Diario del viaggio all’isola degli ergastolani di Santo Stefano (Ventotene) di Nicola Valentino (Giugno, 2015)

12 Giugno.

 In viaggio con l’immagine di un quadro

quadro Nullo Mazzesi

 

Qualche giorno fa, in vista della partenza per il quinto viaggio all’isola di Santo Stefano, ho inviato ad alcuni dei partecipanti l’immagine di una persona amica che mostra un suo quadro. L’ho fatto perché ritengo espressivo il quadro, e entusiasmante la storia che lo accompagna. Max, che era con noi a Santo Stefano lo scorso anno, raccontò l’esperienza del viaggio  ad un suo amico, Nullo Mazzesi, partigiano, muratore, artista e poeta, mostrandogli anche il suo diario fotografico. Ispirandosi al racconto di Max, Nullo ha dipinto un quadro. Ho chiesto A Max, se Nullo avesse piacere a far circolare l’immagine. In fondo quell’opera costituisce anche il modo attraverso il quale Nullo ha voluto essere con noi in questa iniziativa. Dal racconto di Max, Nullo Mazzesi mi sembra proprio una persona eccezionale, all’età di settanta anni, dopo una vita dura ma orgogliosa, decide di iscriversi all’accademia di belle arti. Mi auguro un giorno di incontrarlo per vedere l’insieme della sua produzione artistica, e chiedergli se ha piacere di contribuire ancora con la sua creatività ai nostri viaggi.

Prima di uscire di casa ho messo in borsa anche il libro di Giovanni Farina “Aspettando il 9999. Poesie e scritti dall’ergastolo e dal 41 bis”. Una coedizione tra Sensibili alle foglie e l’Associazione Liberarsi. Il libro sarà presentato sabato sera a Ventotene, grazie anche all’interessamento della libreria della piazzetta di Ventotene. Giovanni è in carcere, all’ergastolo da 35 anni, molti dei quali trascorsi in regime di 41bis. Una condizione di segregazione e di tortura a cui attualmente vengono sottoposti, secondo il recente rapporto di Antigone, 725 persone tra cui 8 donne. Ben 414 sono i detenuti in regime di 41 bis ancora in attesa di giudizio, quindi al momento non giudicati colpevoli di nulla. 144, degli oltre 1500 ergastolani, subiscono, in aggiunta alla pena tombale che è stata loro comminata, anche questo regime detentivo.   Il 41 bis ha la funzione di torcere l’identità della persona per ottenerne la distruzione psicofisica e indurre il mal capitato a collaborare con gli inquirenti, mettendo un’altro al suo posto in quella stessa condizione. Anche se i risultati da questo punto di vista sono risibili, i 12 reparti carcerari preposti al 41 bis proseguono indisturbati la loro attività.  Farina ci offre una descrizione del quotidiano regime di 41bis senza tanti aggettivi: “Si può fare solo un’ora di colloquio al mese con i propri familiari da dietro una cabina a vetro blindato di 40 cm. Puoi tenere in cella: 4 mutande, 2 paia di calzini, 2 paia di pantaloni, 2 paia di scarpe e solo del tipo consentito. Il vestiario consentito è solo del tipo non imbottito, leggero, nell’inverno sei sempre morto di freddo. Ti vengono proibite le riviste e i libri con copertina rigida, ti viene censurato il giornale: ritagliando gli articoli che ritengono che tu non debba leggere. Non puoi dare il buon giorno al detenuto che hai di fronte. Se lo fai vieni punito con 15 giorni di isolamento senza televisione né giornali … Ti è proibito telefonare direttamente alla tua famiglia. Per ricevere la mia telefonata la mia famiglia si doveva recare presso il carcere più vicino al luogo di residenza e prenotare la telefonata, si può ricevere la telefonata solo da carcere a carcere. Dopo pochi giorni che sei in regime di 41bis perdi ogni sensibilità, ti senti una bestia stretta in un labirinto dove gli esseri sadici ti strappano tutto quello che resta dell’uomo per distinguerlo dalle bestie…”

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E’ arrivato il treno che da Tivoli mi porta a Roma. Ripiego l’angolo della pagina, prima di riporre il libro, e salgo sul regionale. Quest’anno viaggerò da solo fino a Formia, trasporto con me anche la piantina che ho scelto per una delle tombe del cimitero. Carnivora, di un bel colore rosso scuro. Mi hanno assicurato che le basta solo l’acqua piovana per vivere.

Durante la sosta a Roma ricevo una telefonata da Antonio, partito da Milano con Bianca. Mi aspetteranno alla stazione di Formia. Bianca è al suo primo viaggio al carcere di Santo Stefano ma ha viaggiato molti anni da un carcere all’altro insieme ad altre compagne nel circuito della reclusione femminile.

Formia ore 15. I primi abbracci sono con Antonio e Bianca. Siamo in largo anticipo. Al solito bar prima del porto, accompagniamo il caffè con delle pastarelle. Antonio si esalta davanti al suo babà alla crema. Le sigarette si fumano da sole mentre Bianca racconta di quando, nel luglio del 1979 salì sul tetto del carcere di Matera per ottenere un trasferimento e uscire dalla condizione di isolamento in cui si trovava. Il cellulare mi fa un fischio, mi è arrivato un messaggio di Mattia: “Buon giorno Nicola, siete nei miei pensieri mi dispiace non essere lì con voi un abbraccio”.

Ci siamo trattenuti al bar un bel po’, perché dall’alto della sopraelevata che sovrasta il porto vediamo già la fila alla biglietteria per il ticket dell’aliscafo. Molte persone si dirigono a Ventotene per il fine settimana. Quest’anno abbiamo avuto anche difficoltà a trovare i posti nelle pensioni dell’isola perché sono in previsione ben due feste di matrimonio.

Il primo volto che vedo è quello di Laura che si gira proprio mentre noi scendiamo le scalette che dalla strada portano alla banchine. Beppe è di spalle seduto. Giuliano e Cristina mi vengono incontro. Ci abbracciamo. Michèle è già in fila con Gianvittorio, al suo primo viaggio. Michèle quest’anno porta, oltre alla sua piantina di santoreggia, anche il bagaglio di esperienza dell’insegnamento dello Yoga nella sezione femminile del carcere di Sollicciano. Con Gianvittorio ho in comune la pratica del Tai Chi, anche se lui insegna un stile diverso dal mio. E’ un maestro, lo saluto con un accenno di rispettoso inchino a mani giunte. Lui risponde con altrettanto rispetto, dandomi a sua volta del maestro. Ci sorridiamo.

Mi squilla il telefono, è Valentina, che si trova già sull’isola con Paolo e il loro figlioletto Nilo. Mi da le prime direttive per la giornata di domani. Ha già incontrato Salvatore, la nostra guida. Anche quest’anno partiremo da Ventotene per Santo Stefano verso l’una, dopo che Salvatore ha completato il suo giro con un altro gruppo che ci precede. La seconda notizia e che troveremo il cimitero con l’erba alta, perché Salvatore, che anno dopo anno tira avanti la baracca da solo, non ha avuto tempo di prepararlo; quindi dovremo darci da fare per una pulizia intorno alle tombe. Comincio ad informare anche gli altri. Arrivano nel frattempo nuovi compagni e compagne di viaggio. Quest’anno c’è una prevalenza di persone che vengono dal nord Italia e che hanno fatto ore e ore di macchina o di treno per vivere questa esperienza: Cecco e Donatella da Como, Paolo, Veronica e Andrea da Milano, Franco e Annamaria da Belluno, Nadia da Bologna, Vladislav e Silvia da Milano insieme ad altri loro amici, uno di questi è partito da Asti. Saliamo sull’aliscafo.

Mi trattengo a chiacchierare con Giuliano e Cristina. Giuliano mi racconta che nei giorni scorsi ha pensato che sarebbe importante curare una pubblicazione sui nostri viaggi a santo Stefano. “In che giorno lo hai pensato?” gli chiedo sorpreso , “anche io ho pensato la stessa cosa mentre giravano tra noi le mail per questo quinto viaggio”. Questa intuizione telepatica merita proprio di essere presa in considerazione, potremmo utilizzare come filo conduttore per la narrazione i miei diari, ma c’è anche molto altro materiale, anche fotografico. Per la parte riguardante la storia del luogo sarà necessario sbobinare la registrazioni della visita guidata di Salvatore al carcere, e poi abbiamo pure, ancora da trascrivere, l’intervista che Valentina e Melania hanno fatto in Sicilia a Ezio Barbieri che fu recluso nelle celle di isolamento di Santo Stefano dopo la rivolta del 1946 a san Vittore. Buon segno, già nell’approdo a Ventotene comincia a fiorire un primo progetto.

Sbarcati, saliamo verso la piazza per ritrovarci tutti insieme e dividerci secondo i luoghi di pernottamento, ma soprattutto per fare la spesa per la cena di stasera prima che chiudano i negozi. In piazza saluto Paolo,Valentina, Nilo. Melania quest’anno è partita da Palermo dove si è trasferita per lavoro, mi presenta Angela. Prendiamo gli appuntamenti per il mattino successivo, bisognerà, come sempre, andare a prendere le altre persone che arrivano con la nave delle 11. Con la coda dell’occhio vedo Cecco uscire dal minimarket con un bottiglione di vino bianco da 5 litri. La cena si preannuncia allegra e chiacchierina.

Franchino, il nostro albergatore, ha preparato la tavolata, lo invitiamo a cenare con noi. Siamo in 15. Cenano con noi anche Maria Grazia e Bruno che pernottano in una pensione non distante dalla nostra. Gianvittorio compie l’atto decisivo di mettere la pentola con l’acqua sul fuoco. Cena vegana: pasta pomodori e zucchine, insalata, melone. Quest’anno a tavola siamo tre ad aver fatto l’esperienza del carcere. Oltre a me e Bianca anche Cecco. Oltretutto Cecco coordina alcune strutture comunitarie per l’accoglienza di detenuti in misure alternative, che hanno offerto delle opportunità ad alcuni ergastolani. Oltre a Michèle, anche Maria Grazia entra in carcere, nella sezione a custodia attenuata di Rebibbia, come volontaria. Nei nostri scambi di parola c’è molto raffronto fra il carcere di ieri e di oggi. Un carcere, quello di oggi, in cui il carrello con il vitto si svuota già a metà sezione per la povertà dilagante e la massa ingente di persone recluse. Ma Ventotene è anche un’isola evocativa per la storia della resistenza al fascismo. Attraversando il centro sono indicati i luoghi di alcune delle mense frequentate dai diversi gruppi politici di confinati. Dal confino di Ventotene uscì, per sfuggire ai controlli, miniaturizzata su cartine per le sigarette, la prima stesura del Manifesto di Ventotene, per l’epoca un parto visionario che prefigurava l’utopia di un’Europa dei popoli. Ricordiamo tra noi un particolare squisitamente carcerario: anche molti documenti dei prigionieri politici degli anni settanta venivano miniaturizzati su cartine di sigaretta per poter essere meglio nascosti e salvaguardati dalle frequenti perquisizioni delle celle e personali. Bianca ci ricorda che ancora nel 1978 una militante dei nuclei armati proletari fu assegnata al soggiorno obbligato a Ventotene, confino dal quale fuggì.

Apriamo una scatola di biscotti per accompagnare l’ultimo bicchiere di vino.

 

13 Giugno.

L’evasione di Nilo

Ore 13. Siamo in 33 disposti su tre gommoni a prendere il largo verso Santo Stefano. Le onde sono alte, afferro ogni appiglio solido che trovo a portata di mano sul gommone, ma soprattutto mi aggrappo con lo sguardo all’approdo dell’isola che vedo in lontananza, cercando di farmelo vicino. Un’onda strapazza il gommone e ci spruzza. Procediamo in silenzio. Nonostante chi ci traghetta infonda sicurezza, sbarco con un sospiro di sollievo. Valerio mi mette una mano sulla spalla chiedendomi come sto.  Mi diranno che l’unico che si è divertito nella traversata è stato Nilo.

Raggiungiamo Salvatore in “piazza della redenzione” e ci prepariamo ad entrare. Quando varco la soglia del carcere ho al mio fianco Patrizia, al suo primo viaggio, che mi sussurra nell’orecchio una associazione visionaria. “Ma è come il carcere dell’Isola dei Pini, quello dove fu detenuto Fidel Castro”… Il nesso è interessante. Nell’isola dei Pini, oggi isola della gioventù, fu infatti costruito nel 1936 dal dittatore Machado un carcere per la reclusione degli oppositori politici, a struttura rigorosamente panottica, ispirato a sua volta ad un carcere di struttura analoga sorto negli Stati Uniti. La struttura penitenziaria è composta da quattro edifici circolari ognuno con diversi piani in grado di detenere 5000 persone. Il nome stesso era tutto un programma: il Presidio modelo. All’interno le celle si presentavano disposte tutte sulla parete esterna e sprovviste di porta, con i reclusi quindi in completa vista. Al centro della struttura circolare si ergeva una torre con alcune feritoie alla quale la guardia accedeva attraverso una galleria sotterranea per non essere vista dai detenuti, che, in tal modo, nell’intenzione della tecnologia panottica, sapendo di poter essere sempre a vista, avrebbero interiorizzato il controllo. All’interno del Presidio modelo dal 1953 al 1955 furono rinchiusi Fidel Castro e i compagni protagonisti dell’assalto alla caserma Moncada. Oggi all’interno del carcere è stato allestito il museo storico della rivoluzione cubana.

Abbiamo pensato nei nostri viaggi a tanti gemellaggi fra Santo Stefano e altre strutture analoghe, al fine di supportare la salvaguardia culturale di questo luogo, ma l’idea di collegarlo al Presidio modelo, tornato ad essere un bene per la comunità cubana, mi sembra una connessione, almeno nell’immaginario, entusiasmante.

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Penso a questa suggestione di Patrizia mentre Salvatore da avvio all’illustrazione della storia del carcere, sempre arricchita di nuove documentazioni. Valentina siede a terra con Nilo che, fornito di pennarelli e fogli di carta, disegna. Soddisfatto porge a Salvatore un foglio. Ha disegnato un detenuto che si cala con la corda dalla cella mentre altri suoi soci lo attendono per portarselo via. Salvatore si interrompe e osserva che per la buona riuscita dell’evasione è bene che allunghi la corda. Nilo corregge il disegno e lo regala a Salvatore, che lo ripone nella cartellina contenente la documentazione storica su Santo Stefano, da oggi arricchita anche dell’evasione di Nilo.

evasione Nilo

 

 

 

 

 

 

 

Salvatore conclude la sua narrazione informandoci che ad Ottobre, in occasione dei cinquanta anni dalla chiusura del carcere, organizzerà un convegno sull’isola. Per questa ricorrenza verrà consegnato al comune di Ventotene anche l’archivio storico del penitenziario, attualmente custodito nel carcere di Cassino. Quindi qualcosa si muove per la salvaguardia di Santo Stefano. Anche una associazione di Formia: “Incontri & confronti” ha attivato da circa un anno una raccolta di firme per interessare il Fai ad un restauro del carcere e del cimitero. La raccolta di firme continua attraverso il sito del Fai: “i luoghi del cuore”. Di firme ne sono state raccolte oltre tremila, che dovrebbero consentire l’interessamento della fondazione. E’ importante che qualcuno si attivi in tal senso, perché ad ogni nostro ritorno notiamo l’avanzamento velocissimo del degrado strutturale del carcere.

Vibra il cellulare. E’ un messaggio di Susanna: “Anche se non sono riuscita a venire fisicamente il mio cuore è con voi a Santo Stefano,… liberiamoci dall’ergastolo”…

Mi soffermo a guardare la cappella al centro del carcere, l’unico restauro eseguito, in un modo chiaramente insensato, snaturandone l’aspetto originario. La cappella centrale infatti era originariamente aperta in ogni lato per consentire ai reclusi di assistere alla messa dagli spalti delle celle. Lo scorso anno con gli artisti presenti a Santo Stefano notavamo che il meccanismo architettonico del carcere borbonico era immaginato sia per consentire ai sorveglianti di osservare costantemente il recluso (funzione tipica del dispositivo panottico), ma anche per offrire agli internati uno spettacolo del potere dell’istituzione. La qual cosa costituiva una caratteristica specifica di Santo Stefano. Questo spettacolo del potere si svolgeva sia attraverso le punizioni pubbliche che venivano inflitte al detenuto nel piazzale del carcere, con gli altri reclusi che guardavano dagli spalti; sia attraverso la cappella posta al centro del piazzale dove veniva effettuata la messa. Dove quindi il potere della Chiesa si rappresentava. Ci siamo chiesti lo scorso anno se fosse reperibile una documentazione su come, a quei tempi, la Chiesa operava in relazione al carcere.

Di recente, nel mie esplorazioni attraverso internet, ho trovato un riferimento che mi sembra utile per capire cosa potrebbe aver influenzato l’architetto di Santo Stefano Carpi nella decisione di immaginare al centro del panottico una messa in scena della messa.

Una interessante coincidenza la si ritrova nella costruzione, nel XVIII secolo, per iniziativa pontificia, del primo carcere cellulare al mondo, il San Michele di Roma (zona Porta Portese), progettato dall’architetto Carlo Fontana e completato nel 1704. Le celle erano disposte in modo tale che da ciascuna di esse il detenuto potesse vedere l’altare posto nell’atrio centrale e unirsi alla celebrazione della messa. Nelle intenzioni del Papato questo dispositivo traduceva in termini architettonici il principio che ogni recluso dovesse meditare in solitudine per poter accedere, attraverso la preghiera e il lavoro, alla remissione delle colpe.

la cappella

 

Ci avviamo verso il cimitero con le piantine di portulacchie che abbiamo acquistato in blocco dalla fioraia di Ventotene, che ormai ci riconosce e sa già cosa cerchiamo. Siamo un po’ di corsa anche perché Patrizia deve partire con la nave delle cinque. Ci preoccupa anche un po’ il tempo. Pioviggina e non sappiamo che mare ci aspetta. Le tombe sono praticamente coperte dall’erba, la prima a sinistra è proprio sommersa. Alcune croci sono marcite per le intemperie e si sono rotte, con la conseguente perdita in qualche caso della targhettina con il nome del defunto. Franco, previdente, è partito da Belluno portandosi un fil di ferro per sistemarle. Ci diamo da fare come possiamo, sistemando il sistemabile e liberandole un po’ dall’erba. La nota positiva e che molte piantine grasse dello scorso anno hanno resistito e si sono radicate sulle tombe avendo avuto la meglio sulla voracità dei conigli selvatici. L’urgenza del lavoro di sistemazione non ci da il tempo di fermarci un momento in silenzio. Ma prima di andare via mi ritaglio un attimo per fermarmi, come faccio sempre, nei pressi dell’infilata di croci che si incontra appena si entra sulla destra. Queste tombe alle spalle hanno il mare aperto e sono, a me pare, le più vicine al cielo. E’ il mio angolo. Qualche ora prima Giuliano, che ha avuto per l’associazione Liberarsi una corrispondenza con Raffaele Catapano, mi ha confermato che anche lui è morto da alcuni mesi, per una grave malattia, senza mai uscire dall’ergastolo.

Mentre percorriamo il sentiero del ritorno raccolgo diverse idee: trovare la disponibilità di un gruppo che il prossimo anno parta alcuni giorni prima per aiutare Salvatore nella sistemazione del cimitero. L’idea di sostituire il legno delle croci con legno da barca, impermeabile alle intemperie. Anche le targhette plastificate che riportano i nomi dei defunti, potrebbero essere sostituite con più solide targhette in ceramica. Alcuni detenuti del carcere di Solliccianino, che lavorano la ceramica, potrebbero essere, come dice Beppe, ben lieti di fabbricarle. Altri viaggiatori stanno invece pensando alla possibilità di coinvolgere alcuni artigiani del marmo per trasportare a Santo Stefano, con il prossimo viaggio, una stele di marmo, che ricordi i nomi dei sepolti e anche tutti coloro a cui l’ergastolo ha cancellato anche il nome.

Con Michèle e Gianvittorio condivido l’esigenza, se riusciamo, di organizzare per le prossime visite un momento di silenzio, sia all’interno del carcere che nel cimitero. In sostanza stiamo già pensando al prossimo anno quando arriviamo in piazza della redenzione. Un primo gruppo è già sceso verso l’approdo per ripartire, quando Vladislav ci blocca per una foto collettiva.

in gruppo

Incontrarsi intorno a un libro

Ore 18. Abbiamo fatto appena in tempo a farci una doccia. Dalla pensione ci avviamo a passo sostenuto (siamo in ritardo), verso via del Muraglione 44 per la presentazione del libro di Giovanni Farina in un nuovo bistrot di Ventotene con un nome evocativo: Hobo. Avremo poi la conferma dai promotori del locale che il nome fa riferimento proprio a quei lavoratori migranti saltuari, che nell’America degli anni venti si spostavano a piedi o saltando sui treni merci, per andare ovunque ci fosse un’opportunità di lavoro. Gli hobos dettero luogo a un fenomeno sociale e ad un vero e proprio modo di vivere basato sulla mobilità e sul viaggio. Una vicenda sociale de secolo scorso che evidentemente i gestori del locale hanno assunto come riferimento per l’oggi.

Il luogo è accogliente. la presentazione si svolge in uno spazio all’aperto, al centro un tavolo con i libri e un altro con bottiglie d’acqua e stuzzichini. Ci sediamo in cerchio, alcuni del nostro gruppo hanno già preso posto e Giuliano ha cominciato ad illustrare la storia e la condizione in cui si trova l’autore. La copertina del libro propone l’immagine del certificato penale di Giovanni. Non potendosi scrivere fine pena mai nei certificati penali computerizzati, risulta che la pena di Farina, come quella di tutti gli ergastolani, si protrarrà fino al 31/12/9999. Volendo giocare con la crudeltà di questa traduzione informatica dell’ergastolo, Giovanni avrebbe da scontare ancora 7984 anni. Ad occhio e croce gli ci vorrebbero 99.8 vite. Liberarsi dall’ergastolo significa anche liberare l’umanità da questa brutalità dell’immaginario.

Giuliano ci informa anche che attualmente Giovanni Farina si trova in regime di alta sorveglianza, che lo marchia ancora come detenuto socialmente pericoloso, ma, come si evidenzia nel libro, ha anche una storia giudiziaria particolare. Ha fatto anni di carcere senza colpa e l’ergastolo gli potrebbe essere tolto. Dopo che per migliaia di giorni l’ergastolo gli ha trasformato la mente e il cuore. Mentre gli interventi si susseguono passa di mano in mano una cartolina da firmare. Giuliano la spedirà all’autore nel carcere di Catanzaro, come ricordo di questo momento e come segno di vicinanza.

Penso sia importante, dopo aver visitato il carcere di Santo Stefano e dopo la presenza al cimitero, incontrarsi intorno ad un libro come quello di Farina. Questo momento ci consente anche di arricchire di significati quel che abbiamo esperito. Ad esempio il libro ci racconta attraverso quali risorse i reclusi affrontano la condizione dell’ergastolo. Come nutrono il loro pensiero, costretti in una istituzione che annulla la vita sociale, la parola e quindi il pensiero. L’autore dice infatti di scrivere le sue poesie e i frammenti narrativi pubblicati, proprio per poter pensare. Più che essere frutto del pensiero, la parola scritta, accresce la sua funzione generativa del pensiero.

Alla fine della presentazione un bel gesto dei proprietari del locale ci regala pensieri positivi e uno stato d’animo volto al meglio. Infatti, dopo aver seguito con attenzione la presentazione, ci hanno voluto ringraziare dicendoci che il rinfresco era offerto da loro e che in cambio chiedevano solo che gli lasciassimo una copia libro del libro presentato.

Con il cuore allegro per l’accaduto, penso che forse, discorrere intorno a un libro potrebbe diventare la formula da scegliere anche in futuro per incontrarci la sera dopo essere stati al cimitero. Anche alcuni compagni e compagne di viaggio alla loro prima esperienza, mi confermano in questa convinzione, dicendomi, che hanno trovato l’incontro utile perché ha illuminato con significati ulteriori l’esperienza del mattino e posto interrogativi decisivi per una maggior conoscenza della questione sociale dell’ergastolo.

La tisana al finocchio selvatico

Ho capito che quando Gianvittorio mette la pentola sul fuoco bisogna aspettarsi cose buone, sapori che conciliano. La tisana al finocchio selvatico sotto il pergolato di Franchino, dopo una giornata su e giù per l’isola, è un colpo da maestro. La cerimonia giusta per gli abbracci prematuri con chi dovrà svegliarsi tra poche ore per essere puntuale alla nave delle sei. Per gli appuntamenti al mattino fra chi resta, o si imbarca con la nave delle 11. Per le conversazioni ormai alla deriva che scivolano su un mare tranquillo. La tisana al finocchio selvatico fa in modo che le parole ritrovino la loro sorgente meno inquinata: il silenzio.

Quando l’immaginario galoppa

“Bisognerebbe riportare la vita sociale a Santo Stefano, rendere l’isola nuovamente abitata, affinché quel luogo non degradi e non si spenga la funzione simbolica che può avere, che ha cominciato ad avere”; esordisce così Robero, prendendomi da parte dopo una conversazione avuta con Paolo del centro sociale Il Folleto di Abbiategrasso . L’idea sarebbe quella di sondare la possibilità di riattivare la vigna presente sull’isolotto, che sarebbe di proprietà di un privato che l’ha ormai abbandonata. Quella stessa vigna che portò Veronelli a Santo Stefano negli anni sessanta e che all’epoca produceva del buon vino. Che un’idea così sia venuta ai “folletti”, che vengono da quattro anni a Santo Stefano, non è affatto strano. Il centro sociale Il Folletto è fra gli organizzatori de “La Terra Trema”, un evento anche esso ispirato da Veronelli, che si svolge a Milano ogni anno, per la valorizzazione delle autoproduzioni agricole di qualità, nate per tutelare il suolo e la socialità. Partecipato da molti vignaioli. L’idea non è peregrina. Si tratterebbe di rigenerare la parte agricola dell’isolotto che non è di proprietà del demanio, immaginando un progetto che coinvolga i ventotenesi. Il primo passo intanto non è così inverosimile, si tratta di trovare la disponibilità di un vignaiolo che vada a vedere la vigna. I passi successivi sono più complessi, richiedono contatti con la proprietà, l’interessamento e la disponibilità di situazioni locali… e forse anche l’aiuto di Santa Sara, la santa nera di Saintes Maries de la Mer, venerata dai gitani, ma anche dal centro sociale Il Folletto, affinché, dall’alto, prenda a cuore l’idea di una vigna libera dall’ergastolo..

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14 Giugno

 Lasciare l’isola con le parole di Altiero Spinelli

 Andrea e Paolo fotografano una  lastra di marmo in una piazzetta  di Ventotene, incisa con le parole che Altiero Spinelli annotò mentre si allontanava dall’isola:

“Guardavo sparire l’isola nella quale avevo raggiunto il fondo della solitudine, mi ero imbattuto nelle amicizie decisive della mia vita, avevo fatto la fame, avevo contemplato come da un lontano loggione la tragedia della seconda guerra mondiale, avevo tirato le somme finali di quel che ero andato meditando durante sedici anni, avevo scoperto l’abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l’ebbrezza della creazione politica, il fremito dell’apparire delle cose impossibili, nessuna formazione politica esistente mi attendeva, né si preparava a farmi festa, ad accogliermi nelle sue file … con me non avevo per ora, oltre me stesso, che un manifesto, alcune tesi e tre o quattro amici …” 18 Agosto 1943

Nicola Valentino

Testo Altiero Spinelli

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