsi intorno, bastava tenere gli occhi ben aperti per assistere al proprio funerale, per veder costruire una bara uguale identica a quella che poi sarà costruita per loro stessi: chissà che aria c’era in quel blu che lì tutto circonda, nel momento in cui la terra cadeva sul legno, col canto dei tanti gabbiani e i colori incredibilmente vivi che sparano tutt’intorno.

Vorrei raccontarvi molte cose di quel posto…ci sarà modo, ancora devo digerirne i racconti e i sussulti del sangue.
di Valentina Perniciaro

un funerale, nel carcere degli ergastolani di Santo Stefano (Archivio storico)