Cimitero di Santo Stefano. Video di Rossella Biscotti (2011)

Advertisements

A Gaetano Bresci e ai suoi compagni di prigionia, tutti

Foto di Valentina Perniciaro _il cimitero degli ergastolani, tutto pulito_

Un’emozione che non riesco a descrivere.
Quando lo scorso anno misi piede per la prima volta su quello scoglio meraviglioso le emozioni furono immense,
piene di gioia e di quella addolorata rabbiosa sensazione di prigionia.
Visitare l’isola di Santo Stefano e il suo ergastolo è un’esperienza incredibile, se la si affronta con la libertà nel sangue.

In quattro navigammo quel tratto di mare, quattro persone, una macchinetta fotografica, una super8, pala, piccone, acqua e fiori: non era accettabile che quel cimitero di ergastolani fosse avvolto dall’oblio,

non era accettabile che quei corpi e quelle 47 croci vivessero abbandonate così,
tra i canti dei gabbiani e quel vento di mare che sa di libertà, e la cura di Salvatore, da solo.
Tra quei corpi tanti fratelli, tra quei corpi anche il caro “uccisore di re” Gaetano Bresci,
anche lui abbandonato lì, senza nome, senza ricordo, senza quel minimo di dignità che dovrebbe esser garantita sulla tomba di tutti, figuriamoci la sua.

Ora di quelle 47 croci solo pochissime sono senza nome: ora quei corpi privati della propria libertà, quei corpi seppelliti dai propri stessi compagni di

Foto di Valentina Perniciaro _in cella, nell’ergastolo di Santo Stefano_

prigionia, hanno un giaciglio che ricorda il loro nome, e la data della loro dipartita.

E’ stata un’emozione forte, per quello queste mie parole non riescono ad uscire.
Perchè ancora devo metabolizzare l’immagine di quel cimitero tutto pulito, di quelle tombe quasi belle come non erano da chissà quanti decenni, e tutte con  un nome, come non erano praticamente mai state.

E quindi scrivo qui, confusamente, senza riuscire probabilmente a trasmettervi la storia di questo gruppo,
che lo scorso anno era composto da 4 persone, e che invece ha visto aggiungere uno zero a quel numero.
Un gruppo che s’è creato in autonomia approdando su quell’isola da sconosciuti, un gruppo mosso dalla volontà di abolire l’ergastolo, di liberarsene completamente.
Quest’anno eravamo in tanti a navigare quel tratto di mare,
in tanti a girare quella curva in salita, sotto al sole,  in passato dominata  dal cartello “Questo è un luogo di dolore”.
Lo è ancora un luogo di dolore, lo sarà sempre, come qualunque carcere e forse più di molti altri per la portata storica e violenta che ha con sè;

un carcere dove le storie di evasioni son purtroppo poche mentre abbondano i dettagli delle fustigazioni, della segregazione, dell’impazzimento.Ma è anche  un carcere che ha vissuto anche un periodo diverso, dove i detenuti erano molto liberi, dove si potevano fare colloqui con i propri familiari di 24 ore, in apposite case, cosa che ora a dirla pare un film.
Insomma, queste confuse righe non sono nulla se non un appuntamento a prestissimo, con un po’ di storie di quegli uomini,
con un po’ di racconti di ogni tempo,
con la vicinanza totale che sento, dal primo momento, con tutti coloro che da lì son passati, ultimi della terra, rinchiusi il più lontano possibile dalla società.

Foto di Valentina Perniciaro _Gaetano Bresci, ed un nome sulla tomba_

A presto con quelle storie,
con il blu di quel mare che urla libertà,
con la ruggine di quei blindi che ancora grida la violenza della prigionia.

Gaetano Bresci,
a tutti i suoi compagni di prigionia
di ieri, di oggi e di sempre.

Di Valentina Perniciaro

Diario di viaggio al cimitero degli ergastolani dell’isola di Santo Stefano di Nicola Valentino – Diario fotografico di Letizia Romeo (giugno 2012)

22 giugno

Io Peppe e Valentina abbiamo preso un treno regionale perché rispetto ad un intercity costa la metà. Oggi viaggiare costa tantissimo, chi parte come noi per questo viaggio al cimitero degli ergastolani di Santo Stefano ha proprio una determinazione a partire. C’è il costo del viaggio, del pernottamento, oltre alla scelta di dedicare alcuni giorni a questa iniziativa. Non si viene qui per caso, ma per scelta, non si può partecipare passivamente salendo su un carro organizzato, ma per una determinazione personale. Siamo partiti nonostante lo sciopero dei mezzi pubblici, molti si sono mossi in macchina per avere la certezza di arrivare a destinazione.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Mi sono messo in viaggio custodendo nel diario un racconto riguardante il carcere, raccolto durante un seminario ad Azala in terra basca. Un ex recluso ha raccontato che in una sezione di sicurezza di un carcere spagnolo due persone si sono tolte la vita dopo essere cadute improvvisamente e inaspettatamente in depressione. In seguito ad una rapida inchiesta i reclusi del braccio si sono resi conto che le cadute depressive, che per alcuni avevano avuto un esito tragico, riguardavano solo quei prigionieri che bevevano il caffè dell’amministrazione. Hanno inoltre constatato che questi reclusi in depressione venivano osservati con particolare attenzione dal personale medico del carcere. In sostanza questa storia ci parla di una somministrazione di psicofarmaci dati con inganno. Oggi nelle carceri Italiane che sono state sovraffollate a dismisura da alcune leggi di cancerizzazione di massa, il controllo chimico attraverso cerebrofarmaci è una delle principali forme di controllo, ma i farmaci che vengono somministrati, fuori anche da protocolli terapeutici, non sono costituiti da semplici tranquillanti bensì da antipsicotici. Di recente uno dei sindacati della polizia penitenziaria ha denunciato che, a parte gli ettolitri di valium, nelle carceri vengono somministrati con il giro della terapia: antipsicotici, ipnotici, antidepressivi, oppiacei, benzodiazepine, stabilizzanti dell’umore. Che implicazioni ha tutto questo? E’ possibile parlare di semplice sedazione o non piuttosto di un pericolo per la vita delle persone? Questa storia può aiutarci a comprendere meglio il significato della parola tortura nel carcere contemporaneo?

Ieri notte prima di partire ho fatto un sogno:

“Sono in una casa con il figlio di un mio amico che si è sposato da alcuni anni. Lui è la moglie mi raccontano che dopo il matrimonio le cose si sono invertite. Prima si scambiavano doni andavano in vacanza insieme, ora non più. Nella loro cucina in alto c’è un grande insetto colorato che mi salta addosso, chiudo gli occhi impaurito, ma mi fa le fusa… nel dormiveglia penso che potrebbe trattarsi del grillo parlante della fiaba di Pinocchio. Rientro nel sogno ma non ricordo il suo sviluppo, ricordo solo che una persona mi dice di fare attenzione ad un dittatore di un paese dell’America latina che si chiama el celodio Pablo Danas”. Provo a fare da sveglio un gioco di significazione con questo sogno collegandolo al viaggio che ho iniziato verso il luogo simbolico di una istituzione totale per eccellenza che si prende a vita, la vita delle persone. La prima scena rimanda all’istituzione del matrimonio, ma anche a quella deriva dei gruppi sociali che una volta istituiti tendono ritualizzarsi e ad eternizzarsi soffocando gli aspetti rigenerativi ed allontanando l’idea stessa dell’impermanenza. La seconda scena mi fa pensare che il grillo parlante comportandosi in un modo diverso da quello della favola, ha perso forse tutte le certezze, che nel dialogo con Pinocchio manifestava, sulle istituzioni nelle quali si svolge la crescita dei bambini: scuola famiglia… La terza scena mi sembra colleghi il viaggio verso una istituzione totale ad un regime totalitario, è divertente inoltre il gioco che si può fare con le parole, celodio si scompone in “c’è l’odio” e Danas potrebbe significare “dannato”. Ma poi chissà, il gioco di significazione di una esperienza onirica può essere infinito come la significazione di ogni esperienza.

Siamo arrivati a Latina, il viaggio attraversa insieme il pensiero ed il territorio. C’è il rischio che lo sciopero dei marittimi ci blocchi sul pontile di Formia. Gli albergatori ci hanno assicurato che qualcosa partirà, perché dicono, non si può lasciare isolata un’isola.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Isola e isolamento carcerario hanno viaggiato spesso insieme. Ventotene ha una lunghissima storia di isola penitenziaria. Inizia con un imperatore romano che mette lì in esilio una figlia. Poi, come ci ha narrato Salvatore durante il primo viaggio, diventa un esperimento umanistico: vengono deportati a Ventotene 200 uomini e donne cosiddetti di “malaffare” per partecipare ad un esperimento condotto nello spirito del pensiero di Rousseau. In sostanza quelle persone a contatto con la natura incontaminata sarebbero dovute ridiventate “buone”, ma nel 1771 l’esperimento viene giudicato fallimentare e le persone vengono deportate nuovamente nelle città. Sempre a Ventotene nelle antiche cisterne dell’acquedotto romano furono detenuti i forzati che dovevano costruire la Ventotene borbonica. Questi reclusi ci hanno lasciato nel loro luogo di detenzione degli importanti graffiti. Nel 1786 i Borboni decidono di costruire nell’isola vicina di Santo Stefano il primo ergastolo. L’isola di Ventotene è stata poi luogo di esilio per i resistenti ma anche per quegli stranieri giudicati indesiderati dal regime fascista in guerra, oggi, girando per Ventotene delel targhette ci indicano i luoghi della loro permanenza.

Mi ha telefonato Beppe per dirmi che il Comune di Ventotene ha dato il patrocinio per l’iniziativa serale che si terrà sull’isola dopo la visita al cimitero, anche l’Ente della riserva naturale ha dato il patrocinio. Sono due riconoscimenti importanti per il viaggio che stiamo facendo.

Prendiamo l’aliscafo per Ventotene da Formia io Peppe e Valentina. Sull’aliscafo incontro Angela che è venuta da sola in treno da Firenze. L’ho incontrata ad un convegno europeo sull’ergastolo a Firenze alcuni mesi fa. Lì Angela, insieme a Laura, si sono offerte di preparare le targhette plastificate con i nomi delle persone sepolte nelle tombe. Ci fa vedere subito le targhette, qualcuno ha messo in dubbio il suo lavoro, noi le troviamo splendide. Ci sediamo insieme. Mi dice che lei vive in un bosco da alcuni anni. Lavora a Firenze ma la sua vita la trascorre nella profondità del bosco. Da lì ha cominciato a scrivere ad alcuni reclusi all’ergastolo. Ha saputo dell’iniziativa ed ha deciso già da molti mesi di venire. Abbiamo commentato che probabilmente ognuno parte per questo viaggio oltre che da un luogo geografico anche da un proprio luogo esperienziale che lo spinge a mettersi in cammino. Io parto dalla mia esperienza di reclusione all’ergastolo.

Nell’aliscafo non c’è aria condizionata il mare è mosso, usciamo tutti fuori perché cominciamo a star male. Valentina vomita due volte.

Approdiamo finalmente a Ventotene e cerchiamo, dopo esserci rifocillati, l’agenzia dove abbiamo prenotato le stanze per pernottare. Per una serie di circostanze mi ritrovo per questa sera da solo in una stanza con 4 letti, le altre persone che la devono occupare arriveranno domattina. il posto è ad oltre un chilometro fuori dal centro, silenzioso. Abbiamo impattato anche la dimensione turistica di Ventotene. I prezzi sono da stagione turistica. Ventotene e come fosse un’isola di Napoli, si parla dialetto napoletano e bisogna contrattare su tutto per avere qualche riduzione, comincio a parlare anche io il mio dialetto ma Valentina si dimostra più efficace nelle trattative.

Con l’aliscafo delle 18 sono arrivati Davide e Melania da Roma. Paolo, Davide, Simone e Veronica da Milano. Fanno riferimento ad un centro sociale di Abbiategrasso, il Folletto. Paolo, dopo il primo viaggio, mi segnalò l’articolo di Veronelli, (enologo, anarchico) che durante una permanenza a Santo Stefano verso la fine degli anni sessanta aveva tracciato una mappa con i nominativi delle persone sepolte in 30 delle 47 tombe. Ma Veronica Davide e Simone sono anche lavoratori del cinema e sono partiti con attrezzature professionali preziose per documentare l’evento. Dopo aver cenato insieme loro vanno verso il mare, io mi dirigo verso la casa dove pernotterò per scrivere e riposarmi. Ho preso in carcere l’abitudine di scrivere frammenti di diario per essere presente in modo riflessivo a ciò che mi accadeva, un modo per attraversare gli eventi senza esserne travolto. Anche questo viaggio mi spinge ad una presenza attraverso la scrittura, questo diario costituirà anche il mio modo di documentarla.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Santo Stefano è forse diventato l’attrattore simbolico di ciò che dentro di me ha lasciato l’esperienza dell’ergastolo. E chissà che le tombe del cimitero non siano uno specchio per quella parte di me che è morta durante la detenzione. Ricordo che la prima volta che le ho viste mi sono detto: che fortuna che ho avuto! A loro, sepolti lì, è andata diversamente. Sono morti in carcere. Morire in carcere, finire la mia vita lì, costituiva per me l’incubo peggiore. Ricordo che quando ero all’ergastolo un’amica forse per consolarmi mi scrisse … “non preoccuparti, un giorno finirà fosse anche con la morte…” Mi sentii il sangue scivolare nei piedi.

23 giugno

Questa notte non ho dormito per niente, sarà il caldo, saranno state le zanzare, ma più che altro penso sia una inquietudine, sento anche una responsabilità nei confronti delle tante persone che stanno per arrivare. Mi siedo fuori a guardare le stelle, la luce di un lampione da fastidio. C’è un grande silenzio. La giornata che mi aspetta è faticosa ed affrontarla senza aver minimamente dormito un po’ mi spaventa. Sta facendo giorno, mi preparo il caffè a mi metto a fare tai chi nel patio davanti casa. Lo scambio energetico con il luogo mi ridà vigore. Passa Paolo che va al mare, ci salutiamo, continuo il mio tai chi. Poi doccia. Torna Paolo, ci facciamo un caffè insieme, tornando dal mare ha comperato dei cornetti caldi. Ci diamo appuntamento intorno alle 10,30 nella piazza di Ventotene. Io dovrò con Angela trovare un attrezzo per fare i buchi alle targhettine plastificate, che saranno legate alle croci delle tombe con delle fascette di plastica. Mi vesto e mi avvio verso Ventotene, incontro Valentina e Peppe. Neanche loro hanno dormito a causa delle zanzare. Cerchiamo il nostro amico Salvatore dell’associazione Terra Maris che come lo scorso anno parteciparà con noi all’iniziativa facendoci anche da guida. Dobbiamo concordare con lui la traversata sui gommoni e l’appuntamento sull’isola. Lo incontriamo al porto, ci dice che ci aspetterà sull’isola verso mezzogiorno. Cerchiamo anche un barcaiolo che organizzi il trasporto. Ci fa uno sconto del 50%. E’ lo stesso che ci ha portato sull’isola lo scorso anno e che ha aiutato Rossella a Settembre per il suo intervento artistico nel carcere. Torniamo in piazza. Incontro Angela, Paolo e Giuliano con un suo amico. Do a Giuliano la notizia che come Sensibili alle foglie stiamo approntando un libro sul 41bis. Il regime di isolamento e di tortura psicofisica del 41 bis pesa come un ricatto, finalizzato alla collaborazione con gli inquirenti, su molti reclusi, in gran parte ergastolani, che oltre all’ergastolo senza speranza, quello ostativo alla richiesta di benefici, subiscono anche la torsione di questo regime carcerario. Giuliano mi ricorda che un recluso in 41 bis si è ricavato con le unghie la possibilità di studiare e si è laureato proprio con una tesi sul 41 bis. Vedrà di farcela avere.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Comperiamo la foratrice per le targhettine. E’ perfetta. E’ quasi ora, tra un po’ arriva il traghetto con le persone che sono partite alle 9,15 da Formia, ci avviamo verso il porto. Il primo a sbarcare è Antonio, il figlio di Eugenio Perucatti uno degli ultimi direttori dell’ergastolo di Santo Stefano, che è cresciuto bambino all’interno del carcere. Poi scendono Beatrice, Laura, ma gli altri si disperdono per l’isola, ci rintracciamo telefonicamente, diamo un appuntamento alle 12 al porticciolo da dove partiranno i gommoni. C’è da andare a prendere i fiori e l’acqua, che è fondamentale per affrontare il sole di Santo Stefano ed un po’ di pizza per Salvatore che ci aspetta sull’isola.. La fioraia si ricorda di noi, ci dice di scegliere le piantine che vogliamo. Incontriamo anche Rossella e Rossana. Antonio è conosciutissimo sull’isola, si ferma per saluti con tante persone. Siamo all’imbarco. Ci chiedono quanti siamo per avere la certezza che tre gommoni bastino. Con la dispersione che c’è stata non ci siamo contati. Siamo 35 persone inclusi due bambini ed una cagnetta che si imbarca insieme a noi dopo aver superato qualche incertezza. Si parte tutti insieme, un gommone dopo l’altro ed approdiamo a Santo Stefano. Lungo la salita verso il carcere ci fa da guida Antonio. Suo padre ha diretto il carcere dal 1952 al ’60. Sosteneva l’incostituzionalità dell’ergastolo ed aveva adottato una linea riformatrice rispetto all’ergastolo duro. Organizzando lavori sull’isola per i reclusi, che potevano anche effettuare degli incontri della durata di 24 ore, in un locale all’esterno del carcere, con le proprie famiglie. Mentre passiamo sotto l’arco di ingresso e cominciamo a salire, Antonio ci narra sia della politica adottata da suo padre ma anche della vita di un bambino che non ha mai percepito le persone all’ergastolo come dei mostri di cui aver paura. E’ rimasto legato negli anni ad uno degli ergastolani che gli ha fatto praticamente da baby sitter. Arriviamo in cima in “piazza della redenzione”, la gestione riformatrice dell’ergastolo si fondava su una narrazione articolata intorno a tre parole: luogo di dolore, di espiazione, di redenzione. Su questa piazza dal nome-mito c’è l’ingresso alla struttura e dalla piazza parte il viottolo che porta al cimitero.

Recuperiamo Salvatore che saluta il gruppo con cui ha completato la visita. Prendiamo un po’ di fiato, Salvatore mangia la sua pizza, poi entriamo nel carcere. Già noto qualcosa di diverso dallo scorso anno. A Salvatore ed alla sua associazione è stata affidata la custodia del carcere. Tutto è più pulito, ma ciò che resta dell’architettura di questo primo ergastolo è maggiormente pericolante. A gran parte della struttura è ora impedito l’accesso. Discutendo in seguito con Salvatore si è accennato all’importanza di sostenere, cosa che ogni cittadino può fare, la richiesta al FAI per restaurare il monumento.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Ci fermiamo tra i passeggi chiusi costruiti dopo l’unità d’Italia e le prime celle del piano terra. Salvatore illustra la storia e l’architettura del penitenziario, immaginata per una visione totale da parte delle guardie sui movimenti dei reclusi all’interno delle celle e dei ballatoi antistanti. Un panottico costruito mentre Bentham stava ancora mettendo a punto il libro che lo teorizzava. Il dispositivo panottico che è alla base della nascita delle istituzioni disciplinari avrebbe dovuto costruire nell’intenzione di Bentham il controllo di una mente sopra un’altra mente. Ma come ci spiega Salvatore l’ergastolo borbonico rinchiudeva 1000 detenuti in 99 celle distribuite su tre livelli, un “carcere discarica umana” diremmo oggi, con alti livelli di mortalità. Dopo l’unità d’Italia i Savoia lo trasformeranno in un luogo di detenzione cellulare basato sull’isolamento e la reclusione dura, soprattutto per gli oppositori anarchici. La presentazione oscilla costantemente fra passato e presente. Salvatore mi ha anche raccontato che durante le sue visite al carcere ed al cimitero si confronta spesso con persone che ci tengono a ribadirgli che in fondo chi è finito lì, morendoci, se lo è meritato, quindi le sue visite guidate diventano anche un confronto con culture che ribadiscono la funzione dell’ergastolo, ma in ogni caso la crudezza dell’ergastolo che lì si vede e viene narrata, stimola una riflessione e sollecita una responsabilità rispetto al presente.

Ci dirigiamo ora verso il cimitero, cerco di superare tutti gli altri del gruppo perché voglio entrare da solo per vivermi un po’ il luogo nel silenzio. Entro per primo e poggio le due piantine che ho con me vicino alle prime tombe. Anche qui la scena è cambiata rispetto allo scorso anno. Le tombe, come mi anticipava Salvatore, sono state da lui completamente pulite dalle erbacce ed ora sono ben delineate dai sassi che le contornano .

Questa infilata di croci nude inginocchia l’anima!

Diario fotografico di Letizia Romeo

Antonio porta con se una foto che conserva da anni di un recluso inginocchiato che prega sulla tomba di un altro recluso, la mostra. Cerco di invitare le persone ad un tono più basso di voce , ma questa è un po’ la mia percezione ed il mio stato d’animo in quel luogo, che ancor più della struttura carceraria mette in contatto con ciò che rappresenta la pena dell’ergastolo, ieri e oggi.

Cerco Valentina che sul suo tablet ha la mappa di Veronelli, in base alla quale cercheremo di dare dei nomi a quelle tombe. Decidiamo che ogni persona può prendere una o più targhettine da legare alle croci. Io comincio a leggere i nomi della prima fila a sinistra. La linea di croci di sinistra è chiara e corrisponde perfettamente alla mappa di Veronelli, la linea di destra anche. Dopo i tre gradini, nella seconda parte del cimitero, è più complicato immaginare che tipo di sequenza abbia scelto Veronelli, perché sia a destra che a sinistra ci sono due file parallele di croci che poi diventano tre. Optiamo prima per un tipo di sequenza ma poi ci sembra più logica un’altra e quindi le targhette vengono cambiate. Nasce lì per lì l’idea che si potrebbero fare delle ricerche sui nomi degli ergastolani sepolti. Ognuno potrebbe adottare per questa ricerca, la persona morta alla quale ha legato il nome. Salvatore ci informa anche che, messe queste targhette, lui potrà poi fare una verifica utilizzando altri documenti dell’archivio del carcere, vedendo così se questa mappa risulta confermata e poi ci sono ancora alcune tombe senza nome. Ma c’è anche la possibilità che, o in quella stessa terra o in un altro luogo, ci sia un’altra fossa senza croci, una fossa comune. Abbiamo intanto compiuto la nostra missione, ora alcune tombe hanno i loro nomi, : Montalbano G.; De Roma Francesco; Donatangelo Pasquale; Durante Felice; Lai Salvatore 28.9.1931; Entrelli Rocco; Mediati o Mediali Rocco; Imbrindo Domenico; Iacono Lucio; Forte Michele; De Rocca Salvatore; Toscailli o Roscailli Benedetto; Giorgi Luigi;Lota Kasem; Dosko o Posko Nazir; Ussello Giuseppe; Galdi Giuseppe; Nangini Guido; Saracco Natale; Di Benedetto Vincenzo; Sacchi Luigi; Carota Antonio;. Pilia Benigno; Di Santo Rufino; Bresci Gaetano; Messina Pietro; Lizio Rossano; De Cuzei Giuseppe; Pannuccio Antonio; Monte Gaetano; Biase Donadio; Gemina Domenico. Baetta Filadelfo; Rodessi Giovanni; Fissore Giuseppe; Tupponi Sebastiano; Lai Antioco; Baches Raffaele. Reda o Beda Giuseppe.

Diario fotografico di Letizia Romeo

La pratica sociale per l’abolizione dell’ergastolo è importante che sia anche retroattiva, che operi perché nessun essere umano possa essere cancellato per sempre dal consorzio umano.

Veronica, Davide e Simone, con le loro attrezzature, tra le quali un grande microfono peloso, hanno documentato l’esperienza. Prima del ritorno a Ventotene fanno una intervista a Salvatore e poi una anche a me. Mi cambio la maglia per non essere fradicio di sudore davanti alla videocamera. Mi scopro anche scottato dal sole, mentre leggevo i nomi e gli altri legavano le targhette non mi rendevo conto, forse nessuno si rendeva conto della temperatura a cui eravamo.

Sono contento e incrocio i sorrisi di tutti.

L’incontro.

Diario fotografico di Letizia Romeo

Ci ritroviamo alle 19 presso il museo di Ventotene L’incontro inizia con Rossella che proietta il suo filmato. Ci spiega che ha montato insieme diversi frammenti girati in super 8. Un frammento del nostro viaggio dello scorso anno, una visita guidata di Salvatore all’interno dell’ergastolo, ma gran parte del filmato riguarda l’intervento artistico effettuato nel carcere in settembre con la collaborazione di Salvatore e di altre persone dell’isola. Il super 8 genera un effetto di straniamento, sembra di guardare filmati girati in un’altra epoca. Le immagini dell’intervento artistico fanno vedere questi fogli di piombo srotolati nella cella e nel passeggio e poi battuti con un martelletto, come a prendere l’impronta anche dei passi di chi in quella cella o in quel passeggio ha camminato. Mi piace pensare a questa operazione come ad una ostinazione di memoria, una volontà di memoria che non si accontenta delle tracce scritte, dello scheletro architettonico, ma si sforza di andare oltre, verso qualcosa di ineffabile, di inenarrabile, o di interdetto.

Ci spostiamo fuori dalla sala della proiezione e ci sediamo in cerchio. L’incontro è aperto a chiunque voglia partecipare e l’invito è stato rivolto alle istituzioni e all’isola, ma a trovarci siamo noi, il nostro gruppo, forse anche perché l’isola in questi giorni è in pieno fermento lavorativo: è iniziata la stagione turistica. Pensiamo allora di utilizzare questo momento di incontro per scambiarci le prime impressioni sull’esperienza che stiamo facendo, immaginarla in prospettiva, e presentarci tra noi, anche perché non tutti ci conosciamo. Il gruppo è fatto di molti: molte provenienze territoriali, molte professioni, molti studi, alcuni fanno riferimento a reti associative che operano in relazione al carcere, ma molti altri non hanno questo percorso, molte le motivazioni personali al viaggio, varie le età…. Il gruppo si è ritrovato sulla base di un invito in un luogo simbolico, per alcune azioni simboliche, da svolgere all’interno di un immaginario che abolisca l’ergastolo. Un invito circolato innanzitutto direttamente, di bocca in bocca, ma anche da una mail all’altra, rimbalzato da un sito all’altro. Ciò che può aver determinato al viaggio è stata forse anche l’attrazione per l’esperienza che il primo viaggio ha comunicato. Durante l’incontro si è parlato dell’incostituzionalità dell’ergastolo, di come i costituenti abbiano agito in modo contraddittorio mantenendo l’ergastolo ma scrivendo anche l’art.27 della costituzione. E’ stata letta una lettera della madre di una persona all’ergastolo che evidenzia come la pena venga subita anche dai familiari. Sono state narrate le difficoltà che incontrano i reclusi attualmente all’ergastolo dopo le iniziative significative prese collettivamente tra il 2007 ed il 2008: la richiesta inviata da 300 ergastolani al presidente della repubblica di trasformare il loro ergastolo in pena di morte ed il ricorso di 700 ergastolani alla corte europea di Strasburgo sul trattamento inumano e degradante connaturato all’ergastolo ostativo. E’ stata sottolineata anche l’importanza dal punto di vista formativo del viaggio che abbiamo fatto e la possibilità di ampliare la proposta in questo senso. Siccome molti dei partecipanti hanno documentato in vario modo l’esperienza e dal momento che ognuno dei partecipanti è orientato a produrre una sua narrazione del viaggio, Valentina si propone per allestire uno spazio nella rete dove far confluire queste narrazioni, affinché esse possano essere a disposizione di chi voglia conoscere questa esperienza ed ampliarla socialmente.. E’ stata poi sollecitata una maggiore attinenza al presente, all’ergastolo di oggi… Dialogando su questo aspetto è cominciata ad emergere una proposta: “liberi dall’ergastolo”. Questa proposta implicherebbe innanzitutto chi non vive dentro un ergastolo, ma non se la sente di subire passivamente la presenza sociale di una pena che implica la condanna alla morte in carcere. L’ergastolo tra l’altro viene comminato “in nome del popolo” e quindi anche in nostro nome. La proposta è affiorata pian piano attraverso un lavoro dell’immaginario: si è pensato che sarebbe importante ad esempio se un comune come Ventotene, con il suo pieno di storia, si dichiarasse un giorno libero dall’ergastolo come ci si dichiara liberi dagli OGM o territori denuclearizzati. Ma perché aspettare che una istituzione o più istituzioni possano un giorno andare in questa direzione, perché non sollecitarle costruendo già a partire da noi stessi questo racconto sociale di libertà, da noi stessi e da quei pezzi di società: associazioni, gruppi, collettivi che si sentono di farlo. Perché non distaccarsi dall’immaginario corrente, per affermarne uno nuovo che viene dal futuro e che può vivere nel presente attraverso una assunzione consapevole di responsabilità. D’altronde ogni istituzione può essere superata se si afferma un racconto sociale che la storicizza, che la toglie dal mito che è sempre esistita e sempre esisterà. Da questo punto di vista il viaggio a Santo Stefano è illuminante perché si tocca con mano la storicità settecentesca di questa istituzione e, al di là del racconto che dell’ergastolo ha fatto Beccaria, si incontra anche la sua crudeltà pari alla pena di morte. Queste suggestioni appena accennate solleticano di sicuro il mio entusiasmo ma anche quello del gruppo, perché si comincia a vedere attraverso questo gioco immaginativo, come un racconto sociale per il superamento dell’ergastolo non debba dipendere da altri: dagli organismi preposti a fare le leggi o dall’acume, negli ultimi tempi abbastanza frustrato da sentenze avverse, dei giuristi più sensibili, bensì da noi. “Liberi dall’ergastolo” non si configura coma una esortazione rivolta a qualcuno, non è neppure un imperativo, bensì una affermazione della propria libertà da una istituzione che esiste ma non è da tutti condivisa. Proseguendo con questo gioco dell’immaginario si è pensato che “liberi dall’ergastolo” potrebbe costituire un simbolo, nella forma di un logo, che si possa associare alla narrazione sociale di chi immagina se stesso e la società fuori da questa forma di pena. Un simbolo anche che possa ispirare la tensione sociale, civile, politica, di quelle porzioni di società che in tutta coscienza non se la sentono di mostrificare chicchessia e di espellerlo a vita dal consorzio umano. Un simbolo che giochi anche, per chi ne ha voglia, come un interrogativo personale, quotidiano, sulla vita. Come una persona ha detto: “io vengo qui anche con la mia reclusione”. Oltre all’ergastolo penale, esistono degli ergastoli relazionali, ma anche degli ergastoli sociali, connessi a quei sistemi di potere ed economici o a gruppi di appartenenza, che pretendono la totalità della nostra esistenza.

Ma il processo immaginativo e solo appena cominciato.

Diario fotografico di Letizia Romeo

25 giugno

Giacomo, Mattia e Letizia, scrivendo su un motore di ricerca il nome di una delle persone sepolte a Santo Stefano, rintracciano il nipote, che da molti anni conduceva delle ricerche per scoprire dove fosse sepolto suo nonno, senza che nessuna istituzione rispondesse concretamente alla sua legittima richiesta. Questa persona si è messa immediatamente in viaggio per Santo Stefano con l’intento di vedere la tomba a cui è stato dato il nome del nonno e di procedere con le necessarie verifiche, intanto ringraziava Mattia e tutti noi per l’iniziativa che abbiamo preso.

Nicola Valentino

Ergastolo di Santo Stefano, giugno 2011: il mio primo fiore ai 47 corpi senza nome

Siamo approdati sull’isola di Santo Stefano con un piccolo gommone.

Foto di Valentina Perniciaro
_Il carcere si avvicina_

Scesi al volo, il piede si aggrappa subito ad un suolo minuscolo e spigoloso, uno scoglio meraviglioso, intriso però in ogni suo sasso di dolore.

L’ergastolo di Santo Stefano è il primo vero carcere nato sul suolo italiano; ha sentito sbattere le sue chiuse ferrose la prima volta nel 1797 per lunghi interminabili anni, fino al nostro 1965. Non un vecchio convento o castello, ma una struttura progettata per la detenzione e il controllo.  Salvatore non si può definire un custode, è più l’anima di quell’isola.
Sono le sue mani a sistemare il poco di sistemabile, ad aprire e chiudere i cancelli ai curiosi, a chi su quel posto scrive e ricerca, a chi invece come noi voleva portare un fiore a quelle tombe senza nome, con la speranza e l’impegno preso di provare a darglielo al più presto.

47 tombe ci sono, e grazie al lavoro decennale di Salvatore ci sono ora anche 47 croci di legno, avvolte però dalle erbacce e dalla vegetazione che su quello scoglio cresce selvaggia come se mano d’uomo non ci fosse quasi mai passata.
E invece, mani di uomini in catene, mani di uomini legati l’uno all’altro, mani di uomini che con gli stenti della fame e della sete che ha quasi sempre caratterizzato la prigionia isolana hanno vissuto quella terra stupefacente ma ostile. Piccola e capace di avere un concentrato di vissuto e di dolore che pochi altri luoghi hanno.

Foto di Valentina Perniciaro
Carcere di Santo Stefano: le celle

Bisogna andare a visitare quel luogo, bisogna vedere quell’abbozzo di Panopticon (la costruzione del carcere è precedente di qualche anno al progetto di Bentham) e soprattutto quel cimitero per capire, per sentire un po’ sulla propria pelle cosa significa privazione della libertà personale, cosa significa detenzione e soprattutto cosa significa ERGASTOLO.

Quel cimitero racchiude in se una solitudine mai sentita prima d’ora.
Quei corpi di cui la storia ha deciso di non aver memoria di un nome (c’è anche Gaetano Bresci tra quei corpi) hanno vissuto il proprio funerale molte volte prima che il loro corpo vi fosse seppellito, da altre mani prigioniere.

Detenuti che tagliano la legna, detenuti che chiodo su chiodo costruiscono una bara.

Foto di Valentina Perniciaro _Il vero FINE PENA MAI, il cimitero degli ergastolani_

Detenuti che preparano quel corpo da chiudere nel legno, che dalla terra libera arriva con un piccolo battello.
Detenuti, uomini prigionieri, che accompagnano sotto quel sole e su quella terra nera il proprio compagno sulla collina, dove il grande mare avvolge tutto.

Ci sono alcune immagini di quei funerale, che Salvatore custodisce amorevolmente in un album ingiallito… nel guardarle, nel vederli tutti vestiti uguali che si inginocchiano per salutare un altro vestito come loro, che s’è liberato prima di quella condanna terrena che aveva velleità di eternità, ho pensato che quegli uomini hanno vissuto chissà quante volte il loro funerale.Io non so dove morirò, non so dove come e chi parteciperà ai miei funerali.
Non ho idea di come verrà riposto il mio corpo, di cosa verrà detto, di quale viale sarà percorso se ne sarà percorso uno.
A loro bastava guardarsi intorno, bastava tenere gli occhi ben aperti per assistere al proprio funerale, per veder costruire una bara uguale identica a quella che poi sarà costruita per loro stessi: chissà che aria c’era in quel blu che lì tutto circonda, nel momento in cui la terra cadeva sul legno, col canto dei tanti gabbiani e i colori incredibilmente vivi che sparano tutt’intorno.

Vorrei raccontarvi molte cose di quel posto…ci sarà modo, ancora devo digerirne i racconti e i sussulti del sangue.
di Valentina Perniciaro

un funerale, nel carcere degli ergastolani di Santo Stefano (Archivio storico)

“Ma entriamo in questa tomba” il racconto di Luigi Settembrini dell’ergastolo di Santo Stefano

“Ma entriamo in questa tomba, dove son sepolti circa ottocento uomini vivi:

L’ergastolo

L’ergastolo di Santo Stefano

Chi si avvicina a Santo Stefano vede da mare sull’alto del monte grandeggiare l’ergastolo, che per la sua figura quasi circolare sembra da lungi una immensa forma di cacio posta su l’erba.
Il gran muro esterno, dipinto di bianco e senza finestre, è sparso ordinatamente di macchiette nere, che sono buchi a guisa di strettissime feritoie, che dànno luogo solo al trapasso dell’aria. Per iscendere sull’isola si deve saltare su di uno scoglio coperto d’alga e sdrucciolevole. Cominciando a salire per una stradetta erta e scabra, si trova in prima una vasta grotta, nella quale il provveditor dell’ergastolo suol serbare sue provvigioni; poi montando più su si vede il dosso del monte industriosamente coltivato. Sino a pochi anni addietro l’isola era tutta selvaggia ed aspra: ora è coltivata, tranne una ghirlanda intorno, dove tra gli sterpi e le erbacce pascono le capre pendenti dalle rocce, sotto di cui si rompe il mare e spumeggia. Su la parte più larga e piana del monte sorge l’ergastolo.
Non si può dire che tumulto d’affetti sente il condannato prima di entrarvi: con che ansia dolorosa si sofferma e guarda i campi, il verde, le erbe e tutto il mare, e tutto il cielo, e la natura che non dovrà più rivedere; con che frequenza respira e beve per l’ultima volta quell’aria pura; con che desiderio cerca di suggellarsi nella mente l’immagine degli oggetti che gli sono intorno. Fermato innanzi la terribile porta vede una strada lunga un cento cinquanta passi, in capo della quale un casolare fabbricato sulle rovine della villa di Giulia; e vicino a questo un recinto di mura con una croce che è il cimitero de’ condannati. Se gli è permesso di camminare un poco verso la sinistra dell’ergastolo vede una casetta del tavernaio divenuto coltivatore dell’isola, ed un’altra stradetta più malagevole della prima, per la quale con l’aiuto delle mani e dei piedi scendesi al mare. E null’altro vede, perché null’altro v’è fuori che il mare, ed il cielo, e le isole lontane, e il continente più lontano ancora, a cui vanamente il misero sospira.

Un edifizio di forma quadrangolare sta innanzi l’ergastolo, e ad esso è unito dal lato posteriore. Il lato anteriore o la facciata di questo edifizio ha due torrette agli angoli, ha cinque finestre, ed in mezzo una trista porta guardata da una sentinella: su la porta sta scritto questo distico:

Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis vincta tenet, stat res, stat tibi tuta domus.
“Finché la santa Legge tiene tanti scellerati in catene, sta sicuro lo stato, e la proprietà.”

Ventotene e lo scoglio di Santo Stefano

Parole non lette o non capite dai più che entrano, ma che stringono il cuore del condannato politico e lo avvertono che entra in un luogo di dolore eterno, fra gente perduta, alla quale egli viene assimilato. Bisogna avere gran fede in Dio e nella virtù per non disperarsi. Varcata la porta ed un androne si entra in un cortile quadrilatero intorno al quale sono le abitazioni di quelli che sopravvegliano l’ergastolo, magazzino per provvigioni, il forno, la taverna. Custodi dell’ergastolo, come di ogni altro bagno, sono il comandante, che è un uffiziale di fanteria di marina, un sergente suo aiutante che è detto comite, pochi caporali, e bastevol numero di agozzini; un altro uffiziale comanda un drappello di soldati, i quali guardano l’esterno. Vi sono ancora due preti; due medici, un chirurgo, e tre loro aiutanti: v’è il provveditore, ed il tavernaio.
Nel cortile sei circondato dagli agozzini coi loro fieri ceffi, i quali ti ricercano e scuotono le vesti, ti tolgono la catena se sei condannato all’ergastolo, e te la osservano e ribadiscono se sei condannato ai ferri. Uno scrivano ti dimanda del nome e delle tue qualità personali: ed il comandante, dopo averti biecamente squadrato da capo a piè, ti avverte di non giocare, non tener armi, starti tranquillo, se no vi sono le battiture e la segreta: e ti manda al luogo che egli destina facendoti accompagnare dal sergente e dagli agozzini.

Dopo il cortile entri in un secondo androne, nel quale un custode apre una porta, e ti fa entrare in uno spazzetto scoperto, chiuso intorno da un muro con palizzata e da un fosso, su cui è un ponte levatoio. Un secondo custode apre un cancello di legno, varchi il ponte, ed eccoti nell’ergastolo. Immagina di vedere un vastissimo teatro scoperto, dipinto di giallo, con tre ordini di palchi formati da archi, che sono i tre piani delle celle dei condannati: immagina che in luogo del palcoscenico vi sia un gran muro, come una tela immensa, innanzi al quale sta lo spazzetto chiuso dalla palizzata e dal fosso: che nel mezzo di esso muro in alto sta una loggia coverta, che comunica con l’edifizio esterno, e su la quale sta sempre una sentinella che guarda, e domina tutto in giro questo teatro: e più su in questa gran tela di muro sono molte feritoie volte ad ogni punto. Così avrai l’idea di questo vasto edifizio, che ha forma maggiore di mezzo cerchio, con in mezzo un vasto cortile, ed in mezzo al cortile una chiesetta di forma esagona, chiusa intorno da vetri. Il cortile è lastricato di ciottoli, ha due bocche di cisterne, e tre basi di pietra, con ferri che sostengono fanali. Il lastricato e le cisterne son fatte da pochi anni: prima nel cortile erano ortiche e fossatelle d’acqua, dove i condannati andavano a bere, e spesso coi coltelli contendevano per dissetarsi a quelle fetide pozzanghere.

All’interno di Santo Stefano

Ciascun piano è diviso in trentatré celle: nel primo e nel secondo piano sono trentatré archi, ciascuno innanzi ciascuna cella: nel terzo piano è una loggia scoperta che gira innanzi tutte le celle, e non è più larga di quattro palmi. Ogni cella ha una porta ed una piccola finestra ferrata che guardano nel cortile; e sul muro opposto ha un buco o feritoia lunga un palmo, stretta tre dita, dalla quale trapassa l’aria esterna, e si può vedere una striscia di mare. Il primo piano è a livello del cortile, e tiene innanzi un muro con sopra una palizzata, onde chiamasi le barriere, anche perché è scompartito da mura in varie porzioni, ciascuna contenente diverso numero di celle. Nello spazio tra la palizzata e le celle passeggiano i condannati; ed è brutto di fango e di acqua che vi gittano o vi cade da sopra. Per montare ai piani superiori vi sono due scale a destra e sinistra della gran tela di muro; ma chiuse da cancelli di legno tenuti da custodi. Il secondo piano ha innanzi una loggia coverta formata da un secondo ordine di archi, e larga quanto quella del terzo piano; ed è diviso in due porzioni. Nel terzo piano le ultime undici celle sono divise dalle altre, ed addette ad uso di ospedale: e queste sole invece di buchi esterni hanno finestrelle ferrate, dalle quali si può vedere un po’ di verde e la vicina Ventotene, hanno invetriate, e pareti bianchite. Una metà delle celle del primo piano è destinata per un centinaio di condannati ai ferri: in tutte le altre celle sono gli ergastolani: nell’altra metà del primo piano i più discoli; nel secondo i meno tristi; nel terzo quelli che han dato pruova di essere rassegnati.

I soli condannati ai ferri hanno la catena che li accoppia, e possono passeggiare nel cortile. Tra essi i fortunati vanno soli, portando o tutte le sedici maglie della catena o pure otto maglie: i fortunatissimi ne portano quattro, e fanno uffizio di serventi o di cucinieri, votano i cessi, portano acqua, vanno a spendere alla taverna: sono beati quei pochi che escono fuori a lavorare la terra. Gli ergastolani non hanno catena; ma nessuno può uscir del suo piano e del suo scompartimento: un tempo nessuno poteva uscir dalla sua cella. Queste divisioni sono necessarie per impedire le continue risse che nascono per stolte e turpi cagioni, e pel sempre funesto amore di parti; dappoiché questi sciagurati, che una pena tremenda dovrebbe unire, sono divisi tra loro secondo le province: e siciliani, calabresi, pugliesi, abruzzesi, napolitani, si odiano fieramente fra loro, spesso senza cagione e senza offese; e se per caso si scontrano si lacerano come belve e si uccidono. Non si cerca di spegnere questi odi di parte, perché per essi si hanno le spie, si vendono favori, si fanno eseguir vendette, si fa paura a tutti: una è l’arte di opprimere, ed ogni malvagio la conosce.

Per questa condizione de’ luoghi e degli uomini, gli ergastolani non hanno altro spazio che le celle, e la stretta loggia, dalla quale invidiando guardano il cortile dove non possono passeggiare, ed il cielo che è terminato dalle alte mura dell’ergastolo, e che come un immenso coverchio di bronzo ricopre il tristo edifizio e ti pesa sull’anima. Se passa volando qualche uccello, oh come lo riguardi con invidia, e lo segui col pensiero e con la speranza stanca, e con esso voli alla tua patria, alla tua famiglia, ai tuoi cari, ai giorni di gioia e di amore, che sempre ti tornano a mente per sempre tormentarti. Ma neppure puoi star molto su questa loggia ingombra di masserizie e di uomini che ti urtano, gridano, cantano, bestemmiano, accendono fuoco, fendono legne: e poi nel cortile non vedi che condannati trascinare penosamente le sonanti catene, taluno d’essi con oscena voce andar gridando: “Vendiamo e mangiamo”: spesso vedi lo scanno sul quale si danno le battiture, spesso la barella con entro cadaveri di uccisi. Il vento ti molesta, il sole ti brucia, la pioggia ti contrista, tutto che vedi o che odi ti addolora, e devi ritirarti nella cella.

Ogni cella ha lo spazio di sedici palmi quadrati [11 mt quadrati], e ce ne ha di più strette: vi stanno nove o dieci uomini e più in ciascuna. Son nere ed affumicate come cucine di villani, di aspetto miserrimo e sozzo; con i letti squallidi, coperti di cenci, e che lasciano in mezzo piccolo spazio; con le pareti nere dalle quali pendono appese a piuoli di legno pignatte, tegami, piattelli, fiaschi, agli, peperoni, fusa, conocchie, naspi ed altre povere e sudicie masserizie: una seggiola è arnese raro, un tavolino rarissimo. È vietato ogni arnese di ferro, e persino i chiodi, le forchette, i cucchiai, le bilance sono di legno: ed invece di coltellaccio per minuzzare il lardo usano un osso di costola di bue. Con un’industria incredibile fendono grossi ceppi e tronchi di albero mediante piccolissimi cunei di ferro, non permessi ma tollerati, e però da essi nascosti. Chi non vuole il cibo cotto in comune, e che non è altro che fave o pasta, lo cuoce da sé in fornacette di tufo, che si mettono sul davanzale della finestra ed anche sulle tavole del letto. Pochi fanno comunanza, perché il delitto li rende cupi e solitari: spesso ciascuno accende il suo fuoco, onde esce un fumo densissimo che ingombra tutta la cella e le vicine, ti spreme le lagrime, e ti fa uscire disperatamente su la loggia, dove trovi altre fornacette accese che fumano, ed invano cerchi un luogo non contristato dal fumo, che esce dalle porte, dalle finestre, da ogni parte. Alle due pareti opposte della stanza è legato uno spago, dal quale pende una canna, che dall’altro capo fesso in su tiene sospesa una lucerna di latta, la quale con questo ingegno può portarsi qua e là, e pendere nel mezzo della stanza, per dar lume la sera a tutti che fanno cerchio intorno e filano canape.

Foto di Valentina Perniciaro : Santo Stefano_ Aboliamo l’ergastolo 2012: ridando un nome agli ergastolani_

Tetre sono queste celle il giorno, più tetre e terribili la notte; la quale in questo luogo comincia mezz’ora prima del tramonto del sole, quando i condannati sono chiusi nelle celle, dove nella state si arde come in fornace, e sempre vi è puzzo. O quanti dolori, quante rimembranze, quante piaghe si rinnovellano a quell’ora terribile! Nel giorno sempre aspetti e sempre speri: ma quando è chiusa la cella ed alzato il ponte levatoio, più non aspetti e non speri, e ti senti venir meno la vita. Allora non odi altro che strani canti di ubbriachi, o grida minacciose che fieramente echeggiano nel silenzio della notte, come ruggiti di belve chiuse; talvolta odi un rumor sordo ed indistinto di gemiti o di strida, e la mattina vedi cadaveri nella barella. Quando stanco d’ozio, d’inerzia, e di noia cerchi un po’ di riposo e di solitudine sul duro e strettissimo letto, mentre dimenticando per poco gli orrori del luogo corri dolcemente col pensiero alla tua donna, ai tuoi figliuoletti, al padre, alla madre, ai fratelli, alle persone care all’anima tua, senti il fetido respiro dell’assassino che ti dorme accanto, e sognando rutta vino e bestemmia.
O mio Dio, quante volte ti ho invocato in quelle ore di angosce inesplicabili; quante notti con gli occhi aperti nel buio io ho vegliato sino a giorno fra pensieri tanto crudeli, che io stesso ora mi spavento a ricordarli.

Ritorna il giorno, e ritornano i suoi dolori, e l’un giorno non è diverso dall’altro. Sempre ti stanno innanzi gli stessi oggetti, gli stessi uomini, gli stessi delitti, le stesse azioni. Ogni giorno primamente ti si porta un pane; poi una porzione di orride fave o di arenosa pasta, che molti prendono cruda e poi cuocciono essi stessi con miglior condimento, poi cinque grani ai soli condannati all’ergastolo. Due volte il mese ti si da un pezzo di carne di bue: son due giorni di festa, in cui si beve più vino, e si fanno più delitti. Quando il mare non è agitato vengono alcune donne da Ventotene: portano a vendere pesce e verdure, e comprano il nero pane de’ condannati col quale sostengono sé stesse ed i loro figliuoli. Tanta miseria è in quell’isola, che di là si viene a spendere nelle taverne dell’ergastolo. Sebbene il continente sia poco lontano, pure raramente vengono barche, e se vengono ed approdano a Ventotene, non sempre si può traversare il canale su i battelli e venire a Santo Stefano, dove spesso si manca anche del necessario alla vita. Anche più raramente hai lettera o novella della tua famiglia. Ogni lettera che ricevi o mandi deve essere letta, ogni oggetto rivolto e ricercato per ogni parte. La prima lettera che io ebbi, e che io tanto avevo aspettata, mi strappò molte lagrime, e mi rendette convulso per più giorni. Io serbo ancora quella prima lettera, unita ad un’altra della mia figliuola Giulietta, che mi fu conceduto di tener caramente stretta in mano durante quei due giorni che io stetti condannato a morte in cappella; perché mi pareva che tenendola in mano io sarei morto abbracciando e benedicendo i miei figlioli.
Qui si vive a discrezione de’ venti e del mare, divisi dall’universo, e soffrendo tutti i dolori che l’universo racchiude.

Portando un fiore al cimitero degli ergastolani

Liberiamoci dall’ergastolo

Non è semplice parlare d’esperienze che ti segnano così profondamente.
La pagina bianca è come sempre un campo di possibilità infinite ma in questi casi è chiaro quanto sia impossibile tracciare le emozioni e determinare l’importanza del trovarsi all’interno di queste esperienze.
Il 24 giugno siamo partiti, in circa una trentita, verso l’isola di Santo Stefano per portare un fiore agli ergastolani e a dare finalmente un nome alle loro tombe.
Quest’isola carcere per due secoli ha imprigionato e portato a morte decine e decine di ergastolani. Una piccola isola circondata da un mare stupendo che il Panoptico, costruito prima di essere teorizzato da Bentham, nascondeva allo sguardo dei reclusi; ho subito pensato a questa torsione sul corpo del detenuto, torsione di “prospettiva” più che visiva.
Ho pensato che magari potevano sentire il suo rumore, le onde che battono sugli scogli, ma una volta sull’isola ti accorgi che anche i canti dei gabbiani possono diventare angoscianti.
Ti senti travolto dalla violenza che si espande dalle pareti delle gabbie appositamente create per separare gli indesiderati, i colpevoli che le società giudica tracciando le proprie categorie (temporali) da punire.
Se vogliamo seriamente pensare alla possibilità del Liberarsi dall’ergastolo è questa, in primis (come lo è stato per la pena di morte), una lotta all’interno delle nostre soggettività. Essere contro l’ergastolo è il tentare di pensarlo non “in particolare” (il crimine commesso) ma “in generale” (la pena disumana).
E’ il pensare che qualsiasi crimine un individuo possa commettere non sarà mai crudele quanto l’essere partecipi passivi di una società che crea un sistema, complesso e condiviso, che porta lentamente alla morte di un altro essere umano.

Questo video vuole essere una traccia di quella giornata, una piccola parte che necessariamente deve interagire con le altre interpretazioni dei nostri nuovi amici, così da comporre uno sguardo collettivo e condiviso.
Consapevoli del fatto che per aprire una discussione sul “fine pena mai” sarà determinante la trasformazione delle nostre soggettività in moltitudine.

Giacomo Pellegrini
Mattia Pellegrini
Letizia Romeo

Resoconto del viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano -2011-

24 giugno 2011 di Nicola Valentino

Il 24 giugno siamo partiti in quattro verso l’isola di Ventotene. Oltre me, che portavo anche il sostegno all’iniziativa di Sensibili alle foglie, era presente Giuliano Capecchi dell’associazione Liberarsi, Rossella Biscotti (artista), Valentina Perniciaro (blogger: baruda.net). Giuliano era anche in sciopero della fame, in solidarietà con i reclusi di molte carceri italiane anch’essi in sciopero nei giorni tra il 24 ed il 26, in concomitanza con la giornata mondiale contro la tortura indetta dall’ONU. Uno sciopero per affermare che dentro la parola tortura vanno incluse: la condizione attuale delle carceri italiane, l’ergastolo ed il regime di isolamento detentivo del 41 bis.

Foto di Valentina Perniciaro _nel carcere di Santo Stefano_

Oltre me che ho trascorso circa 28 anni all’ergastolo, ognuno portava nel viaggio anche la sua esperienza di incontro con la reclusione a vita, una conoscenza, soprattutto per Giuliano e Valentina, segnata dal rapporto diretto con persone, attualmente o in passato, recluse all’ergastolo.
Lo scopo del viaggio: portare dei fiori sulle 47 tombe senza nome del cimitero degli ergastolani che si trovasull’isolotto di Santo Stefano, a pochi metri dal vecchio ergastolo, funzionante dal 1795 al 1965. Vedere e documentare un luogo emblematico per comprendere ciò che è l’ergastolo oggi, soprattutto l’ergastolo che riguarda oltre mille degli attuali 1500 ergastolani e che non prevede possibilità di uscita ma solo la morte in carcere. In questi giorni, nel carcere di Spoleto si è impiccato Nazareno, un uomo condannato all’ergastolo, da 22 anni in carcere, che si è messo una corda al collo due giorni dopo aver saputo che il suo ergastolo era di quelli che non prevedono la richiesta dei benefici penitenziari e che quindi sarebbe morto lentamente in carcere proprio come i reclusi di Santo Stefano.

Abbiamo portato in questo viaggio anche il sostegno di reclusi e recluse di oltre 50 carceri, e decine di persone libere che non si sono potute mettere in cammino ci hanno chiesto di deporre dei fiori anche per loro.   Erano stati informati del nostro arrivo sia il direttore dell’ente parco di Ventotene e Santo Stefano, che ha autorizzato di buon grado la visita ai luoghi del carcere, sia Salvatore dell’associazione che si occupa di guidare le persone nel vecchio carcere, in gran parte pericolante, e nei luoghi limitrofi, tra cui il cimitero.
Quando siamo approdati a Ventotene il primo passo è stato recarci dalla fioraia per comperare delle piantine di gerani da interrare nei pressi delle tombe. La fioraia, incuriosita e sorpresa per questa nostra missione, ci ha raccontato che fino a qualche anno fa durante la festa della santa patrona dell’isola, alcuni ventotenesi, insieme al prete della parrocchia locale, si recavano a portare fiori e preghiere al cimitero degli ergastolani.

Foto di Valentina Perniciaro
_Il cimitero degli ergastolani, al nostro arrivo, nel giugno 2011_

Con in mano le piantine, attraversando la piazza, ci siamo fermati nella libreria dell’isola che si cura molto di documentare la storia e la vita dei reclusi che sono stati detenuti a Santo Stefano. Ci ha ricevuti anche il direttore dell’ente parco apprezzando la nostra attenzione per quel cimitero, invitandoci a ritornare ogni qual volta l’avessimo voluto, anche perché sembra esserci un attenzione sociale nell’isola alla valorizzazione storica e culturale di Santo Stefano, innanzitutto attraverso il recupero degli archivi del carcere.

Con Salvatore, la guida, abbiamo cercato una barca che ci trasbordasse sull’isolotto. Il barcaiolo ha apprezzato lo scopo non turistico del nostro viaggio, facendoci uno sconto sul costo della traversata. L’approdo non è facile e la salita verso il carcere faticosa, ci muoveva verso l’alto la narrazione di Salvatore, che ha cominciato a popolare di uomini e di eventi un luogo che all’apparenza si presenta solo come un sito di archeologia penitenziaria, ma che attraverso il suo racconto si vivifica e mostra una storia sociale ed istituzionale ancora drammaticamente attuale. Salvatore e la sua associazione hanno raccolto con molta cura una efficace documentazione. Una fotografia in particolare ha guidato il nostro immaginario nel cammino verso il cimitero: la foto ritrae il funerale di un ergastolano. Si vedono i reclusi, che hanno accompagnato in corteo funebre il loro compagno morto, fermi fra le croci bianche. Assistono alla tumulazione della bara. Una bara di legno che loro stessi hanno costruito nella falegnameria del carcere.

Come ha osservato Valentina: “Io non so dove morirò, non so dove come e chi parteciperà ai miei funerali. Non ho idea di come verrà riposto il mio corpo, di cosa verrà detto, di quale viale sarà percorso se ne sarà percorso uno. A loro bastava guardarsi intorno, bastava tenere gli occhi ben aperti per assistere al proprio funerale, per veder costruire una bara uguale identica a quella che poi sarebbe stata costruita per loro stessi”.

Abbiamo scelto due tombe per interrare le piantine di gerani e deposto fiori di campo sulle altre 45 tombe.
Ma a chi stavamo offrendo un fiore? Per chi ho pregato? Sono solo 47 i corpi sepolti oppure, considerati i tre secoli di vita del carcere quel cimitero è anche da considerarsi come una fossa comune? Ma se prima c’erano delle croci bianche di pietra come si vedono nella foto d’epoca, forse c’erano anche dei nomi! Quante persone sono state sepolte lì e quali erano i loro nomi?

Foto di Valentina Perniciaro

La cancellazione del nome si presenta come l’atto più estremo di cancellazione della persona, che entra nella vita sociale proprio con la scelta che altri fanno di un nome per lei. Un condannato a morte nello stato del Texas dichiarò che la cosa più terribile per lui non era la sedia elettrica ma sapere che sarebbe stato sepolto in una tomba contrassegnata solo con il numero: il 924.

Mentre scendiamo nuovamente verso l’approdo della “madonnina”, scambiamo insieme all’acqua da bere alcune prime impressioni che l’esperienza ci consegna: innanzitutto il modo che hanno le persone che abbiamo incontrato della comunità di Ventotene, di parlare dell’ergastolo. Un modo di parlarne che non mostrifica le persone che vi sono state recluse. Questa modalità culturale è importante da valorizzare, se si considera che la produzione del mostro è il primo passo per la condanna all’ergastolo, e che questa cultura non mostrificante, si esprime in una delle comunità che ha vissuto a stretto contatto con il più antico degli ergastoli. L’altra sensazione che tutti abbiamo è che lì sia importante tornare, non solo come un fatto rituale ma immaginando un lavoro che riesca a ridare i nomi alle persone sepolte. In un certo senso la pratica sociale  per l’abolizione dell’ergastolo è importante che sia  anche retroattiva, che operi perché nessun essere umano possa essere cancellato per sempre  dal consorzio umano, ieri, oggi e per il futuro.

30 giugno 2011                                                                   Nicola Valentino

Per la documentazione fotografica: baruda.net
altri siti: informacarcere.it