A Gaetano Bresci e ai suoi compagni di prigionia, tutti

Foto di Valentina Perniciaro _il cimitero degli ergastolani, tutto pulito_

Un’emozione che non riesco a descrivere.
Quando lo scorso anno misi piede per la prima volta su quello scoglio meraviglioso le emozioni furono immense,
piene di gioia e di quella addolorata rabbiosa sensazione di prigionia.
Visitare l’isola di Santo Stefano e il suo ergastolo è un’esperienza incredibile, se la si affronta con la libertà nel sangue.

In quattro navigammo quel tratto di mare, quattro persone, una macchinetta fotografica, una super8, pala, piccone, acqua e fiori: non era accettabile che quel cimitero di ergastolani fosse avvolto dall’oblio,

non era accettabile che quei corpi e quelle 47 croci vivessero abbandonate così,
tra i canti dei gabbiani e quel vento di mare che sa di libertà, e la cura di Salvatore, da solo.
Tra quei corpi tanti fratelli, tra quei corpi anche il caro “uccisore di re” Gaetano Bresci,
anche lui abbandonato lì, senza nome, senza ricordo, senza quel minimo di dignità che dovrebbe esser garantita sulla tomba di tutti, figuriamoci la sua.

Ora di quelle 47 croci solo pochissime sono senza nome: ora quei corpi privati della propria libertà, quei corpi seppelliti dai propri stessi compagni di

Foto di Valentina Perniciaro _in cella, nell’ergastolo di Santo Stefano_

prigionia, hanno un giaciglio che ricorda il loro nome, e la data della loro dipartita.

E’ stata un’emozione forte, per quello queste mie parole non riescono ad uscire.
Perchè ancora devo metabolizzare l’immagine di quel cimitero tutto pulito, di quelle tombe quasi belle come non erano da chissà quanti decenni, e tutte con  un nome, come non erano praticamente mai state.

E quindi scrivo qui, confusamente, senza riuscire probabilmente a trasmettervi la storia di questo gruppo,
che lo scorso anno era composto da 4 persone, e che invece ha visto aggiungere uno zero a quel numero.
Un gruppo che s’è creato in autonomia approdando su quell’isola da sconosciuti, un gruppo mosso dalla volontà di abolire l’ergastolo, di liberarsene completamente.
Quest’anno eravamo in tanti a navigare quel tratto di mare,
in tanti a girare quella curva in salita, sotto al sole,  in passato dominata  dal cartello “Questo è un luogo di dolore”.
Lo è ancora un luogo di dolore, lo sarà sempre, come qualunque carcere e forse più di molti altri per la portata storica e violenta che ha con sè;

un carcere dove le storie di evasioni son purtroppo poche mentre abbondano i dettagli delle fustigazioni, della segregazione, dell’impazzimento.Ma è anche  un carcere che ha vissuto anche un periodo diverso, dove i detenuti erano molto liberi, dove si potevano fare colloqui con i propri familiari di 24 ore, in apposite case, cosa che ora a dirla pare un film.
Insomma, queste confuse righe non sono nulla se non un appuntamento a prestissimo, con un po’ di storie di quegli uomini,
con un po’ di racconti di ogni tempo,
con la vicinanza totale che sento, dal primo momento, con tutti coloro che da lì son passati, ultimi della terra, rinchiusi il più lontano possibile dalla società.

Foto di Valentina Perniciaro _Gaetano Bresci, ed un nome sulla tomba_

A presto con quelle storie,
con il blu di quel mare che urla libertà,
con la ruggine di quei blindi che ancora grida la violenza della prigionia.

Gaetano Bresci,
a tutti i suoi compagni di prigionia
di ieri, di oggi e di sempre.

Di Valentina Perniciaro

Advertisements

Diario di viaggio al cimitero degli ergastolani dell’isola di Santo Stefano di Nicola Valentino – Diario fotografico di Letizia Romeo (giugno 2012)

22 giugno

Io Peppe e Valentina abbiamo preso un treno regionale perché rispetto ad un intercity costa la metà. Oggi viaggiare costa tantissimo, chi parte come noi per questo viaggio al cimitero degli ergastolani di Santo Stefano ha proprio una determinazione a partire. C’è il costo del viaggio, del pernottamento, oltre alla scelta di dedicare alcuni giorni a questa iniziativa. Non si viene qui per caso, ma per scelta, non si può partecipare passivamente salendo su un carro organizzato, ma per una determinazione personale. Siamo partiti nonostante lo sciopero dei mezzi pubblici, molti si sono mossi in macchina per avere la certezza di arrivare a destinazione.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Mi sono messo in viaggio custodendo nel diario un racconto riguardante il carcere, raccolto durante un seminario ad Azala in terra basca. Un ex recluso ha raccontato che in una sezione di sicurezza di un carcere spagnolo due persone si sono tolte la vita dopo essere cadute improvvisamente e inaspettatamente in depressione. In seguito ad una rapida inchiesta i reclusi del braccio si sono resi conto che le cadute depressive, che per alcuni avevano avuto un esito tragico, riguardavano solo quei prigionieri che bevevano il caffè dell’amministrazione. Hanno inoltre constatato che questi reclusi in depressione venivano osservati con particolare attenzione dal personale medico del carcere. In sostanza questa storia ci parla di una somministrazione di psicofarmaci dati con inganno. Oggi nelle carceri Italiane che sono state sovraffollate a dismisura da alcune leggi di cancerizzazione di massa, il controllo chimico attraverso cerebrofarmaci è una delle principali forme di controllo, ma i farmaci che vengono somministrati, fuori anche da protocolli terapeutici, non sono costituiti da semplici tranquillanti bensì da antipsicotici. Di recente uno dei sindacati della polizia penitenziaria ha denunciato che, a parte gli ettolitri di valium, nelle carceri vengono somministrati con il giro della terapia: antipsicotici, ipnotici, antidepressivi, oppiacei, benzodiazepine, stabilizzanti dell’umore. Che implicazioni ha tutto questo? E’ possibile parlare di semplice sedazione o non piuttosto di un pericolo per la vita delle persone? Questa storia può aiutarci a comprendere meglio il significato della parola tortura nel carcere contemporaneo?

Ieri notte prima di partire ho fatto un sogno:

“Sono in una casa con il figlio di un mio amico che si è sposato da alcuni anni. Lui è la moglie mi raccontano che dopo il matrimonio le cose si sono invertite. Prima si scambiavano doni andavano in vacanza insieme, ora non più. Nella loro cucina in alto c’è un grande insetto colorato che mi salta addosso, chiudo gli occhi impaurito, ma mi fa le fusa… nel dormiveglia penso che potrebbe trattarsi del grillo parlante della fiaba di Pinocchio. Rientro nel sogno ma non ricordo il suo sviluppo, ricordo solo che una persona mi dice di fare attenzione ad un dittatore di un paese dell’America latina che si chiama el celodio Pablo Danas”. Provo a fare da sveglio un gioco di significazione con questo sogno collegandolo al viaggio che ho iniziato verso il luogo simbolico di una istituzione totale per eccellenza che si prende a vita, la vita delle persone. La prima scena rimanda all’istituzione del matrimonio, ma anche a quella deriva dei gruppi sociali che una volta istituiti tendono ritualizzarsi e ad eternizzarsi soffocando gli aspetti rigenerativi ed allontanando l’idea stessa dell’impermanenza. La seconda scena mi fa pensare che il grillo parlante comportandosi in un modo diverso da quello della favola, ha perso forse tutte le certezze, che nel dialogo con Pinocchio manifestava, sulle istituzioni nelle quali si svolge la crescita dei bambini: scuola famiglia… La terza scena mi sembra colleghi il viaggio verso una istituzione totale ad un regime totalitario, è divertente inoltre il gioco che si può fare con le parole, celodio si scompone in “c’è l’odio” e Danas potrebbe significare “dannato”. Ma poi chissà, il gioco di significazione di una esperienza onirica può essere infinito come la significazione di ogni esperienza.

Siamo arrivati a Latina, il viaggio attraversa insieme il pensiero ed il territorio. C’è il rischio che lo sciopero dei marittimi ci blocchi sul pontile di Formia. Gli albergatori ci hanno assicurato che qualcosa partirà, perché dicono, non si può lasciare isolata un’isola.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Isola e isolamento carcerario hanno viaggiato spesso insieme. Ventotene ha una lunghissima storia di isola penitenziaria. Inizia con un imperatore romano che mette lì in esilio una figlia. Poi, come ci ha narrato Salvatore durante il primo viaggio, diventa un esperimento umanistico: vengono deportati a Ventotene 200 uomini e donne cosiddetti di “malaffare” per partecipare ad un esperimento condotto nello spirito del pensiero di Rousseau. In sostanza quelle persone a contatto con la natura incontaminata sarebbero dovute ridiventate “buone”, ma nel 1771 l’esperimento viene giudicato fallimentare e le persone vengono deportate nuovamente nelle città. Sempre a Ventotene nelle antiche cisterne dell’acquedotto romano furono detenuti i forzati che dovevano costruire la Ventotene borbonica. Questi reclusi ci hanno lasciato nel loro luogo di detenzione degli importanti graffiti. Nel 1786 i Borboni decidono di costruire nell’isola vicina di Santo Stefano il primo ergastolo. L’isola di Ventotene è stata poi luogo di esilio per i resistenti ma anche per quegli stranieri giudicati indesiderati dal regime fascista in guerra, oggi, girando per Ventotene delel targhette ci indicano i luoghi della loro permanenza.

Mi ha telefonato Beppe per dirmi che il Comune di Ventotene ha dato il patrocinio per l’iniziativa serale che si terrà sull’isola dopo la visita al cimitero, anche l’Ente della riserva naturale ha dato il patrocinio. Sono due riconoscimenti importanti per il viaggio che stiamo facendo.

Prendiamo l’aliscafo per Ventotene da Formia io Peppe e Valentina. Sull’aliscafo incontro Angela che è venuta da sola in treno da Firenze. L’ho incontrata ad un convegno europeo sull’ergastolo a Firenze alcuni mesi fa. Lì Angela, insieme a Laura, si sono offerte di preparare le targhette plastificate con i nomi delle persone sepolte nelle tombe. Ci fa vedere subito le targhette, qualcuno ha messo in dubbio il suo lavoro, noi le troviamo splendide. Ci sediamo insieme. Mi dice che lei vive in un bosco da alcuni anni. Lavora a Firenze ma la sua vita la trascorre nella profondità del bosco. Da lì ha cominciato a scrivere ad alcuni reclusi all’ergastolo. Ha saputo dell’iniziativa ed ha deciso già da molti mesi di venire. Abbiamo commentato che probabilmente ognuno parte per questo viaggio oltre che da un luogo geografico anche da un proprio luogo esperienziale che lo spinge a mettersi in cammino. Io parto dalla mia esperienza di reclusione all’ergastolo.

Nell’aliscafo non c’è aria condizionata il mare è mosso, usciamo tutti fuori perché cominciamo a star male. Valentina vomita due volte.

Approdiamo finalmente a Ventotene e cerchiamo, dopo esserci rifocillati, l’agenzia dove abbiamo prenotato le stanze per pernottare. Per una serie di circostanze mi ritrovo per questa sera da solo in una stanza con 4 letti, le altre persone che la devono occupare arriveranno domattina. il posto è ad oltre un chilometro fuori dal centro, silenzioso. Abbiamo impattato anche la dimensione turistica di Ventotene. I prezzi sono da stagione turistica. Ventotene e come fosse un’isola di Napoli, si parla dialetto napoletano e bisogna contrattare su tutto per avere qualche riduzione, comincio a parlare anche io il mio dialetto ma Valentina si dimostra più efficace nelle trattative.

Con l’aliscafo delle 18 sono arrivati Davide e Melania da Roma. Paolo, Davide, Simone e Veronica da Milano. Fanno riferimento ad un centro sociale di Abbiategrasso, il Folletto. Paolo, dopo il primo viaggio, mi segnalò l’articolo di Veronelli, (enologo, anarchico) che durante una permanenza a Santo Stefano verso la fine degli anni sessanta aveva tracciato una mappa con i nominativi delle persone sepolte in 30 delle 47 tombe. Ma Veronica Davide e Simone sono anche lavoratori del cinema e sono partiti con attrezzature professionali preziose per documentare l’evento. Dopo aver cenato insieme loro vanno verso il mare, io mi dirigo verso la casa dove pernotterò per scrivere e riposarmi. Ho preso in carcere l’abitudine di scrivere frammenti di diario per essere presente in modo riflessivo a ciò che mi accadeva, un modo per attraversare gli eventi senza esserne travolto. Anche questo viaggio mi spinge ad una presenza attraverso la scrittura, questo diario costituirà anche il mio modo di documentarla.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Santo Stefano è forse diventato l’attrattore simbolico di ciò che dentro di me ha lasciato l’esperienza dell’ergastolo. E chissà che le tombe del cimitero non siano uno specchio per quella parte di me che è morta durante la detenzione. Ricordo che la prima volta che le ho viste mi sono detto: che fortuna che ho avuto! A loro, sepolti lì, è andata diversamente. Sono morti in carcere. Morire in carcere, finire la mia vita lì, costituiva per me l’incubo peggiore. Ricordo che quando ero all’ergastolo un’amica forse per consolarmi mi scrisse … “non preoccuparti, un giorno finirà fosse anche con la morte…” Mi sentii il sangue scivolare nei piedi.

23 giugno

Questa notte non ho dormito per niente, sarà il caldo, saranno state le zanzare, ma più che altro penso sia una inquietudine, sento anche una responsabilità nei confronti delle tante persone che stanno per arrivare. Mi siedo fuori a guardare le stelle, la luce di un lampione da fastidio. C’è un grande silenzio. La giornata che mi aspetta è faticosa ed affrontarla senza aver minimamente dormito un po’ mi spaventa. Sta facendo giorno, mi preparo il caffè a mi metto a fare tai chi nel patio davanti casa. Lo scambio energetico con il luogo mi ridà vigore. Passa Paolo che va al mare, ci salutiamo, continuo il mio tai chi. Poi doccia. Torna Paolo, ci facciamo un caffè insieme, tornando dal mare ha comperato dei cornetti caldi. Ci diamo appuntamento intorno alle 10,30 nella piazza di Ventotene. Io dovrò con Angela trovare un attrezzo per fare i buchi alle targhettine plastificate, che saranno legate alle croci delle tombe con delle fascette di plastica. Mi vesto e mi avvio verso Ventotene, incontro Valentina e Peppe. Neanche loro hanno dormito a causa delle zanzare. Cerchiamo il nostro amico Salvatore dell’associazione Terra Maris che come lo scorso anno parteciparà con noi all’iniziativa facendoci anche da guida. Dobbiamo concordare con lui la traversata sui gommoni e l’appuntamento sull’isola. Lo incontriamo al porto, ci dice che ci aspetterà sull’isola verso mezzogiorno. Cerchiamo anche un barcaiolo che organizzi il trasporto. Ci fa uno sconto del 50%. E’ lo stesso che ci ha portato sull’isola lo scorso anno e che ha aiutato Rossella a Settembre per il suo intervento artistico nel carcere. Torniamo in piazza. Incontro Angela, Paolo e Giuliano con un suo amico. Do a Giuliano la notizia che come Sensibili alle foglie stiamo approntando un libro sul 41bis. Il regime di isolamento e di tortura psicofisica del 41 bis pesa come un ricatto, finalizzato alla collaborazione con gli inquirenti, su molti reclusi, in gran parte ergastolani, che oltre all’ergastolo senza speranza, quello ostativo alla richiesta di benefici, subiscono anche la torsione di questo regime carcerario. Giuliano mi ricorda che un recluso in 41 bis si è ricavato con le unghie la possibilità di studiare e si è laureato proprio con una tesi sul 41 bis. Vedrà di farcela avere.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Comperiamo la foratrice per le targhettine. E’ perfetta. E’ quasi ora, tra un po’ arriva il traghetto con le persone che sono partite alle 9,15 da Formia, ci avviamo verso il porto. Il primo a sbarcare è Antonio, il figlio di Eugenio Perucatti uno degli ultimi direttori dell’ergastolo di Santo Stefano, che è cresciuto bambino all’interno del carcere. Poi scendono Beatrice, Laura, ma gli altri si disperdono per l’isola, ci rintracciamo telefonicamente, diamo un appuntamento alle 12 al porticciolo da dove partiranno i gommoni. C’è da andare a prendere i fiori e l’acqua, che è fondamentale per affrontare il sole di Santo Stefano ed un po’ di pizza per Salvatore che ci aspetta sull’isola.. La fioraia si ricorda di noi, ci dice di scegliere le piantine che vogliamo. Incontriamo anche Rossella e Rossana. Antonio è conosciutissimo sull’isola, si ferma per saluti con tante persone. Siamo all’imbarco. Ci chiedono quanti siamo per avere la certezza che tre gommoni bastino. Con la dispersione che c’è stata non ci siamo contati. Siamo 35 persone inclusi due bambini ed una cagnetta che si imbarca insieme a noi dopo aver superato qualche incertezza. Si parte tutti insieme, un gommone dopo l’altro ed approdiamo a Santo Stefano. Lungo la salita verso il carcere ci fa da guida Antonio. Suo padre ha diretto il carcere dal 1952 al ’60. Sosteneva l’incostituzionalità dell’ergastolo ed aveva adottato una linea riformatrice rispetto all’ergastolo duro. Organizzando lavori sull’isola per i reclusi, che potevano anche effettuare degli incontri della durata di 24 ore, in un locale all’esterno del carcere, con le proprie famiglie. Mentre passiamo sotto l’arco di ingresso e cominciamo a salire, Antonio ci narra sia della politica adottata da suo padre ma anche della vita di un bambino che non ha mai percepito le persone all’ergastolo come dei mostri di cui aver paura. E’ rimasto legato negli anni ad uno degli ergastolani che gli ha fatto praticamente da baby sitter. Arriviamo in cima in “piazza della redenzione”, la gestione riformatrice dell’ergastolo si fondava su una narrazione articolata intorno a tre parole: luogo di dolore, di espiazione, di redenzione. Su questa piazza dal nome-mito c’è l’ingresso alla struttura e dalla piazza parte il viottolo che porta al cimitero.

Recuperiamo Salvatore che saluta il gruppo con cui ha completato la visita. Prendiamo un po’ di fiato, Salvatore mangia la sua pizza, poi entriamo nel carcere. Già noto qualcosa di diverso dallo scorso anno. A Salvatore ed alla sua associazione è stata affidata la custodia del carcere. Tutto è più pulito, ma ciò che resta dell’architettura di questo primo ergastolo è maggiormente pericolante. A gran parte della struttura è ora impedito l’accesso. Discutendo in seguito con Salvatore si è accennato all’importanza di sostenere, cosa che ogni cittadino può fare, la richiesta al FAI per restaurare il monumento.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Ci fermiamo tra i passeggi chiusi costruiti dopo l’unità d’Italia e le prime celle del piano terra. Salvatore illustra la storia e l’architettura del penitenziario, immaginata per una visione totale da parte delle guardie sui movimenti dei reclusi all’interno delle celle e dei ballatoi antistanti. Un panottico costruito mentre Bentham stava ancora mettendo a punto il libro che lo teorizzava. Il dispositivo panottico che è alla base della nascita delle istituzioni disciplinari avrebbe dovuto costruire nell’intenzione di Bentham il controllo di una mente sopra un’altra mente. Ma come ci spiega Salvatore l’ergastolo borbonico rinchiudeva 1000 detenuti in 99 celle distribuite su tre livelli, un “carcere discarica umana” diremmo oggi, con alti livelli di mortalità. Dopo l’unità d’Italia i Savoia lo trasformeranno in un luogo di detenzione cellulare basato sull’isolamento e la reclusione dura, soprattutto per gli oppositori anarchici. La presentazione oscilla costantemente fra passato e presente. Salvatore mi ha anche raccontato che durante le sue visite al carcere ed al cimitero si confronta spesso con persone che ci tengono a ribadirgli che in fondo chi è finito lì, morendoci, se lo è meritato, quindi le sue visite guidate diventano anche un confronto con culture che ribadiscono la funzione dell’ergastolo, ma in ogni caso la crudezza dell’ergastolo che lì si vede e viene narrata, stimola una riflessione e sollecita una responsabilità rispetto al presente.

Ci dirigiamo ora verso il cimitero, cerco di superare tutti gli altri del gruppo perché voglio entrare da solo per vivermi un po’ il luogo nel silenzio. Entro per primo e poggio le due piantine che ho con me vicino alle prime tombe. Anche qui la scena è cambiata rispetto allo scorso anno. Le tombe, come mi anticipava Salvatore, sono state da lui completamente pulite dalle erbacce ed ora sono ben delineate dai sassi che le contornano .

Questa infilata di croci nude inginocchia l’anima!

Diario fotografico di Letizia Romeo

Antonio porta con se una foto che conserva da anni di un recluso inginocchiato che prega sulla tomba di un altro recluso, la mostra. Cerco di invitare le persone ad un tono più basso di voce , ma questa è un po’ la mia percezione ed il mio stato d’animo in quel luogo, che ancor più della struttura carceraria mette in contatto con ciò che rappresenta la pena dell’ergastolo, ieri e oggi.

Cerco Valentina che sul suo tablet ha la mappa di Veronelli, in base alla quale cercheremo di dare dei nomi a quelle tombe. Decidiamo che ogni persona può prendere una o più targhettine da legare alle croci. Io comincio a leggere i nomi della prima fila a sinistra. La linea di croci di sinistra è chiara e corrisponde perfettamente alla mappa di Veronelli, la linea di destra anche. Dopo i tre gradini, nella seconda parte del cimitero, è più complicato immaginare che tipo di sequenza abbia scelto Veronelli, perché sia a destra che a sinistra ci sono due file parallele di croci che poi diventano tre. Optiamo prima per un tipo di sequenza ma poi ci sembra più logica un’altra e quindi le targhette vengono cambiate. Nasce lì per lì l’idea che si potrebbero fare delle ricerche sui nomi degli ergastolani sepolti. Ognuno potrebbe adottare per questa ricerca, la persona morta alla quale ha legato il nome. Salvatore ci informa anche che, messe queste targhette, lui potrà poi fare una verifica utilizzando altri documenti dell’archivio del carcere, vedendo così se questa mappa risulta confermata e poi ci sono ancora alcune tombe senza nome. Ma c’è anche la possibilità che, o in quella stessa terra o in un altro luogo, ci sia un’altra fossa senza croci, una fossa comune. Abbiamo intanto compiuto la nostra missione, ora alcune tombe hanno i loro nomi, : Montalbano G.; De Roma Francesco; Donatangelo Pasquale; Durante Felice; Lai Salvatore 28.9.1931; Entrelli Rocco; Mediati o Mediali Rocco; Imbrindo Domenico; Iacono Lucio; Forte Michele; De Rocca Salvatore; Toscailli o Roscailli Benedetto; Giorgi Luigi;Lota Kasem; Dosko o Posko Nazir; Ussello Giuseppe; Galdi Giuseppe; Nangini Guido; Saracco Natale; Di Benedetto Vincenzo; Sacchi Luigi; Carota Antonio;. Pilia Benigno; Di Santo Rufino; Bresci Gaetano; Messina Pietro; Lizio Rossano; De Cuzei Giuseppe; Pannuccio Antonio; Monte Gaetano; Biase Donadio; Gemina Domenico. Baetta Filadelfo; Rodessi Giovanni; Fissore Giuseppe; Tupponi Sebastiano; Lai Antioco; Baches Raffaele. Reda o Beda Giuseppe.

Diario fotografico di Letizia Romeo

La pratica sociale per l’abolizione dell’ergastolo è importante che sia anche retroattiva, che operi perché nessun essere umano possa essere cancellato per sempre dal consorzio umano.

Veronica, Davide e Simone, con le loro attrezzature, tra le quali un grande microfono peloso, hanno documentato l’esperienza. Prima del ritorno a Ventotene fanno una intervista a Salvatore e poi una anche a me. Mi cambio la maglia per non essere fradicio di sudore davanti alla videocamera. Mi scopro anche scottato dal sole, mentre leggevo i nomi e gli altri legavano le targhette non mi rendevo conto, forse nessuno si rendeva conto della temperatura a cui eravamo.

Sono contento e incrocio i sorrisi di tutti.

L’incontro.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Ci ritroviamo alle 19 presso il museo di Ventotene L’incontro inizia con Rossella che proietta il suo filmato. Ci spiega che ha montato insieme diversi frammenti girati in super 8. Un frammento del nostro viaggio dello scorso anno, una visita guidata di Salvatore all’interno dell’ergastolo, ma gran parte del filmato riguarda l’intervento artistico effettuato nel carcere in settembre con la collaborazione di Salvatore e di altre persone dell’isola. Il super 8 genera un effetto di straniamento, sembra di guardare filmati girati in un’altra epoca. Le immagini dell’intervento artistico fanno vedere questi fogli di piombo srotolati nella cella e nel passeggio e poi battuti con un martelletto, come a prendere l’impronta anche dei passi di chi in quella cella o in quel passeggio ha camminato. Mi piace pensare a questa operazione come ad una ostinazione di memoria, una volontà di memoria che non si accontenta delle tracce scritte, dello scheletro architettonico, ma si sforza di andare oltre, verso qualcosa di ineffabile, di inenarrabile, o di interdetto.

Ci spostiamo fuori dalla sala della proiezione e ci sediamo in cerchio. L’incontro è aperto a chiunque voglia partecipare e l’invito è stato rivolto alle istituzioni e all’isola, ma a trovarci siamo noi, il nostro gruppo, forse anche perché l’isola in questi giorni è in pieno fermento lavorativo: è iniziata la stagione turistica. Pensiamo allora di utilizzare questo momento di incontro per scambiarci le prime impressioni sull’esperienza che stiamo facendo, immaginarla in prospettiva, e presentarci tra noi, anche perché non tutti ci conosciamo. Il gruppo è fatto di molti: molte provenienze territoriali, molte professioni, molti studi, alcuni fanno riferimento a reti associative che operano in relazione al carcere, ma molti altri non hanno questo percorso, molte le motivazioni personali al viaggio, varie le età…. Il gruppo si è ritrovato sulla base di un invito in un luogo simbolico, per alcune azioni simboliche, da svolgere all’interno di un immaginario che abolisca l’ergastolo. Un invito circolato innanzitutto direttamente, di bocca in bocca, ma anche da una mail all’altra, rimbalzato da un sito all’altro. Ciò che può aver determinato al viaggio è stata forse anche l’attrazione per l’esperienza che il primo viaggio ha comunicato. Durante l’incontro si è parlato dell’incostituzionalità dell’ergastolo, di come i costituenti abbiano agito in modo contraddittorio mantenendo l’ergastolo ma scrivendo anche l’art.27 della costituzione. E’ stata letta una lettera della madre di una persona all’ergastolo che evidenzia come la pena venga subita anche dai familiari. Sono state narrate le difficoltà che incontrano i reclusi attualmente all’ergastolo dopo le iniziative significative prese collettivamente tra il 2007 ed il 2008: la richiesta inviata da 300 ergastolani al presidente della repubblica di trasformare il loro ergastolo in pena di morte ed il ricorso di 700 ergastolani alla corte europea di Strasburgo sul trattamento inumano e degradante connaturato all’ergastolo ostativo. E’ stata sottolineata anche l’importanza dal punto di vista formativo del viaggio che abbiamo fatto e la possibilità di ampliare la proposta in questo senso. Siccome molti dei partecipanti hanno documentato in vario modo l’esperienza e dal momento che ognuno dei partecipanti è orientato a produrre una sua narrazione del viaggio, Valentina si propone per allestire uno spazio nella rete dove far confluire queste narrazioni, affinché esse possano essere a disposizione di chi voglia conoscere questa esperienza ed ampliarla socialmente.. E’ stata poi sollecitata una maggiore attinenza al presente, all’ergastolo di oggi… Dialogando su questo aspetto è cominciata ad emergere una proposta: “liberi dall’ergastolo”. Questa proposta implicherebbe innanzitutto chi non vive dentro un ergastolo, ma non se la sente di subire passivamente la presenza sociale di una pena che implica la condanna alla morte in carcere. L’ergastolo tra l’altro viene comminato “in nome del popolo” e quindi anche in nostro nome. La proposta è affiorata pian piano attraverso un lavoro dell’immaginario: si è pensato che sarebbe importante ad esempio se un comune come Ventotene, con il suo pieno di storia, si dichiarasse un giorno libero dall’ergastolo come ci si dichiara liberi dagli OGM o territori denuclearizzati. Ma perché aspettare che una istituzione o più istituzioni possano un giorno andare in questa direzione, perché non sollecitarle costruendo già a partire da noi stessi questo racconto sociale di libertà, da noi stessi e da quei pezzi di società: associazioni, gruppi, collettivi che si sentono di farlo. Perché non distaccarsi dall’immaginario corrente, per affermarne uno nuovo che viene dal futuro e che può vivere nel presente attraverso una assunzione consapevole di responsabilità. D’altronde ogni istituzione può essere superata se si afferma un racconto sociale che la storicizza, che la toglie dal mito che è sempre esistita e sempre esisterà. Da questo punto di vista il viaggio a Santo Stefano è illuminante perché si tocca con mano la storicità settecentesca di questa istituzione e, al di là del racconto che dell’ergastolo ha fatto Beccaria, si incontra anche la sua crudeltà pari alla pena di morte. Queste suggestioni appena accennate solleticano di sicuro il mio entusiasmo ma anche quello del gruppo, perché si comincia a vedere attraverso questo gioco immaginativo, come un racconto sociale per il superamento dell’ergastolo non debba dipendere da altri: dagli organismi preposti a fare le leggi o dall’acume, negli ultimi tempi abbastanza frustrato da sentenze avverse, dei giuristi più sensibili, bensì da noi. “Liberi dall’ergastolo” non si configura coma una esortazione rivolta a qualcuno, non è neppure un imperativo, bensì una affermazione della propria libertà da una istituzione che esiste ma non è da tutti condivisa. Proseguendo con questo gioco dell’immaginario si è pensato che “liberi dall’ergastolo” potrebbe costituire un simbolo, nella forma di un logo, che si possa associare alla narrazione sociale di chi immagina se stesso e la società fuori da questa forma di pena. Un simbolo anche che possa ispirare la tensione sociale, civile, politica, di quelle porzioni di società che in tutta coscienza non se la sentono di mostrificare chicchessia e di espellerlo a vita dal consorzio umano. Un simbolo che giochi anche, per chi ne ha voglia, come un interrogativo personale, quotidiano, sulla vita. Come una persona ha detto: “io vengo qui anche con la mia reclusione”. Oltre all’ergastolo penale, esistono degli ergastoli relazionali, ma anche degli ergastoli sociali, connessi a quei sistemi di potere ed economici o a gruppi di appartenenza, che pretendono la totalità della nostra esistenza.

Ma il processo immaginativo e solo appena cominciato.

Diario fotografico di Letizia Romeo

25 giugno

Giacomo, Mattia e Letizia, scrivendo su un motore di ricerca il nome di una delle persone sepolte a Santo Stefano, rintracciano il nipote, che da molti anni conduceva delle ricerche per scoprire dove fosse sepolto suo nonno, senza che nessuna istituzione rispondesse concretamente alla sua legittima richiesta. Questa persona si è messa immediatamente in viaggio per Santo Stefano con l’intento di vedere la tomba a cui è stato dato il nome del nonno e di procedere con le necessarie verifiche, intanto ringraziava Mattia e tutti noi per l’iniziativa che abbiamo preso.

Nicola Valentino

Portando un fiore al cimitero degli ergastolani

Liberiamoci dall’ergastolo

Non è semplice parlare d’esperienze che ti segnano così profondamente.
La pagina bianca è come sempre un campo di possibilità infinite ma in questi casi è chiaro quanto sia impossibile tracciare le emozioni e determinare l’importanza del trovarsi all’interno di queste esperienze.
Il 24 giugno siamo partiti, in circa una trentita, verso l’isola di Santo Stefano per portare un fiore agli ergastolani e a dare finalmente un nome alle loro tombe.
Quest’isola carcere per due secoli ha imprigionato e portato a morte decine e decine di ergastolani. Una piccola isola circondata da un mare stupendo che il Panoptico, costruito prima di essere teorizzato da Bentham, nascondeva allo sguardo dei reclusi; ho subito pensato a questa torsione sul corpo del detenuto, torsione di “prospettiva” più che visiva.
Ho pensato che magari potevano sentire il suo rumore, le onde che battono sugli scogli, ma una volta sull’isola ti accorgi che anche i canti dei gabbiani possono diventare angoscianti.
Ti senti travolto dalla violenza che si espande dalle pareti delle gabbie appositamente create per separare gli indesiderati, i colpevoli che le società giudica tracciando le proprie categorie (temporali) da punire.
Se vogliamo seriamente pensare alla possibilità del Liberarsi dall’ergastolo è questa, in primis (come lo è stato per la pena di morte), una lotta all’interno delle nostre soggettività. Essere contro l’ergastolo è il tentare di pensarlo non “in particolare” (il crimine commesso) ma “in generale” (la pena disumana).
E’ il pensare che qualsiasi crimine un individuo possa commettere non sarà mai crudele quanto l’essere partecipi passivi di una società che crea un sistema, complesso e condiviso, che porta lentamente alla morte di un altro essere umano.

Questo video vuole essere una traccia di quella giornata, una piccola parte che necessariamente deve interagire con le altre interpretazioni dei nostri nuovi amici, così da comporre uno sguardo collettivo e condiviso.
Consapevoli del fatto che per aprire una discussione sul “fine pena mai” sarà determinante la trasformazione delle nostre soggettività in moltitudine.

Giacomo Pellegrini
Mattia Pellegrini
Letizia Romeo