Cimitero di Santo Stefano. Video di Rossella Biscotti (2011)

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Resoconto del viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano -2011-

24 giugno 2011 di Nicola Valentino

Il 24 giugno siamo partiti in quattro verso l’isola di Ventotene. Oltre me, che portavo anche il sostegno all’iniziativa di Sensibili alle foglie, era presente Giuliano Capecchi dell’associazione Liberarsi, Rossella Biscotti (artista), Valentina Perniciaro (blogger: baruda.net). Giuliano era anche in sciopero della fame, in solidarietà con i reclusi di molte carceri italiane anch’essi in sciopero nei giorni tra il 24 ed il 26, in concomitanza con la giornata mondiale contro la tortura indetta dall’ONU. Uno sciopero per affermare che dentro la parola tortura vanno incluse: la condizione attuale delle carceri italiane, l’ergastolo ed il regime di isolamento detentivo del 41 bis.

Foto di Valentina Perniciaro _nel carcere di Santo Stefano_

Oltre me che ho trascorso circa 28 anni all’ergastolo, ognuno portava nel viaggio anche la sua esperienza di incontro con la reclusione a vita, una conoscenza, soprattutto per Giuliano e Valentina, segnata dal rapporto diretto con persone, attualmente o in passato, recluse all’ergastolo.
Lo scopo del viaggio: portare dei fiori sulle 47 tombe senza nome del cimitero degli ergastolani che si trovasull’isolotto di Santo Stefano, a pochi metri dal vecchio ergastolo, funzionante dal 1795 al 1965. Vedere e documentare un luogo emblematico per comprendere ciò che è l’ergastolo oggi, soprattutto l’ergastolo che riguarda oltre mille degli attuali 1500 ergastolani e che non prevede possibilità di uscita ma solo la morte in carcere. In questi giorni, nel carcere di Spoleto si è impiccato Nazareno, un uomo condannato all’ergastolo, da 22 anni in carcere, che si è messo una corda al collo due giorni dopo aver saputo che il suo ergastolo era di quelli che non prevedono la richiesta dei benefici penitenziari e che quindi sarebbe morto lentamente in carcere proprio come i reclusi di Santo Stefano.

Abbiamo portato in questo viaggio anche il sostegno di reclusi e recluse di oltre 50 carceri, e decine di persone libere che non si sono potute mettere in cammino ci hanno chiesto di deporre dei fiori anche per loro.   Erano stati informati del nostro arrivo sia il direttore dell’ente parco di Ventotene e Santo Stefano, che ha autorizzato di buon grado la visita ai luoghi del carcere, sia Salvatore dell’associazione che si occupa di guidare le persone nel vecchio carcere, in gran parte pericolante, e nei luoghi limitrofi, tra cui il cimitero.
Quando siamo approdati a Ventotene il primo passo è stato recarci dalla fioraia per comperare delle piantine di gerani da interrare nei pressi delle tombe. La fioraia, incuriosita e sorpresa per questa nostra missione, ci ha raccontato che fino a qualche anno fa durante la festa della santa patrona dell’isola, alcuni ventotenesi, insieme al prete della parrocchia locale, si recavano a portare fiori e preghiere al cimitero degli ergastolani.

Foto di Valentina Perniciaro
_Il cimitero degli ergastolani, al nostro arrivo, nel giugno 2011_

Con in mano le piantine, attraversando la piazza, ci siamo fermati nella libreria dell’isola che si cura molto di documentare la storia e la vita dei reclusi che sono stati detenuti a Santo Stefano. Ci ha ricevuti anche il direttore dell’ente parco apprezzando la nostra attenzione per quel cimitero, invitandoci a ritornare ogni qual volta l’avessimo voluto, anche perché sembra esserci un attenzione sociale nell’isola alla valorizzazione storica e culturale di Santo Stefano, innanzitutto attraverso il recupero degli archivi del carcere.

Con Salvatore, la guida, abbiamo cercato una barca che ci trasbordasse sull’isolotto. Il barcaiolo ha apprezzato lo scopo non turistico del nostro viaggio, facendoci uno sconto sul costo della traversata. L’approdo non è facile e la salita verso il carcere faticosa, ci muoveva verso l’alto la narrazione di Salvatore, che ha cominciato a popolare di uomini e di eventi un luogo che all’apparenza si presenta solo come un sito di archeologia penitenziaria, ma che attraverso il suo racconto si vivifica e mostra una storia sociale ed istituzionale ancora drammaticamente attuale. Salvatore e la sua associazione hanno raccolto con molta cura una efficace documentazione. Una fotografia in particolare ha guidato il nostro immaginario nel cammino verso il cimitero: la foto ritrae il funerale di un ergastolano. Si vedono i reclusi, che hanno accompagnato in corteo funebre il loro compagno morto, fermi fra le croci bianche. Assistono alla tumulazione della bara. Una bara di legno che loro stessi hanno costruito nella falegnameria del carcere.

Come ha osservato Valentina: “Io non so dove morirò, non so dove come e chi parteciperà ai miei funerali. Non ho idea di come verrà riposto il mio corpo, di cosa verrà detto, di quale viale sarà percorso se ne sarà percorso uno. A loro bastava guardarsi intorno, bastava tenere gli occhi ben aperti per assistere al proprio funerale, per veder costruire una bara uguale identica a quella che poi sarebbe stata costruita per loro stessi”.

Abbiamo scelto due tombe per interrare le piantine di gerani e deposto fiori di campo sulle altre 45 tombe.
Ma a chi stavamo offrendo un fiore? Per chi ho pregato? Sono solo 47 i corpi sepolti oppure, considerati i tre secoli di vita del carcere quel cimitero è anche da considerarsi come una fossa comune? Ma se prima c’erano delle croci bianche di pietra come si vedono nella foto d’epoca, forse c’erano anche dei nomi! Quante persone sono state sepolte lì e quali erano i loro nomi?

Foto di Valentina Perniciaro

La cancellazione del nome si presenta come l’atto più estremo di cancellazione della persona, che entra nella vita sociale proprio con la scelta che altri fanno di un nome per lei. Un condannato a morte nello stato del Texas dichiarò che la cosa più terribile per lui non era la sedia elettrica ma sapere che sarebbe stato sepolto in una tomba contrassegnata solo con il numero: il 924.

Mentre scendiamo nuovamente verso l’approdo della “madonnina”, scambiamo insieme all’acqua da bere alcune prime impressioni che l’esperienza ci consegna: innanzitutto il modo che hanno le persone che abbiamo incontrato della comunità di Ventotene, di parlare dell’ergastolo. Un modo di parlarne che non mostrifica le persone che vi sono state recluse. Questa modalità culturale è importante da valorizzare, se si considera che la produzione del mostro è il primo passo per la condanna all’ergastolo, e che questa cultura non mostrificante, si esprime in una delle comunità che ha vissuto a stretto contatto con il più antico degli ergastoli. L’altra sensazione che tutti abbiamo è che lì sia importante tornare, non solo come un fatto rituale ma immaginando un lavoro che riesca a ridare i nomi alle persone sepolte. In un certo senso la pratica sociale  per l’abolizione dell’ergastolo è importante che sia  anche retroattiva, che operi perché nessun essere umano possa essere cancellato per sempre  dal consorzio umano, ieri, oggi e per il futuro.

30 giugno 2011                                                                   Nicola Valentino

Per la documentazione fotografica: baruda.net
altri siti: informacarcere.it

Liberi dall’ergastolo

Per liberare la società dalla schiavitù dell’ergastolo

Liberi dall’ergastolo è una proposta emersa il 23 giugno duemiladodici  all’interno del gruppo di persone che si sono recate al cimitero degli ergastolani dell’isola di Santo Stefano (Ventotene), nel quadro dell’iniziativa “Porta un fiore per l’abolizione dell’ergastolo”. Essa è scaturita da due esigenze.

La prima: non subordinare l’iniziativa contro l’ergastolo all’attesa. L’attesa di cosa faranno le istituzioni politiche o gli organismi costituzionali nel dirimere il nodo ambiguo sull’incostituzionalità dell’ergastolo. Ma anche l’attesa nei confronti di iniziative collettive delle persone recluse all’ergastolo. Queste iniziative costituiscono certo una voce importante e decisiva, ma non indispensabile per assumere come cittadini una propria posizione attiva  nei confronti di una istituzione che decreta la morte sociale è la schiavitù del condannato. E’ come se per testimoniare il proprio rifiuto della tortura si aspettasse un moto di opposizione dei torturati. Ciò spesso può anche diventare un alibi per non assumere una personale e precisa responsabilità, delegando la promozione di un cambiamento sociale a coloro che vivono le condizioni peggiori (ad esempio il ricatto e la tortura del 41 bis) per liberare la loro parola. Al contrario, costruire gli strumenti per liberare la parola  di chi è recluso, è un compito importante per chi, esprimendo in modo indipendente la propria estraneità all’ergastolo, lavora per tenere nel consorzio umano e sociale chi subisce questa esclusione. Inoltre, a ben vedere, l’attesa costituisce un dispositivo frustrante per ogni cambiamento sociale: le figure politiche più sensibili attendono che si crei un diverso clima sociale, ed i cittadini più propensi, aspettano che le istituzioni politiche assumano una iniziativa. Dentro questo cortocircuito dei trasferimenti di responsabilità, l’ergastolo appare sempre più eterno.

La seconda esigenza che il gruppo testimoniava era volta ad ampliare, con una maggiore attinenza al presente, lo spirito dell’iniziativa “Porta un fiore per l’abolizione dell’ergastolo”. Questa esigenza veniva espressa non disconoscendo, al viaggio al cimitero degli ergastolani di Santo Stefano, la funzione di portare a consapevolezza sociale, attraverso un luogo del passato, la cruda realtà del presente. A ben vedere, il cammino verso Santo Stefano è già un modo attraverso cui una porzione di società – piccola o grande che sia – richiama a sé, chi dal consorzio umano è stato escluso per sempre.

Proprio dialogando su questi aspetti relativi all’iniziativa intrapresa, è cominciata ad emergere la proposta liberi dall’ergastolo. Affiorata attraverso un lavoro dell’immaginario che ha pian piano ampliato lo spirito e la motivazione che ci avevano fatto incontrare; attratti da un luogo simbolico verso il quale ci siamo recati senza che nessuno ci spingesse o ci organizzasse, ciascuno partendo da un proprio luogo esperienziale (una reclusione carceraria o sociale, un’esperienza  spirituale, o familiare, o di attività solidale…). Proprio richiamando i luoghi dell’esperienza e l’autonomia decisionale con cui si era intrapreso il viaggio a Santo Stefano, è stato possibile immaginare un altro cammino. Infatti se il luogo da cui si parte è l’esperienza, qualunque cammino può esprimersi in modo consapevole e non delegato. Liberi dall’ergastolo costituisce quindi un nuovo cammino animato da una domanda di libertà che frequentemente non ha una risposta chiara e definitiva, perché dichiararsi liberi dalla pena dell’ergastolo significa non volerla né per sé né per altri, respingerla socialmente dai sistemi penali. Un immaginario possibile se si considera che alcuni Stati in Europa e nel  mondo hanno affermato già la loro libertà dall’ergastolo.

Cerchiamo ora di vedere cosa può rappresentare e promuovere socialmente Liberi dall’ergastolo.

Innanzitutto non è una esortazione, ma una dichiarazione, che parte dalla convinzione che l’ergastolo sia una prigione anche per chi non vi è recluso, d’altronde lo stesso Beccaria lo prospettava per la funzione terrifica che avrebbe esercitato sull’immaginario sociale. Liberi dall’ergastolo costituisce quindi una presa di posizione da fare in tutta coscienza, come un sospiro di sollievo, che accomuna chi non vuol vivere in una società che immagina se stessa attraverso istituzioni di paura. Porzioni di società, come possono esserlo una singola persona, o un momento collettivo, attraverso questo impegno, esplicitano una loro inadeguatezza, nel seno che decidono di non adeguarsi a un ordine politico che prevede l’esistenza dell’ergastolo. L’ergastolo viene comminato nei tribunali in nome del “popolo” ma ciò non esclude che porzioni di popolo possano dire: “non in mio nome”.

Liberi dall’ergastolo può costituire anche una uscita consapevole dalla prigione culturale della mostrificazione. Mostrificare, cioè degradare chicchessia a “non umano”, rappresenta il primo passo, nello spettacolo mediatico, per escludere a vita dal consorzio umano persone o interi gruppi sociali. Ciò accade anche perché, trasferendo sul mostro di turno i problemi della collettività, come si faceva col capro negli antichi rituali del capro espiatorio, si nascondono quei dispositivi che nella società generano eventi drammatici e conflitti.

Liberi dall’ergastolo può costituire un sospiro di sollievo anche per l’immaginario di chi l’ergastolo non riesce proprio ad immaginarlo ed è estenuato dalle metafore che cercano di rappresentarlo. L’ergastolo, a differenza della pena di morte è una crudeltà senza parole e priva di metafore. Costituisce un incubo persino per la lingua. In carcere, fra i reclusi, è una parola che si ha pudore a pronunciare.

Liberi dall’ergastolo può costituire un impegno a formare coscienze libere. Una dichiarazione pubblica, una assunzione di responsabilità in tal senso, implica necessariamente una lavoro relazionale, invoglia quindi a costruire ed utilizzare strumenti culturali ed esperienze che sciolgono la coscienza civile dalla passiva accettazione dell’immaginario corrente, che ha ormai naturalizzato l’ergastolo. Da questo punto di vista il viaggio a Santo Stefano costituisce, per chi lo compie, una scuola di consapevolezza, perché si tocca con mano la storicità settecentesca di  questa istituzione e la sua crudeltà pari alla pena di morte.

Liberi dall’ergastolo, per chi ne ha voglia,  può avere il risvolto anche di un interrogativo personale, quotidiano, sulla vita. Oltre all’ergastolo penale, esistono degli ergastoli relazionali, ma anche degli ergastoli sociali, connessi a quei sistemi di potere ed economici o a gruppi di appartenenza, che pretendono la totalità della nostra esistenza.

L’elenco dei significati possibili di questa dichiarazione, potrebbe continuare all’infinito perché, liberando l’immaginario  dalla paura, si libera anche la creatività per scrivere un racconto sociale nuovo che questa paura non la prevede. Una trama narrativa che inizia con il capitolo finale, procede dal futuro di un mondo che si libera dall’ergastolo, verso il presente di porzioni di società che lo anticipano.

E’ proprio partendo dalla metafora della narrazione che si è pensato il 23 giugno di quest’anno di far vivere liberi dall’ergastolo anche attraverso un marchio ed un sito internet.

Se l’istituto dell’ergastolo fino all’ottocento marchiava i condannati per simboleggiare la schiavitù della loro condizione, un marchio è parso il simbolo più adeguato anche per chi dichiara  l’aspirazione sociale ad affrancarsi da questa schiavitù. Un simbolo di affrancamento quindi, nella forma di un logo che chiunque: singolo, gruppo, ente … può associare ad ogni forma della sua presenza sociale: un blog, una radio, un sito internet, un libro, una rivista, ma anche un momento sociale, una iniziativa, un evento. Un simbolo identificativo fruibile da chiunque, in tutta coscienza, lo senta suo e che in tal modo presentifica un’altra possibilità sociale, cercando di farla uscire dalla solitudine delle opinioni individuali o dalle ristrette stanze degli addetti ai lavori.

Come il logo, anche il sito è a buon punto della sua progettazione. Esso oltre a raccogliere tutta la documentazione multimediale riguardante le esperienze già fatte e future di “Porta un fiore per l’abolizione dell’ergastolo”, costituirà anche lo spazio virtuale attraverso cui i fruitori del marchio potranno interagire, raccontando ciò che con l’assunzione del logo hanno inteso o intendono qualificare. Tanti o pochi di questi atti associati al simbolo “liberi dall’ergastolo”, potranno iniziare a costruire la trama narrativa di un racconto di libertà di cui ciascuno può essere autore.