Diario del viaggio all’isola degli ergastolani di Santo Stefano (Ventotene) di Nicola Valentino (Giugno, 2013)

PORTA UN FIORE PER L’ABOLIZIONE DELL’ERGASTOLO

Diario di viaggio al cimitero degli ergastolani dell’isola di S. Stefano (Ventotene), giugno 2013

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21 giugno. In viaggio.
Aspetto Antonio alla stazione termini, all’arrivo del treno freccia rossa da Milano. Antonio fa il taxista, ci siamo incontrati il 27 maggio a Milano durante l’evento per l’abolizione dell’ergastolo organizzato dal centro sociale “Il Folletto”. Mi ha chiesto in quella occasione del viaggio al cimitero degli ergastolani ed ha deciso di partire. Mi ha chiesto anche se potevamo viaggiare insieme e di aggregarsi al nostro gruppo per il pernottamento. Lo faccio volentieri. Arriva puntuale, abbiamo ancora un po’ di tempo prima di prendere il treno regionale per Formia, mangiamo un panino. Decidiamo di prendere il caffè a Formia e alle 14e30 ci incamminiamo verso il regionale 2399 delle 14,49. Le prime carrozze che incontriamo sono stracolme di passeggeri, pensiamo che andando più avanti troveremo qualche posto a sedere ma la situazione è identica fino alla prima carrozza. Saliamo. I posti a sedere sono tutti occupati, il corridoio è già fitto di persone in piedi, ed è pieno anche lo spazio all’ingresso della carrozza. Ci ritagliamo un anfratto fra le altre persone. Ci guardiamo con aria interrogativa, l’idea di fare un viaggio in quelle condizioni per un’ora e mezzo ci sconforta. Antonio commenta che da molto tempo non viaggia in treno e non pensava che si potesse viaggiare in queste condizioni. Un ragazzo addossato a noi, che evidentemente prende il treno con maggior frequenza, commenta: “allora lei non ha familiarità con Auschwitz” … Con le dovute differenze, la metafora non è del tutto fuori luogo, la situazione è da treno per Auschwitz. Io viaggio unicamente con mezzi pubblici, prendo frequentemente treni regionali, ma una situazione così estrema non è capitata ancora neanche a me. Quando ci scambiamo questi commenti, fra noi ed i nostri vicini c’è ancora un palmo d’aria. Ma il treno continua a riempirsi di passeggeri e bagagli. Premono per entrare alcuni ragazzi napoletani, la situazione non li sconvolge, anzi, si guardano intorno per vedere se qualcuno ha qualche centimetro di spazio in più per invitarlo a stringersi. Se la prendono con un passeggero in fondo al vagone: “Strigniti, pare che stai a’ spiaggia!” Gli urlano. Una donna accovacciata sul gradino della porta chiusa del vagone, ribatte: “Ma non vedete che siamo accalcati come bestie? Se volete più spazio scendete e prendete il prossimo treno!… Un ragazzo le risponde: “Signo’, ma pecché no’ scenniti vui”. Nel frattempo sono saliti altri passeggeri che rendono impossibile anche scendere. Il treno chiude le porte ma non parte. Nel vano dove ci troviamo non ci sono finestre e quindi non c’è aria, cominciamo a sudare. Una ragazza commenta che lei viaggia in queste condizioni ogni giorno da Roma ad un paese della provincia di Napoli. E si rammarica di fare ogni volta il biglietto, mentre i suoi amici la irridono. Questi regionali sono stracolmi di passeggeri a qualunque ora. Ad Antonio vengono in mente i ricordi della migrazione dalla Calabria dei suoi genitori, che facevano salire, lui bambino, attraverso il finestrino per prendere i posti, ma questa esperienza non ha eguali anche se paragonata agli anni della migrazione. Il treno parte. Non entra aria neppure con il treno in corsa. Ho lo zaino fra le gambe. Non posso chinarmi, quindi mi fletto sulle gambe per prendere un ventaglio. Ci riesco, comincio a fare vento, almeno muovendo l’aria si respira un po’. Un gruppo di ragazzi mi guarda come fossi un privilegiato, c’è chi cerca di farsi vento con una cartolina o col giornale, ma con minore efficacia. Mi sfottono un po’, allora decido di fare vento anche a loro.1049243_10201575355733696_1464945750_o
“Uè tenimmo o ventilatore” è il commento. Il viaggio è iniziato. “Speriamo di arrivare vivi”, commenta la ragazza che fa ordinariamente la pendolare su questo treno. Effettivamente in queste condizioni il rischio per la vita è alto. Io e Antonio contiamo 25 persone più relativi bagagli in uno spazio di poco più di due metri per due. Qualora qualcuno svenisse o si sentisse male (la temperatura è elevata e manca l’aria) non riuscirebbe neppure a lasciarsi cadere. Se un passeggero avesse malauguratamente la necessità di andare in bagno non potrebbe raggiungerlo in nessun modo, dovrebbe farsela addosso. Se il treno dovesse avere un incidente diventeremmo un unico blocco di carne. Questo dispositivo di viaggio offerto da Trenitalia non si cura minimamente dell’incolumità dei passeggeri. Siamo non-persone, la cui vita o morte è indifferente. Il fatto drammatico è che noi viaggiatori contribuiamo a tutto questo. Ognuno di noi ha una meta da raggiungere e lo fa anche a rischio della propria vita e di una radicale deumanizzazione. Io e Antonio abbiamo anche pagato un biglietto di otto euro per usufruire di questo “servizio”.
Un ragazzo ed una ragazza, vicini per forza, scherzano sulla situazione. Hanno fatto amicizia, si scambiano aria con i loro ventagli di fortuna. Anche per il capotreno questa situazione è del tutto normale. Ad ogni stazione le persone che scendono vengono sostituite da altre che salgono. Il capotreno osserva che l’ammasso di carne consenta la chiusura della porta, quindi chiude il portellone e da il via alla partenza. Viaggeremo in queste condizioni per 40- 50 minuti. A Formia finalmente respiriamo a pieni polmoni, per buona parte del viaggio, nel regionale 2399 abbiamo alitato ed evaporato sudore.

Ci incamminiamo verso il porto. Dopo le ristrettezze del viaggio scegliamo, per sorseggiare un caffè, il bar più ampio che incontriamo. Controllo che la piantina grassa che ho portato nello zaino da Tivoli sia sopravvissuta indenne al viaggio. All’imbarco per l’aliscafo incontriamo Giuliano con Maria Cristina che sono venuti in auto dalla Toscana. Paolo e Veronica venuti in macchina da Milano. Hanno con loro delle piantine fiorite, preziose attrezzature per le riprese ed una busta di vongole acquistate a Formia per la cena. L’aliscafo si riempie, i passeggeri per Ventotene sono molti. Il mare è tranquillo.
Al porticciolo di Ventotene ci accolgono Mattia e Letizia che sono arrivati da Barcellona dove si sono trasferiti da poco; Valentina che quest’anno è graziosamente incinta, Davide, Melania e l’altro nostro amico Davide proveniente da Milano; Pierre, che viene dalle Marche, e che si presente dicendo che è nuovo a questo viaggio. Con noi in aliscafo viaggiava anche Enrica, partita da Roma, ci riconosceremo solo una volta sbarcati. Nell’incamminarci verso il centro del paese, indichiamo ai novizi del viaggio l’isolotto di Santo Stefano, tutti gli rivolgiamo un’occhiata silenziosa.
Nei pressi della piazza del municipio ci dividiamo per raggiungere le case che abbiamo prenotato con diverse agenzie, ci lasciamo con un appuntamento per la sera. Io, Antonio ed Enrica dobbiamo raggiungere una pensione un po’ fuori dal paese. Usciamo dal centro e saliamo verso i profumi della campagna. Ci accoglie il proprietario della pensione, con una notizia ferale. Non c’è acqua. Niente doccia. A Ventotene l’acqua è preziosa, viene portata con una nave cisterna, c’è stato un ritardo, l’acqua dovrebbe arrivare verso le ventidue. Ci sediamo per assorbire il colpo, il proprietario ci tiene compagnia. E’ simpatico e molto ciarliero, ci racconta rapidamente la sua vita: ha lavorato fin da bambino, ha fatto il muratore, il pescatore, l’emigrato…quando gli diciamo che noi siamo lì per portare fiori al cimitero degli ergastolani, un punto interrogativo gli spunta come un fumetto sulla testa. Ci dirà che siamo bravi, che è una bella cosa, ma nel suo retropensiero alberga il dubbio: proprio non si spiega come delle parsone affrontino un viaggio e delle spese non per andare in vacanza ma per portare fiori in un cimitero dimenticato, poi azzarda una domanda: “ma qualche associazione benefica vi paga per questi viaggi?” Gli rispondiamo di no e che lo facciamo perché siamo contro l’ergastolo. Un altro gigantesco punto interrogativo si disegna nel suo immaginario. Dirà che anche lui in fondo è contro l’ergastolo e che se qualcuno fa qualcosa di cattivo non deve oziare in carcere davanti ad una televisione ma fare dei lavori, rendersi utile.
Ci ha presi in simpatia, ci procura un secchio d’acqua almeno per lavarci la faccia.
Ci incamminiamo per andare a cena dai nostri amici che sono in un’altra casa. Li troviamo affranti per l’assenza d’acqua. Per gli spaghetti a vongole dovremo aspettare che torni l’acqua. Melania racconta che prima di partire per Ventotene è riuscita ad intervistare, tramite un giro di conoscenze, un maestro che ha insegnato a Santo Stefano intorno agli anni cinquanta. Nel gruppo dei “liberi dall’ergastolo” è nata l’esigenza di raccogliere storie e testimonianze riguardanti il carcere ed il cimitero. I viaggi a Santo Stefano costituiscono un’esperienza che intreccia presente e passato.
Valentina racconta che sarebbe voluto partire con noi, ma non gli è stato possibile, un nipote di Rocco Pugliese, militante comunista, antifascista calabrese, di Palmi, ucciso dalle guardie con un pestaggio nel 1930, mentre era recluso nel carcere di Santo Stefano, la cui salma non fu mai consegnata alla famiglia. Valentina e Melania, subito dopo la nostra iniziativa, partiranno in auto per la Sicilia per conversare con Ezio Barbieri sulla sua esperienza nel carcere di Santo Stefano. Ezio Barbieri vi fu recluso nelle celle di isolamento dopo la rivolta del 1946 a san Vittore. Ora ha 91 anni. Stiamo pensando anche ad un libro che raccolga tutte le vicende umane che questi viaggi ci portano ad incontrare. Un’altra narrazione significativa riguarda l’incontro con il nipote di Rocco Mediati, una delle persone sepolte al cimitero di Santo Stefano. Suo nipote, grazie ai nostri viaggi, ha ritrovato la tomba dove è sepolto il nonno. Per la prima volta quest’anno con noi ci sarà anche un familiare di una delle persone sepolte.976807_10201575341493340_736379673_o
Le morti da ergastolo ci riconducono drammaticamente all’attualità. Di ergastolo si muore giorno dopo giorno, finché un giorno si esala l’ultimo respiro. Come osserva Carmelo Musumeci commentando la morte di Khalid Hussein 79 anni palestinese, uno dei 310 ergastolani che avevano chiesto al Capo dello Stato la commutazione dell’ergastolo in pena di morte: “molti, troppi di quella lista sono morti di suicidio o di morte naturale”.

L’acqua delle dieci ci consente la cena. Torniamo nella nostra pensione. L’aria è fresca e l’isola è illuminata dalla luna.

 

22 giugno. Mattina. Ogni tomba un’aiuola.
L’appuntamento è all’arrivo del traghetto che parte da Formia alle 9,15. Arriverà a Ventotene dopo circa due ore di navigazione. Lì incontreremo anche le persone che hanno deciso di partire al mattino. Vengono principalmente da Roma, da Firenze e da Napoli. Verso le dieci mi telefona Valentina: il nipote di Rocco Mediati ha perso la nave, quindi un gruppo lo aspetterà all’arrivo dell’aliscafo successivo.
Quest’anno abbiamo deciso di piantare su tutte le tombe delle piantine grasse perché resistono di più al sole di Santo Stefano ed al rosicchiamento dei conigli selvatici che sono sull’isola e che sono golosi di fiori. Con Antonio ed Enrica passiamo dalla fioraia ed acquistiamo trenta piantine, quasi tutte quelle esposte. Soddisfatti per l’acquisto incontriamo Giuliano, andiamo a fare colazione e comperiamo acqua, un po’ di cibo per noi e un pezzo di focaccia per Salvatore, la guida di Santo Stefano, contento per il nostro arrivo, che ci aspetta già sull’isola. Scendendo verso il porto incontriamo pian piano tutto gli altri, la notte per loro è stata più dura, perché l’acqua nella loro casa è arrivata con il contagocce. Con i ragazzi che gestiscono i gommoni per il trasbordo a Santo Stefano, concordiamo l’orario di partenza. Intorno alle 12e30 partiranno i primi gommoni, dovremo far loro sapere con esattezza quanti siamo.
Il traghetto attracca alle 11 e 15, sembra enorme in relazione al piccolo porticciolo di Ventotene. Man mano che le persone sbarcano si forma un capannello con scambi di presentazioni e saluti. Carla e Viviana esibiscono con orgoglio le loro piantine di fiori e altre piante grasse portate in viaggio da Roma. Quest’anno siamo 31 persone. Più della metà sono al loro primo viaggio. E’ significativo che i partecipanti all’iniziativa si rinnovino da un anno all’altro. E’ anche decisivo che un gruppo stabile abbia preso a cuore la ritualità di questo pellegrinaggio. L’informazione circolata via internet ha portato qui una ragazza con due altri ragazzi di Napoli, ed altre persone da Roma. Dal racconto diretto dell’esperienza e dalla visione del documentario del viaggio dello scorso anno è nata invece l’attenzione di alcune persone che operano nel carcerario e che hanno deciso la loro personale partecipazione: Margherita Michelini, la direttrice del carcere a custodia attenuata di Solliccianino, e Fulvia Poli che lavora come insegnante nello stesso carcere. Erano poi molto entusiasti di venire un gruppo di giovani medici: Susanna, Viviana, Antonio; si fanno chiamare “medici senza camice”. Scherziamo sul fatto che quest’anno c’è con noi anche un nutrito staff medico, oltre Dina che lavora come fisioterapista. Il gruppo è proprio eterogeneo per età, per professione, per vita sociale. Ciò significa che la proposta attrae simbolicamente l’immaginario di diversi soggetti sociali. La partecipazione va anche oltre i confini nazionali e porta esperienze di diversi lati del mondo. Rossella Biscotti che era per lavoro a Vienna, ha viaggiato fin qui con il suo compagno Adam proveniente dagli Stati Uniti. Rossella è anche reduce da una esperienza fatta con le recluse del carcere della giudecca di Venezia che hanno raccontato, in gruppo, i loro sogni notturni. Il risultato di questo lavoro è un’opera collettiva esposta alla Biennale di Venezia. Giacomo quest’anno è venuto con la sua fidanzata del Brasile. C’è anche Christian che vive in Italia da tempo ma è nato e vissuto in Colombia.
Per le modalità di aggregazione sociale contemporanee dove si tende a fare nicchia il nostro gruppo ha una composizione in un certo senso impensabile.
Le persone appena arrivate vanno a depositare i bagagli nel piccolo ufficio dell’agenzia e provvedono per l’acqua e il cibo. Alle 12e30 parte il primo gommone, poi un secondo ed un terzo. Le ultime otto persone ci raggiungeranno verso l’una con un quarto gommone.
Causa mare un po’ mosso quest’anno non sbarchiamo al solito attracco. Facciamo un giro più ampio e scaliamo l’isola da un punto diverso. Da questo lato la salita verso il carcere è più breve ma più ripida e faticosa, procediamo lungo degli scalini scavati nella roccia. Il carcere ci appare dal retro, come un bastione, una fortezza imponente e minacciosa.

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Gli giriamo intorno per arrivare alla piazzetta dove c’è l’ingresso principale. Salvatore ha appena terminato la vista guidata ad un gruppo di turisti. Prendiamo fiato, ci dissetiamo e scambiamo qualcosa da mangiare. Entriamo nella struttura panottica di Santo Stefano dopo l’arrivo dell’ultimo gommone. Il cielo pian piano si copre. Ci sediamo intorno a Salvatore che quest’anno ci offre una vera e propria lectio magistralis sulla storia del carcere, sui suoi processi trasformativi, sulle diverse modalità di gestione che si sono susseguite, si servirà di piantine e di un aggiornato corredo fotografico. Attraverso le storie di alcuni reclusi ci racconta anche delle lotte e delle fughe. La sua illustrazione fornisce anche un attraversamento della storia sociale e politica dell’Italia dal settecento agli anni sessanta del novecento. La ricerca che Salvatore e la sua associazione svolgono, e costantemente aggiornano, è appassionata e di alto profilo.

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Commento con Carla, che come me si occupa di analisi delle istituzioni, che abbiamo usufruito di una preziosa lezione con rimandi evidenti all’attualità delle istituzioni totali. Con Salvatore lascio per un momento il gruppo per aprire l’accesso ad un lato del carcere che da anni non è più fruibile ai visitatori, ma che ci parla in modo drammatico del passato e del presente. Quest’anno infatti Salvatore ha deciso di farci vedere le celle con le brande in ferro per la contenzione. In fila indiana ed in silenzio facciamo questa ulteriore esperienza formativa, che ci riporta all’attualità dei manicomi giudiziari. La contenzione fisica è una modalità di controllo dei corpi che ancora opera anche in istituzioni psichiatriche e sanitarie.

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Recuperiamo con Salvatore un secchio d’acqua, alcuni attrezzi per scavare e ci dirigiamo verso il cimitero. Giuliano si incarica di scavare delle piccole fossette su ogni tomba. Tutti noi ci dividiamo le piantine e in piccoli gruppi ci adoperiamo per piantarle ed innaffiarle. Noto che Viviana ha portato con sé anche una piccola palettina da Roma. Adam mi mostra una piantina grassa che sta per posare su una tomba. Ogni tomba ha conservato la targhettina con i nomi che abbiamo messo lo scorso anno. Le piantine sono in eccesso. Su ogni tomba componiamo una piccola aiuola da innaffiare.1049112_10201575443335886_1414845528_o Ma dopo un po’ l’acqua del secchio finisce. Uso allora l’acqua che ho portato per bere. Nella piazzetta, dopo mangiato, scambiavamo l’acqua tra noi, ora la scambiamo con i morti.
Il nipote di Mediati è vicino alla tomba del nonno. Ha una fotografia storica con sé, che ritrae la tomba del nonno, dalla foto sembra che la tomba non sia quella rintracciata da noi in base alla mappa del cimitero scritta da Veronelli, ma quella a fianco. Bisognerà fare una ricerca con documentazioni incrociate per averne la certezza, Salvatore si sta adoperando in questo senso. Siamo sparpagliati, a bassa voce, intorno alle tombe. Lo scorso anno c’era un sole a picco, questa volta il clima è diverso, c’è un leggero vento. Possiamo trattenerci un po’ di più. Il mio punto preferito è quello che mi da la visione d’insieme di una fila di tombe e mi ritaglio lì un momento di sospensione.
Durante la traversata da una delle piantine grasse è sbocciato un fiore giallo.

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22 giugno. Sera. Immaginare una Libera Università degli ergastolani.
L’appuntamento è alle otto alle Cisterne romane di Ventotene dette “dei carcerati”, dove vissero reclusi per volere di Ferdinando IV di Borbone, cento forzati, che lavoravano sull’isola e che intervennero con pitture murali, disegni e graffiti sulle pareti di queste celle catacombali. Questi forzati furono poi trasferiti nel carcere di Santo Stefano subito dopo la sua costruzione. Per iniziativa di Salvatore e della sua associazione ci vedremo lì, per proiettare i filmati che documentano il viaggio dello scorso anno ed anche per un momento di riflessione tra noi.
Le cisterne si presentano come un sistema cunicolare, illuminato da faretti che proiettano la luce sugli affreschi. Le volte sono alte. Nello spazio più ampio sono sistemate le sedie, uno schermo ed il proiettore. Ci sediamo per vedere i filmati. Dopo la proiezione, Salvatore illustra la storia delle cisterne, poi coglie questo momento collettivo per consegnare al nipote di Rocco Mediati, dopo 61 anni, il certificato di morte del nonno.
Prendo anche io la parola per fare il punto sull’iniziativa immaginata lo scorso anno con il progetto “liberi dall’ergastolo”, anche per informare Salvatore di ciò che facciamo oltre i viaggi a Santo Stefano. Durante l’anno ci sono stati diversi momenti promozionali del progetto, in varie città, con adozioni del logo liberi dall’ergastolo su siti, pagine facebook, locali pubblici… l’ultima esperienza emozionante l’ho fatta a Milano viaggiando su un taxi libero dall’ergastolo!
Salvatore ci ha esposto la fatica che lui e la sua associazione fanno per valorizzare la storia di Santo Stefano, per trasformarlo in un luogo di memoria sociale e di cultura per la salvaguardia dei diritti umani. Questo è il loro sogno. Si è posto allora un quesito: in che modo le iniziative che faremo possono contribuire a valorizzare Santo Stefano nel quadro sognato da Salvatore e come Santo Stefano può, per la sua forza simbolica, aiutare un processo di abolizione dell’ergastolo.
Mi è sembrato quello il momento giusto per riprendere e collettivizzare un’idea della quale avevo parlato mesi prima con Giuliano dell’Associazione Liberarsi, ma avevamo poi deciso di lasciare che il tempo la facesse maturare. Questa idea mi era tornata in mente un mattino mentre mi preparavo ad intraprendere il viaggio per Ventotene. E’ grossomodo riassumibile in questi termini: come il nostro viaggio al cimitero di Santo Stefano risulta simbolico e attraente, perché opera per ricondurre nella società persone che ne sono state escluse anche dopo morte. Al pari, potrebbe essere simbolicamente significativo, immaginare l’istituzione di una Libera Università degli ergastolani. Che è in sé già un paradosso. Una università che “metta in cattedra”, persone condannate alla morte sociale e socialmente mostrificate. “Metterle in cattedra” è un modo per rovesciare il dispositivo dell’esclusione e della mostrificazione. Questa proposta però ha anche un fondamento, perché molte delle persone recluse all’ergastolo (in ogni epoca storica) hanno fatto della creatività e della ricerca culturale un modo di sopravvivere e resistere. In questi ultimi anni molti prigionieri a vita hanno pubblicato libri significativi (Annino Mele, Carmelo Musumeci, solo per ricordarne alcuni). Tanti si sono prima diplomati e poi laureati, nonostante gli ostacoli frapposti dall’istituzione e nonostante le ristrettezze e l’isolamento del 41bis e di altri regimi di massima contenzione. Attualmente ai reclusi in regime di 41bis la risorsa vitale della cultura è drasticamente impedita dalle nuove misure che vietano la possibilità di ricevere libri dall’esterno.
In una società che svalorizza la cultura, accade che nel luogo di estrema esclusione sociale e torsione psicofisica, le persone si ricreino, nel senso rigenerativo del termine, attraverso la ricerca culturale, sia in modo autonomo che attraverso gli studi. Per alcuni questa ricerca culturale si traduce anche in creatività artistica e poetica.
Per sottolineare la funzione di risorsa vitale che ha la cultura e la riprovazione istituzionale che generalmente incontra, può essere emblematico ricordare come esempio la vicenda di Alessandro Bozza, che nel carcere di Nuoro si è dovuto cucire le labbra, ad evidenziare la subita mortificazione della parola, perché gli hanno impedito di proseguire nella creazione dei suoi libri farfalla.
La nascita di una Libera Università degli ergastolani potrebbe valorizzare socialmente e culturalmente questo sforzo a vivere e resistere. Ma questa Libera università sarebbe significativo immaginarla anche aperta a docenze di chi, pur non avendo l’ergastolo, vuole esserne socialmente libero. Quindi essa potrebbe aprirsi anche a studiosi, ricercatori, artisti, soggetti sociali che creano cultura con uno spirito di libertà dalle punizioni capitali.
In sintesi questa Università paradossale la si potrebbe immaginare intrecciando insieme lezioni tenute da reclusi, che volessero aderire a questa idea, e che quindi, sarebbero, con una immagine eloquente, lezioni che proverrebbero dall’al di là, con altre, tenute da chi invece vive nell’ al di qua, del muro di cinta. Forse, per far sì che questa visione possa iniziare a concretizzarsi, sarebbe utile liberarla da pesantezze organizzative immaginandola come un miraggio. Come qualcosa cioè che appare e scompare, che si propone quindi, ora qui ora là, in forma di eventi, che potrebbero essere socialmente costruiti e promossi all’attenzione pubblica, da coloro che si vanno dichiarando Liberi dall’ergastolo.
Santo Stefano, da cui tutto questo frullar di pensieri è partito, potrebbe essere uno dei luoghi di elezione per concretizzare una delle apparizioni dell’università degli ergastolani. Per il viaggio rituale del 2014 si potrebbe infatti organizzare all’interno dell’antico carcere una doppia lezione aperta e gratuita della Libera università. In fondo con la sua lectio magistralis della mattina Salvatore ha utilizzato lo spazio del carcere borbonico proprio come luogo di formazione culturale.
L’idea, sinteticamente esposta, piace alle persone presenti ma è Salvatore a prendere la parola perché la proposta gli sembra significativa anche nella prospettiva di una valorizzazione di Santo Stefano.
Ci lasciamo per andare a cena ma nei dialoghi fra noi l’idea continua a lavorare con entusiasmo, bisognerà farla circolare in carcere e fuori, renderla aperta a stimoli e proposte arricchenti perché essa possa diventare un concreto racconto sociale.

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